di
Ilaria Sacchettoni

I messaggi e le telefonate all’indomani dell’arresto degli esecutori materiali dell’attentato. Lavitola: «Può essere che questi qua hanno detto che il mandante ero io». Il giornalista invece fa riferimento al nome di un presunto camorrista (“Corrado”) citato dagli arrestati in un intercettazione

Consapevole degli ostacoli, Valter Lavitola mette in conto possibili effetti collaterali nella realizzazione del proprio piano. È già stato perquisito dai carabinieri del Nucleo investigativo quando — il 5 luglio scorso — avverte un’amica brasiliana delle conseguenze in arrivo: «Se sarò in galera, sarà difficile per me tener d’occhio le cose. Stanotte proverò a fare ancora qualcosa. Ovvio che mercoledì mattina verrò interrogato e se mi arrestano, come penso, spero di no, ovvio, mi arresteranno mercoledì mattina presto». L’esperienza carceraria vissuta lo aiuta, dice: «Ho solo oggi e domani per provare a fare più cose possibili, per non fare la stessa cagata dell’altra volta in cui non mi sono occupato di nulla del lavoro e questo mi ha lasciato finito quando sono uscito di galera».

Sono i giorni successivi all’arresto degli esecutori dell’attentato nei confronti di Sigfrido Ranucci e, per Lavitola, il problema maggiore è rappresentato dalle investigazioni dell’antimafia. In un confronto tra i due, Lavitola e Ranucci, affiorano perplessità e paure. Siamo al 4 luglio e due giorni prima il conduttore di Report veniva ascoltato (come persona informata sui fatti dai magistrati De Santis e Villani): «Scusami non te lo potevano dire a te, no, che avevano… il timore che fossi io?», gli domanda Lavitola. E l’altro: «E allora che mi hai chiamato a fare… che mi hanno chiamato a fare?». Ranucci appare seccato per aver dovuto fare ritorno di corsa «da Bologna» mentre Lavitola, preoccupato, si sforza di ricostruire il filo logico del ragionamento investigativo: «Eh vabbe’… l’altro ieri gli elementi ce li avevano già». E Ranucci: «Apposta lo dico».



















































Lavitola ancora spera in una via d’uscita e torna sull’argomento: «Però ti dico una cosa… ma se ce li avessero avuti gli elementi su di me… quando hanno fatto l’arresto… può essere che questi qua quando sono stati arrestati hanno detto che il mandante ero io, che c. ne so…». Lavitola capisce che sta correndo nuovi rischi e che il suo curriculum penale potrebbe integrarsi con nuove contestazioni. C’è l’aggravante del metodo mafioso da demolire.

Successivamente, convocato dal procuratore capo Francesco Lo Voi, l’8 luglio dirà di aver vacillato, descrivendo nel corso di dichiarazioni spontanee fiume, la grande tensione di quelle ore: «In merito ai rapporti di amicizia tra me e Sigfrido, sono rimasto sconvolto da quanto accaduto e ho avuto paura sino all’ultimo minuto che Sigfrido mentisse. Ho provato vergogna, qualora fosse emerso che avevo tradito Sigfrido, sarebbe stato un disonore. Con lui ho un rapporto molto familiare».

Al punto che Ranucci accoglie con irritazione, quasi stizza, la novità di Lavitola indagato: «Ma andassero a cercare chi c… è questo Corrado (nome pronunciato da uno dei quattro esecutori materiali intercettati, presunto camorrista ndr), senti che ti dico io!».

Lavitola vive le novità quotidiane (investigative e mediatiche) con lucidità e rassegnazione. In un’altra telefonata, quasi ragiona a voce alta con la stessa amica brasiliana: «Non è che mi possono succedere molte cose. Posso essere arrestato ma non è che mi uccidono o mi cucinano. Ovvio, non mi succederà qualcosa di bello, non dipende da me, ma non posso fare niente».

Nei giorni successivi i pm ascolteranno in Procura il giornalista di Report, Daniele Autieri, quale persona informata sui fatti affinché aggiunga elementi utili a comprendere meglio una vicenda tortuosa. Legatissimo al conduttore il giornalista si convince però che Lavitola rappresenti un pericolo per la trasmissione. Sappiamo che il faccendiere gli propose la pista dei servizi segreti israeliani dietro il blitz esplosivo. Ma Autieri è scettico e decide di prendere le distanze: «Quando mi ha fatto la richiesta di mandare delle email alle aziende (sotto osservazione per una sua inchiesta, ndr) per poter poi lui fare delle verifiche io ho avvertito il rischio di diventare un suo strumento e quindi lì mi sono fermato».


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19 agosto 2026 ( modifica il 19 agosto 2026 | 07:11)