In molti casi le guerre più difficili da chiudere sono quelle che non avrebbero dovuto neanche iniziare. Già nel 1967, lo scienziato politico Hans Morgenthau, dopo una serie di interventi armati fallimentari compiuti dagli Usa a Cuba, nella Repubblica Domenicana e in Vietnam sosteneva che la scelta di entrare in guerra non doveva basarsi su ragioni essenzialmente ideologiche o sulla fiducia nella superpotenza militare, ma valutando attentamente cosa si vuole ottenere e le capacità necessarie a tal fine. Obiettivo: intervenire meno e con maggior successo. Il disastroso intervento americano in Libano, nei primi anni ’80 del secolo scorso, spinse il Segretario alla Difesa di Ronald Reagan, Caspar Weinberger, a precisare nel 1984 le condizioni che dovevano essere soddisfatte prima di impegnarsi in una guerra. Esse vennero poi riviste e completate da Colin Powell, comandante in capo delle Forze Armate americane e poi Segretario di Stato.

La “dottrina” Weinberger/Powell afferma che l’uso della forza militare richiede che interessi vitali del paese siano minacciati. Washington deve essere disponibile ad impegnare tutte le risorse necessarie per avere successo. Il governo deve sapere quali obiettivi politici e militari vuole raggiungere. Si deve essere disponibili a riconsiderare in ogni momento l’impegno militare col mutare della situazione sul campo. È essenziale mantenere alto il consenso politico interno. E comunque l’ingresso in guerra dovrebbe essere compiuto solo se non c’è più altra scelta. Infine, ha aggiunto Powell, bisogna sempre avere una chiara “exit strategy” e un forte appoggio internazionale. Purtroppo questi principi, appresi sul campo, hanno continuato spesso ad essere ignorati (anche dallo stesso Powell), sempre con pessimi risultati. Donald Trump sostiene che agli Usa conviene continuare ad ignorare quei principi prudenziali, per sorprendere e spaventare gli avversari. Sinora però non sembra aver grande successo. Voleva porre fine alla guerra in Ucraina, a quelle a Gaza e nel Libano, e alla minaccia iraniana nel Golfo, e nulla di tutto ciò sta avvenendo. Il problema è che tutti questi conflitti stanno assomigliando sempre più a guerre di religione che, per definizione, non possono essere concluse che dall’annientamento di uno dei contendenti. Gli israeliani vorrebbero cancellare i palestinesi. Gli iraniani vorrebbero la distruzione di Israele e la scomparsa degli Usa dal Medio Oriente. I russi negano l’esistenza di una nazione ucraina indipendente. Nessuno di essi ha la capacità di raggiungere l’obiettivo, per cui le guerre continuano.

A questo punto si può tentare solo la strada del cessate il fuoco: la guerra continua, ma le armi tacciono. Col tempo, se la tregua sarà rispettata, potrebbe essere possibile arrivare ad un compromesso accettabile, anche se con grande difficoltà. Per arrivarci però bisogna avere chiarissimo cosa si vuole. Ad esempio: la minaccia terroristica contro Israele deve essere ridimensionata e controllata, i palestinesi debbono avere il diritto di esistere, l’Iran non può avere l’arma atomica e la libertà di navigazione, stretti inclusi, non deve essere messa in discussione, l’Ucraina è uno stato pienamente sovrano, non si punta ad un mutamento di regime a Mosca o a Teheran. Tutto il resto è discutibile.


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