di
Massimo Laganà
L’attore ospite del Food Film Fest a Bergamo parla della sua carriera post Striscia e della sua vita privata: «Fare il nonno giova gravemente alla salute»
Il bene si fa, ma non si dice. Enzo Iacchetti, 73 anni, si muove nel solco della regola evangelica. Il comico cremonese, che ha messo le radici sulle sponde del lago Maggiore, si prodiga da vent’anni in ambito no profit. Con discrezione e senza supporti mediatici. Ci mette tempo e denaro. Enzo, già icona televisiva al Costanzo Show e a Striscia la notizia, lavora per la Icio Onlus, fondata dal suo inseparabile amico, Icio De Romedis. Assieme al quale ha girato tre cortometraggi a sfondo umanitario. Questa sera i due attori saranno a Bergamo e presenteranno la loro opera d’esordio, «Oggi offro io», in occasione dell’apertura del Food Film Fest. La rassegna, felicemente in bilico tra cinema e gastronomia, è giunta alla tredicesima edizione, che declinerà il tema della metamorfosi, nell’arco delle sue quattro serate in piazza Mascheroni, in Città Alta.
«Sono felice di esserci — dice Iacchetti —. Lo spirito dell’evento è in linea con le idee che portiamo avanti. Il cibo è vita, nutrimento. L’obiettivo dell’associazione è trasformarlo in una risorsa accessibile a tutti. I cortometraggi puntano a diffondere valori equosolidali. E mirano a raccogliere i fondi. La Icio Onlus non ha spese di apparato o amministrative. I viaggi ce li paghiamo di tasca nostra. Giriamo per l’Africa a piedi nudi. Ogni euro raccolto in beneficenza è destinato ai progetti, che prevedono la costruzione di scuole, acquedotti e cisterne. Tra Kenia e Tanzania, abbiamo realizzato finora quasi mille pozzi d’acqua».
Ci racconta la trama di «Oggi offro io»?
«È la storia di due fratelli. Uno dei quali inscena un finto rapimento, per ottenere dall’altro il pagamento di un riscatto. Con il “bentolto”, vengono acquistati ventimila polli, per sfamare una comunità di indigenti. È una commedia surreale, con toni alla Mel Brooks. Cerchiamo di trasmettere un messaggio politico chiaro, in modo ironico, divertente. Mangiare è un diritto universale dell’uomo e della donna. La condivisione è un principio che dà senso alla vita e rende la società più giusta».
Nel 2008 lei ha esordito come regista con «Pazza di te», un cortometraggio pluripremiato. Sembrava l’inizio di una nuova carriera. Purtroppo, non è andata così. Nel senso che la sua opera prima è rimasta anche la sua unica pellicola. Almeno finora. Per colpa di chi?
«Siamo sinceri. Nel mondo dello spettacolo si ragiona per cliché. E i comici sono i figli di un dio minore. Ho sempre tentato di non essere ingabbiato dalla popolarità televisiva. Ma non è facile. Aggiungo che il cinema italiano è in mano, prevalentemente, a una conventicola romana. Il film che ho scritto è ambientato a Trieste. Gli interpreti dovrebbero parlare il dialetto locale, ci sarebbero i sottotitoli. Per la regia, il mio modello è il capolavoro di Ermanno Olmi, “L’albero degli zoccoli”. Da dieci anni cerco e non trovo un produttore disposto a finanziarmi. Chissà perché».
Ha un piano B?
«Vorrei girare un lungometraggio con Pupi Avati, che ha dato una chance praticamente a tutti i comici della Penisola. Tranne che a me. Sono stato ospite nel programma di Geppi Cucciari e il Maestro, con un collegamento a sorpresa, mi ha promesso che inventerà una parte pure per Iacchetti. Aspetto fiducioso».
Nell’attesa, ha pubblicato un libro, «25 minuti di felicità». Riguardo al titolo, si è ispirato alla struggente clessidra del Gattopardo, descritta sapientemente da Tomasi di Lampedusa nel capitolo dedicato alla morte del Principe di Salina?
«No. Il mio punto di riferimento è Seneca. Secondo il filosofo romano, campiamo 30 minuti, rispetto all’eternità. Considerato che la vita media si è allungata a circa 85 anni, ho fatto una semplice proporzione e ho calcolato che mi restano più o meno cinque minuti. Però sono soddisfatto dei 25 già trascorsi. Ho avuto un’esistenza malinconicamente felice».
Il cruccio è suo padre.
«Il libro è dedicato a lui. Ho raggiunto il successo tardi, a quarant’anni, ma lui è morto quando ne avevo appena ventidue. Papà era un tabaccaio, si oppose alle mie aspirazioni artistiche. Qualunque cosa bella mi sia accaduta, ho sempre pensato a mio padre, che non avrebbe potuto vederla. Capisce adesso il binomio felicità-malinconia? In 25 minuti di felicità, immagino di raccontare a papà ciò che mi è capitato dopo la sua scomparsa. Affinché lui, finalmente, sappia e si consoli».
Tra le «cose belle», c’è sicuramente suo figlio.
«Con Martino ho costruito un bel rapporto, grazie all’intelligenza della madre. Nonostante la separazione, siamo stati dei buoni genitori. Abbiamo messo il bene di nostro figlio davanti a tutto. Martino è un attore, insegna assieme alla moglie in una scuola di teatro. È felice».
E le ha regalato una nipotina.
«Penelope, detta Penny. Che ha sei mesi e mi fa letteralmente sdilinquire. Ero scettico, quando sentivo gli amici che descrivevano la “nonnitudine” come uno stato di grazia. Mi sbagliavo. Essere nonni giova gravemente alla salute. E rincoglionisce il giusto».
Non quanto basta, per indurla a rinunciare al suo impegno politico. Lei sostiene generosamente la causa palestinese. E crede che i personaggi pubblici debbano schierarsi. Francesco De Gregori, di recente, ha espresso un’opinione diametralmente opposta. Come la valuta?
«Adoro il Principe. Ho tutti i suoi vinili. Sono rimasto perplesso per le dichiarazioni di Francesco. Mi piace immaginare avesse bevuto qualche prosecco di troppo, prima di rilasciare questo inno al disimpegno».
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19 agosto 2026 ( modifica il 19 agosto 2026 | 08:57)
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