Nell’industria del cinema, il favoloso mondo delle immagini, Rodolfo Valentino fu il divo per eccellenza e la sua vita breve e intensa fu una cavalcata tra successi e amori sempre in primo piano. I suoi film fecero impazzire milioni di donne, lacrime e sospiri accesero gli schermi e lui, con la sua bellezza maschia e ambigua, divenne il re di Hollywood, il primo sex symbol maschile che aveva nel sangue l’avventura e la sensualità, idolatrato e venerato dalle donne anche a cent’anni dalla scomparsa. Morì a soli 31 anni a causa delle complicazioni di una peritonite e di una setticemia.
Incontriamo la giornalista e scrittrice Emilia Costantini, già autrice di una bella biografia dell’attore «Rodolfo Valentino. Il romanzo di una vita» (Fivestore 2013 – ancora disponibile), che lo ricorda e racconta con parecchia nostalgia.
Emilia Costantini, chi era veramente Rodolfo Valentino (o Rudolph Valentino o semplicemente Rudy, pseudonimo di Rodolfo Pietro Filiberto Raffaele Guglielmi – Castellaneta 6 maggio 1895 – New York 23 agosto 1926)? Un genio o un favorito dalla fortuna?
«Un giovane come tanti potremmo dire, ma con punti di vista e desideri molto elevati. Dopo essersi diplomato perito agrario a Milano, la mamma gli regalò un viaggio a Parigi. Nella capitale francese scoprì un mondo completamente diverso dal piccolo paese pugliese dove aveva vissuto e questo gli aprì altri orizzonti. Aveva 18 anni, e decise di andare a New York con una nave in cui viaggiavano anche gli emigranti, ma lui era un viaggiatore normale, non uno in cerca d’una vita migliore. Era solo attratto dall’avventura in terre lontane, e nel 1913 solcò l’Oceano verso l’America, il sogno di tutti i disperati che in Italia penavano malamente».
Come nasce il suo romanzo biografico su Rodolfo Valentino?
«Avevo scritto uno sceneggiato sulla vita di Rodolfo Valentino, interpretato da Raoul Bova e trasmesso da Rai2 nel 2004 in quindici puntate. Piacque molto la storia del primo italiano a conquistare l’America e così scrissi il romanzo autobiografico al quale s’è ispirata poi Mediaset nel 2014 per lo sceneggiato televisivo interpretato da Gabriel Garko. Era addirittura molto somigliante. Il trucco aveva fatto miracoli».
Valentino proveniva da una famiglia benestante?
«Pare che il padre fosse addirittura di origini aristocratiche, mentre la mamma era di origine francese. Una madre previdente perché pare gli avesse aperto un conto in America con l’intento (e la speranza) che potesse comprare un appezzamento di terra in California per fare una piantagione di agrumi o qualcos’altro. Marcello Mastroianni, nei panni di Rudy, cantava proprio “Quattro palmi di terra in California”, una canzone di Garinei e Giovannini musicata da Armando Trovajoli per il musical “Ciao Rudy” del 1966. Ma New York lo travolse con i suoi divertimenti e, vivendo una bella, beata vita, dissipò il gruzzolo della sognata impresa californiana. E dovette lavorare per sopravvivere».
Cosa fece inizialmente?
«Qualcosa di piacevole e redditizio. Nei locali alla moda faceva il ballerino di tango, accompagnava le signore, le faceva danzare in modo sinuoso e peccaminoso. Nel 1918 fu coinvolto nel caso “Vice” che riguardava un giro di prostituzione legato a circoli frequentati da personaggi facoltosi, ma non ci furono strascichi legali. Un attore, Norman Kerr, vedendolo bello e elegante lo spinse a trasferirsi a Los Angeles e tentare la fortuna a Hollywood. Erano gli anni in cui la mecca del cinema esplodeva come una delle più grandi meraviglie del ventesimo secolo. Dopo una dura gavetta, iniziò a interpretare piccole parti e nel 1921, con “I quattro cavalieri dell’Apocalisse”, ebbe fortuna: il film, che iniziava con un tango ballato in modo strepitoso, lo rese celebre in tutto il mondo. La sua eleganza, il corpo flessuoso e disinibito, occhi languidi e bocca turgida fecero breccia nel cuore di tutti».
Ma fu un buon attore?
«Lui è stato il divo assoluto del cinema muto, il prototipo dell’acclamato latin lover. Non ha mai accettato passivamente di imitare la recitazione degli attori americani del tempo, e sconvolse l’interpretazione facendola diventare più attuale, meno enfatica e più naturale: impose un nuovo tipo di linguaggio cinematografico. È stato un vero innovatore nel campo del cinema di quell’epoca. In pochi anni di lavoro, dal 1921 fino alla morte, ha interpretato più di trenta film, segno del successo eccezionale che aveva conquistato. L’ultimo è uscito postumo dopo la sua morte».
Come possiamo valutare la sua ascesa in un mondo spregiudicato e calcolatore come quello hollywoodiano?
«È stato molto aiutato dalla sceneggiatrice che lo aveva scoperto, June Mathis, la quale propose alla Metro Goldwyn Mayer di farne il protagonista del film avventuroso “I quattro cavalieri dell’Apocalisse” (1921) di Rex Ingram. In questo film è memorabile la scena in cui Valentino balla il tango con una sensualità che stregò le pudiche donne americane. La produzione non voleva un italiano che somigliava a un portoricano. Ma questa talent scout, importantissima sceneggiatrice, si impuntò per avere Valentino come protagonista, e lo seguì e consigliò su parecchie cose durante le riprese. Gli incassi al botteghino furono un trionfo».
Il fanatismo che seppe suscitare derivava dalle sue capacità attoriali o dalla bellezza che suscitava vere e proprie isterie?
«Valentino aveva una sensualità straripante che fece innamorare tutte le donne. Si dice che grazie a lui il femminismo abbia aggiunto una marcia in più al suo iter, scoprendo la libertà di vivere le passioni in modo diverso da come si vivevano prima. Valentino è considerato un antesignano della rivolta femminista, un predecessore e trascinatore grazie alla sua bellezza persuasiva che ha portato le donne, non solo americane, a esprimere la loro grande tensione sensuale e sessuale nei suoi confronti. Bello, angelico e maledetto nello stesso tempo si potrebbe dire».
Rispetto agli altri attori, in cosa primeggiava?
«Nel cinema americano dei tempi di Valentino, gli attori sembravano tutti dei cowboy, avevano degli atteggiamenti piuttosto ordinari e l’eleganza di Valentino li annullava. Lui è stato il primo divo assoluto non solo americano ma internazionale. E oggi, quando si parla di divi, è il primo che viene in mente: lui è stato l’eccellenza, un personaggio molto distante dal cliché tradizionale».
I suoi due matrimoni, vero amore o brevi infatuazioni?
«Delle due mogli americane, quello con Jane Acker fu un colpo di testa per entrambi. Durò meno di un mese. Della seconda moglie invece, Natacha Rambova è stato veramente innamorato fino all’ultimo giorno della sua vita. Si disse che la Rambova avesse anche delle tendenze lesbiche, il che fa pensare che possa essersi trattato di un matrimonio di convenienza, un paravento, perché giravano parecchie voci di un Rodolfo Valentino gay. Io direi che la loro sessualità potrebbe definirsi “fluida”, come si suol dire oggi. L’attore era sicuramente etero, ma ha avuto anche delle storie gay».
Il culto e la leggenda dell’immigrato Rodolfo Guglielmi ha qualcosa di fiabesco, considerato che nel suo momento d’oro guadagnava cifre a più zeri?
«Era un abile amministratore della sua fortuna. Ma era anche molto romantico. Il suo diario e le sue poesie rivelano un animo fortemente sentimentale. È stato un grande personaggio a 360 gradi, un attore che ha portato delle evoluzioni rispetto all’America del tempo. È stato innovativo nella sensualità e le donne impazzivano per lui, segno che la sua figura sfaccettata e con una certa solennità statuaria sapeva trasmettere imprevedibili sussulti».
A cent’anni dalla morte, perché lo sentiamo ancora vivo nel nostro tempo?
«Il divismo oggigiorno è un po’ decaduto, ma ai suoi tempi era una glorificazione vera e propria. Ma lo ricordiamo soprattutto perché credo che oggi non ci sia una figura che possa suscitare l’interesse che scatenò lui negli anni Venti, che, oltre alla bellezza, aveva anche un piglio altero: quasi un modello arcaico. Incarnava l’eroe romantico per eccellenza e a ciò vanno aggiunti i languori dell’amante latino per il quale le donne americane hanno sempre avuto un debole. La sua bara fu portata a spalle tra gli altri da Charlie Chaplin che disse: “La morte di Valentino è una delle più grandi tragedie accadute nella storia dell’industria cinematografica”».