PADOVA – Da anni studia come sviluppare strategie nutrizionali per promuovere la longevità e la salute. Sofia Pavanello, professoressa associata in Medicina del Lavoro all’Università di Padova e responsabile del laboratorio Gem/Gisva (Genoma, Invecchiamento, Stile di Vita e Ambiente) all’Uoc di Medicina del Lavoro dell’Azienda Ospedale-Università di Padova, non ha scelto però di focalizzarsi su persone “normali”, ma ha voluto approfondire come il corpo reagisce in termini di invecchiamento in condizioni estreme, come nelle missioni spaziali.


La sua attività è rivolta in particolare, allo studio dell’invecchiamento e si concentra sull’età delle cellule. Ci spiega come?

«L’invecchiamento non è solo un destino scritto ma è anche una traiettoria che, in parte, possiamo misurare e influenzare. Due persone, nate lo stesso giorno, possono invecchiare a ritmi diversi. La data sulla carta d’identità non coincide sempre con l’età reale delle cellule. L’età biologica si stima attraverso alcuni marcatori molecolari: l’età epigenetica, legata alla metilazione del Dna; la lunghezza dei telomeri, le estremità dei cromosomi che si accorciano nel tempo; il numero di copie del Dna mitocondriale. L’obiettivo non è tanto stabilire quanti anni si hanno ma a che ritmo si sta invecchiando. Un dato rilevante è che questi marcatori rispondono, entro certi limiti, allo stile di vita cioè all’alimentazione, all’ambiente, alle condizioni di lavoro e al sonno».


Gli italiani over 65 sono 1 su 4: il nostro paese è uno dei più anziani del mondo. Da tempo si occupa dell’invecchiamento della forza lavoro. Ci spiega come?

«Negli ultimi vent’anni, il numero di occupati con più di 50 anni è cresciuto di quasi due milioni, a fronte di una diminuzione dei lavoratori più giovani. Un organismo che invecchia risponde in modo diverso agli stessi rischi professionali, accumula le esposizioni pregresse, ripara il Dna con minore efficienza. Per la medicina del lavoro, si tratta di una questione clinica e non solo di sanità pubblica».


L’invecchiamento è legato all’infiammazione. Le ricerche del suo gruppo hanno evidenziato che alcuni componenti alimentari possono influenzare l’espressione dei geni.

«Abbiamo raccolto le evidenze su alimenti comuni, capaci di agire come modulatori epigenetici, contribuendo a contenere l’infiammazione che si accumula con l’età. Parliamo, tra gli altri, di broccoli, tè verde, curcuma, uva e soia. Questa ricerca, pubblicata su Advances in Nutrition, ha mappato i principi attivi, come il sulforafano dei broccoli, la curcumina e le quercitina di cipolle e capperi, che si comportano come modulatori epigenetici naturali: la dieta epigenetica agisce sulla metilazione del Dna».


Dove accelera l’invecchiamento?

«Nei lavoratori esposti ad inquinanti, nel trapianto d’organo, nei tumori rari. Anche gli astronauti invecchiano celermente perché esposti ad un ambiente estremo».


Gli astronauti dunque, non sono solo pazienti da proteggere: in che senso sono utili alla sua ricerca?

«Perchè sono un vero e proprio modello di invecchiamento accelerato. Nello spazio, l’esposizione ai cosiddetti Red Risks, le radiazioni cosmiche, l’alterazione della gravità, l’isolamento e lo stress, accelerano in pochi mesi processi di danno cellulare, ossidativo e infiammatorio, che sulla terra richiedono decenni: è come osservare l’invecchiamento in “avanzamento rapido”. Studiarli ci aiuta ad individuare le contromisure più efficaci, a partire dalla nutrizione: è l’obiettivo del progetto Epifood, che studia alimenti e composti bioattivi, capaci di “accendere” i geni protettivi e di contenere l’infiammazione e lo stress ossidativo. Trattandosi di condizioni estreme, le strategie collaudate nello spazio tornano più utili a tutti noi sulla terra, dove gli stessi meccanismi di danno agiscono per effetto dell’età, dell’inquinamento e dello stress quotidiano».


Per studiare gli effetti dello spazio, non servono per forza le missioni spaziali: come si fa qui sulla terra?

«Con il Bed Rest, l’allettamento prolungato: è il modello che riproduce sulla terra ciò che accade in orbita, quando il corpo smette di sostenere il proprio peso. In uno studio in corso di pubblicazione, volontari sani, giovani e meno giovani, restano a letto per settimane, sotto controllo clinico, mentre seguiamo i loro marcatori di invecchiamento: la domanda è semplice e affascinante. Può l’inattività, da sola, accelerare i nostri orologi biologici, quelli epigenetici e quelli del sistema nervoso? È l’inattività fisica, studiata al millimetro, un tema che riguarda gli astronauti quanto i pazienti a letto. I risultati li presenteremo a breve ma è chiaro che l’inattività fisica è uno dei mali del nostro secolo».


Cosa dire della dieta mediterranea?

«È un modello tra quelli con le evidenze più solide per una vita in salute. Ma non esiste un superalimento miracoloso. L’obiettivo non è vivere per sempre ma invecchiare più lentamente e in salute. La dieta può essere utilizzata come un farmaco epigenetico per prevenire o rallentare i processi biologici che portano all’invecchiamento, aprendo la strada ad una nutrizione sempre più personalizzata».