Il ritocco entra in scena in punta di ago: un filler alle labbra, il botulino sulla fronte, una correzione discreta qualche mese più tardi. Per milioni di persone il sipario si chiude qui, con una scelta libera, circoscritta, magari vezzosa. Ma se il sollievo dura sempre meno e la prossima procedura comincia a chiamare prima ancora che sia svanito l’effetto della precedente? Il gesto estetico, a quanto pare, può cambiare passo: non più soltanto desiderio di migliorarsi, ma fatica a fermarsi.
A misurare questa zona incerta è uno studio pubblicato sul Journal of Health Psychology, condotto su 1.614 donne ebree israeliane, dai 25 ai 71 anni. Tra le 710 partecipanti che avevano già effettuato almeno una procedura cosmetica, il 20% mostrava nell’arco della vita un rischio moderato-severo di quello che i ricercatori chiamano “addictive cosmetic procedures use”; il 15,4% riferiva sintomi della stessa intensità nell’ultimo anno. Numeri che balzano all’occhio, senza dubbio, ma che non autorizzano diagnosi frettolose.
La parola dipendenza, infatti, va trattata con la stessa precisione richiesta a una siringa: niente gesti larghi. Lo studio non istituisce una nuova malattia e non dimostra che filler, botulino o chirurgia estetica rendano dipendenti. I ricercatori hanno impiegato la Cosmetic Addiction Scale DSM-5, un questionario di undici domande adattato dai criteri utilizzati per i disturbi da uso di sostanze; si indagano, tra l’altro, la difficoltà a ridurre o interrompere le procedure e altri comportamenti compatibili con una perdita di controllo. Raggiungere almeno quattro punti significava rientrare nella fascia di rischio moderato o severo, non ricevere una diagnosi clinica.
Cambiamo l’inquadratura e comprendiamo meglio le proporzioni. Nell’intero campione — dunque includendo anche le donne che non avevano mai fatto ricorso a trattamenti cosmetici — la quota scendeva all’8,9% nell’arco della vita e al 6,8% nell’ultimo anno. Inoltre, ai punteggi più alti tendeva ad accompagnarsi un numero maggiore di interventi. È un’associazione, non un verdetto; tuttavia segnala che, in alcuni casi, il ritocco non rimane un episodio isolato ma può trasformarsi in una piccola catena, ordinata all’apparenza e sempre più difficile da spezzare.
Il punto più interessante, però, non è il conto delle procedure. È ciò che si muove dietro lo specchio. Tra i fattori associati con maggiore chiarezza ai punteggi di uso problematico comparivano una minore soddisfazione per il proprio corpo e un uso problematico dei social media. E proprio l’intreccio fra questi due elementi appare decisivo: nelle donne con un rapporto più difficile con le piattaforme, la scarsa stima del proprio aspetto si accompagnava a punteggi più elevati di uso compulsivo delle procedure; la stessa relazione non emergeva in modo analogo tra chi mostrava un basso uso problematico dei social.
I social, dunque, sul banco degli imputati? Sarebbe una conclusione brillante per un titolo e troppo svelta per la scienza. La ricerca è trasversale: fotografa fenomeni che compaiono insieme, ma non può stabilire quale arrivi per primo né dimostrare che Instagram, TikTok o altre piattaforme provochino la corsa continua al ritocco. Il risultato si inserisce però in una letteratura sempre più ampia che lega esposizione ai social, confronto estetico, insoddisfazione corporea e maggiore interesse per le procedure cosmetiche. Lo schermo diventa così uno specchio con una particolarità piuttosto insidiosa: non si limita a riflettere, mette in parata volti, corpi e confronti senza fine.
Intanto il mercato avanza con cifre da grande industria. Secondo l’International Society of Aesthetic Plastic Surgery, nel 2024 i chirurghi plastici hanno effettuato nel mondo quasi 38 milioni di procedure estetiche, chirurgiche e non chirurgiche. Il botulino conserva il trono fra i trattamenti non chirurgici, con circa 7,8 milioni di applicazioni; seguono i filler di acido ialuronico, intorno ai 6,3 milioni. Una folla di aghi, prodotti, appuntamenti e aspettative che non va trasformata, con un colpo di teatro, in un’emergenza psicologica: la grande maggioranza delle persone può sottoporsi a un trattamento senza sviluppare comportamenti compulsivi.
Ma vediamo dove cambia davvero la natura della richiesta. Il segnale non è semplicemente tornare in ambulatorio; può essere il sollievo che si accorcia, il nuovo intervento desiderato subito dopo il precedente, l’impossibilità di sentirsi accettabili senza correggere ancora un dettaglio — e poi un altro. In quel momento il problema potrebbe non essere più soltanto estetico. Per questa ragione alcune linee guida internazionali raccomandano, prima degli interventi, di valutare motivazioni, aspettative ed eventuali condizioni psicologiche, compreso il disturbo da dismorfismo corporeo.
La sicurezza, insomma, non finisce nella qualità del prodotto, nella tecnica o nella mano di chi esegue la procedura. Comincia anche da una domanda meno mondana e più difficile: perché si desidera già la prossima? Fra lo specchio e lo schermo, fra libertà di scelta e perdita di controllo, è lì che il ritocco smette di essere soltanto un ritocco.

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Skvirsky V, Lifshin U, Shmulewitz D, Mikulincer M. “Prevalence of addictive use of cosmetic procedures and risk factors among Israeli women”. Journal of Health Psychology. DOI: 10.1177/13591053261444719.

