Aumento della CO2 e chimica del sangue, scoperto un legame (immagine ottenuta con AI)
Aumento della CO2 e chimica del sangue, scoperto un legame (immagine ottenuta con AI)

Quando parliamo dell’aumento della CO₂ atmosferica pensiamo soprattutto agli effetti sul clima, ma un nuovo studio suggerisce che potrebbe esserci un impatto importante anche sul piano fisiologico. Il lavoro, pubblicato nel 2026 sulla rivista Air Quality, Atmosphere & Health da Alexander N. Larcombe e Phil N. Bierwirth, ha analizzato i dati del grande programma sanitario statunitense NHANES raccolti tra il 1999 e il 2020, circa 7.000 persone per ciascun ciclo biennale, osservando nello stesso periodo un aumento medio di circa il 7% del bicarbonato nel sangue, accompagnato da una diminuzione del calcio di circa il 2% e del fosforo di circa il 7%. Il dato interessante è che nello stesso arco temporale è aumentata anche la concentrazione di CO₂ nell’atmosfera e le due tendenze sembrano procedere parallelamente.

Il bicarbonato svolge un ruolo fondamentale nell’equilibrio acido-base del nostro organismo ed è strettamente legato al trasporto e all’eliminazione della CO₂, quando aumenta la quantità di anidride carbonica trattenuta dall’organismo, il sistema bicarbonato contribuisce a mantenere stabile il pH del sangue. Da qui l’ipotesi degli autori che la crescente concentrazione atmosferica di CO₂ possa produrre, nel lunghissimo periodo, una lenta risposta fisiologica nell’uomo. Applicando una semplice estrapolazione delle tendenze osservate, lo studio arriva a ipotizzare che tra circa 50 anni il valore medio del bicarbonato potrebbe avvicinarsi al limite superiore dell’intervallo considerato normale, mentre calcio e fosforo potrebbero raggiungere i limiti inferiori entro la fine del secolo.

È però importante non andare oltre ciò che i dati realmente dimostrano, al momento abbiamo una correlazione, non una dimostrazione del rapporto causa-effetto. Lo studio non misura infatti direttamente l’esposizione individuale alla CO₂ e molti altri fattori possono influenzare nel tempo questi parametri biologici. Anche la previsione dei 50 anni va presa per quello che è, cioè la prosecuzione matematica di una tendenza osservata negli ultimi due decenni, non la previsione di una futura soglia oltre la quale l’atmosfera diventerebbe improvvisamente tossica. Gli stessi autori sottolineano inoltre che gli studi sugli effetti dell’esposizione cronica a concentrazioni di CO₂ compatibili con quelle che potremmo raggiungere in futuro sono ancora pochi. Il lavoro resta comunque interessante perché apre una questione che finora abbiamo considerato relativamente poco. Modificando rapidamente la composizione dell’atmosfera non stiamo cambiando soltanto il sistema climatico, ma anche l’ambiente nel quale il nostro organismo respira e si è evoluto. Capire se il segnale osservato nel sangue sia realmente una conseguenza di questo cambiamento richiederà altri studi, ma è certamente una relazione che merita di essere approfondita.

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