L’ultima volta che siete saliti sulla bilancia, vi siete chiesti dove fosse sistemato, nel vostro organismo, il grasso indicato da quel numero? Probabilmente no. Eppure è proprio la sua distribuzione — non soltanto la sua quantità — a poter modificare in modo clamoroso la probabilità di avere il cosiddetto fegato grasso. Due persone con una percentuale simile di tessuto adiposo, infatti, possono presentare probabilità assai diverse di avere steatosi: molto dipende dal punto in cui quel grasso si concentra.
Lo rivela uno studio pubblicato il 18 agosto su Scientific Reports, nel quale sono stati esaminati 17.061 adulti sottoposti a controlli sanitari a Seul fra il 2020 e il 2025. I ricercatori hanno misurato la percentuale di grasso corporeo mediante bioimpedenziometria — una tecnica che ne stima la quantità osservando come una debole corrente elettrica attraversa il corpo — e hanno verificato con l’ecografia la presenza di steatosi epatica, cioè l’accumulo di grasso nel fegato. Nel complesso, il disturbo riguardava il 20,6 per cento delle donne e il 39,2 per cento degli uomini.
Ma non è tutto. Considerando gli adulti con una percentuale di grasso corporeo compresa fra il 20 e il 24,9 per cento, la steatosi era presente nel 27,1 per cento degli uomini e appena nell’1,9 per cento delle donne; nella fascia fra il 25 e il 29,9 per cento, le quote raggiungevano rispettivamente il 47,6 e il 4,6 per cento. Insomma, la medesima quantità complessiva di grasso non corrispondeva affatto alla medesima probabilità di avere un fegato grasso.
Come si spiega un divario tanto vistoso? Gli uomini presentavano mediamente una circonferenza della vita e un rapporto fra vita e fianchi più elevati, due misure semplici che segnalano la tendenza del grasso a raccogliersi nella parte centrale del corpo. Quando gli studiosi hanno introdotto questi valori nei modelli statistici, la differenza associata al sesso si è ridotta di circa il 70 per cento. Non è scomparsa, dunque, ma si è fatta molto più contenuta. È questo l’aspetto decisivo dell’indagine: una parte notevole del divario sembra passare non dalla quantità del grasso, bensì dalla sua collocazione.
Il motivo è semplice. Il grasso viscerale, quello depositato in profondità nell’addome e attorno agli organi, non si comporta come il grasso sottocutaneo che si accumula, per esempio, sui fianchi o sulle cosce. È metabolicamente più attivo, libera acidi grassi e mediatori dell’infiammazione e comunica in modo particolarmente diretto con il fegato attraverso la circolazione portale, il sistema di vasi che convoglia verso quest’organo il sangue proveniente dall’apparato digerente. Per intenderci, non basta contare quanta merce si trova in un magazzino: occorre sapere se è riposta in un locale periferico oppure accatastata davanti alla porta principale. Nel secondo caso, ciò che viene liberato raggiunge il fegato lungo una via ben più immediata.
Anche le linee guida europee sulla MASLD, la malattia epatica steatosica associata a disfunzione metabolica, considerano infatti la circonferenza della vita un indicatore utile dell’obesità addominale e dell’accumulo viscerale. A scanso di equivoci, tuttavia, lo studio coreano non dimostra che il grasso addominale provochi da solo la differenza osservata: si tratta di un’indagine trasversale, vale a dire di una fotografia scattata in un determinato momento, capace di mostrare associazioni ma non di stabilire con certezza una catena di causa ed effetto.
Vi è poi un secondo risultato, non meno sconcertante, che riguarda il BMI, l’indice di massa corporea calcolato mettendo in rapporto peso e altezza. Fra le 1.683 donne con fegato grasso, 327 — il 19,4 per cento — avevano un BMI inferiore a 23 chilogrammi per metro quadrato, la soglia impiegata nello studio per definire il fenotipo “lean”, ossia magro; fra gli uomini la quota corrispondente era dell’8,5 per cento. Quelle donne, pur rientrando nel normopeso secondo il BMI, possedevano in media il 33,2 per cento di grasso corporeo e quasi otto su dieci superavano il limite di grasso elevato stabilito dagli autori.
La bilancia, dunque, dice il peso; il BMI lo mette in relazione con l’altezza. Nessuno dei due, però, distingue la massa grassa da quella magra né rivela in quale parte del corpo il grasso sia stato immagazzinato. Restano strumenti utili, ma raccontano soltanto una parte della vicenda. Per valutare meglio il rischio metabolico e quello epatico occorrerà guardare anche alla composizione corporea e, soprattutto, alla circonferenza della vita. Il numero dei chili conta. Dove finiscono, può contare ben di più.

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Joo SK. “Sex differences in fatty liver prevalence at equivalent adiposity: a cross-sectional study of fat distribution in a health screening cohort”. Scientific Reports, pubblicato il 18 agosto 2026. DOI: 10.1038/s41598-026-67253-y.

