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Live Report: Frantic Fest – Day 3 @ Francavilla al Mare – 15 agosto 2026

Live Report: Frantic Fest 2026 – Day 3

Report del Day 1

Report del Day 2

Report a cura di Toara Fantechi

Guarda il photo report della terza giornata!

È l’ultimo giorno e al Tikitaka il portale del Frantic si riapre un’ultima volta quest’anno.

Franc ci aspetta all’ingresso, steso sulla sua panchina e ormai perfettamente a suo agio nel ruolo di cadavere più fotografato del festival. L’installazione di Chaoticart ed EPM, dedicata agli headliner di questa edizione, riprende una famosa foto dei Mayhem con Euronumous Necrobutcher “spalmati” sulla panchina di una fermata dell’autobus di Oslo, ed è ormai parte del paesaggio quanto le magliette nere.

L’odore di birra versata oggi è particolarmente forte, mescolato a quello della polvere che non si posa da tre giorni e al sempre presente odore di metallaro.

Dopo tre giorni una cosa è ormai evidente, sotto i palchi del Frantic passa praticamente qualsiasi età, nazione, colore, religione, genere, estetica e modo di essere. Gli italiani sono la maggioranza, ma ormai anche lo svedese del Frantic è diventato una certezza. Eppure l’atmosfera resta incredibilmente umana, rispettosa, quasi familiare. Si parla con sconosciuti con la naturalezza con cui si parlerebbe ad amici di sempre, ci si tiene d’occhio a vicenda, ci si rialza nel pit e ci si preoccupa che quello accanto stia bene. È una di quelle rare situazioni in cui, pur essendo circondato da persone che magari non rivedrai mai più, non ti senti mai davvero in mezzo a degli estranei.

Anche l’ultima giornata parte dall’Italia. Ad aprire il pomeriggio ci sono i pescaresi Slyther, giovani leve del thrash/crossover, seguiti dai romani Bianca, progetto recentissimo che definisce il proprio suono oneiric black metal, e dai Patristic, che si muovono invece su coordinate blackened death metal più ritualistiche e atmosferiche.

Tre modi diversi di iniziare a spingere il festival verso quella che sarà la sua notte più lunga.

Il sole comincia lentamente a scendere, ma i 33 gradi restano tutti lì perché evidentemente anche il caldo ha deciso di partecipare al festival fino alla fine. Sotto il palco c’è già parecchia gente: bambini, ragazzi, veterani e una quantità decisamente maggiore di gilet di pelle rispetto ai giorni precedenti. Sarà la lineup, sarà l’ultimo giorno, ma oggi il tasso di metallaro classico è salito parecchio. E con 33 gradi anche corpse paint e trucco nero cominciano lentamente a cedere, lasciando in giro qualche panda metallaro sciolto dal sudore.

Alle 17:30 il Main Stage passa agli svedesi The Crown, e qui c’è già un piccolo pezzo di storia che sta per chiudersi. Dopo circa trentacinque anni di attività, il 2026 è infatti l’ultimo anno della band: il No Tomorrow – Farewell Tour li porterà allo scioglimento definitivo, e quella del Frantic è l’ultima occasione italiana per vederli dal vivo.
I The Crown portano sul palco quel death metal melodico venato di thrash che li accompagna da oltre tre decenni, riff taglienti, accelerazioni e una macchina ritmica che ha avuto parecchio tempo per imparare a funzionare. Il pubblico risponde fin dalle prime battute, consapevole anche che questa volta il saluto ha un peso un po’ diverso dal solito.

Dal death svedese passiamo al Tent Stage per i Mephistofeles, trio argentino che cambia completamente temperatura questo pomeriggio. Occult doom, stoner, heavy psych e una quantità di anni Settanta sufficiente a far crescere i capelli anche a chi non li ha.
Sotto la tenda è pienissimo e la percentuale di capelloni sale vertiginosamente. Chitarra e voce, basso e batteria: niente particolare bisogno di riempire il palco quando il suono è già abbastanza grosso da farlo da solo.
Lo stoner tende spesso a perdermi dopo un po’, ma dal vivo i Mephistofeles funzionano decisamente meglio. Il riffing pesante, il groove lento e quell’estetica lurida e psichedelica acquistano tutt’altra consistenza sotto il Tent Stage. E, contro le aspettative della mia playlist pre-festival, mi piacciono.

Con i Dødheimsgard sul Main Stage il discorso si fa decisamente più storto. Sono uno dei nomi che negli anni hanno contribuito a spingere il black metal norvegese fuori dalle sue coordinate più tradizionali, portandolo verso territori industriali, progressivi, psichedelici e apertamente avant-garde.
E dal vivo si capisce subito che stare dentro una forma precisa non sembra interessargli particolarmente. Il cantante entra con un telo nero sul capo e qualcosa che, almeno dall’odore, sembra incenso o un fascio di erbe bruciate. Il volto è truccato di blu e viola, indossa un abito nero con accenti violacei e una collana argentata enorme che gli scende quasi fino alla vita.
Ai lati del palco compaiono pannelli con simboli rossi e blu, mentre sullo sfondo si alternano lune, paesaggi oscuri, strutture che sembrano navi e il logo della band. Lui intanto si muove in modo sempre più disturbante: morde il chitarrista, gli tira i capelli e a un certo punto si strappa persino una ciocca mentre continua a cantare.
Insomma, se il loro black metal è diventato negli anni sempre più difficile da incasellare, la messa in scena non sembra avere nessuna intenzione di semplificare le cose.

Alle 20:05 sul Tent Stage arrivano gli Evoken, dal New Jersey, uno dei nomi storici del funeral doom/death-doom. Qui il tempo sembra rallentare di colpo: riff enormi, ritmi esasperatamente lenti e un suono costruito più sul peso e sull’atmosfera che sull’impatto immediato.
La band arriva al Frantic ancora nel ciclo di Mendacium, uscito nel 2025, concept album oscuro e claustrofobico che ruota attorno a visioni, paranoia e a un confine sempre meno chiaro tra realtà e allucinazione. Dopo le deviazioni avant-garde dei Dødheimsgard, gli Evoken riportano tutto verso una forma di pesantezza molto più immobile e soffocante.
Il sole ormai è calato e, dopo non so più quante birre sotto i 33 gradi, decidiamo che è arrivato il momento della prima Red Bull della giornata. Vediamo se mette davvero le ali, altrimenti lo farà la prossima band a breve.

Passiamo nuovamente al Main Stage, già pieno ancora prima che inizino i Venom Inc., che portano avanti una parte importante della genealogia dei Venom e di quel miscuglio di heavy, speed e black metal che negli anni Ottanta ha lasciato impronte ovunque nella musica estrema. Anche l’immaginario satanico, qui, non è certo arrivato ieri.
L’intro parte sulle note dell’Ave Maria. Poi, ovviamente, “Ave Satanas”.
Sul fondale campeggia il nome della band sopra una figura di Satana tra le fiamme, mentre sul palco gente con qualche anno sulle spalle dimostra di essere ancora perfettamente in grado di fare un headbanging della madonna. Il pubblico, nel frattempo, pende dalle loro corde.
Luci rosse e bianche, sotto il palco un bambino con le cuffie sulle spalle del padre e una massa che aspetta solo il momento giusto per partire. A un certo punto un problema tecnico al basso costringe la band a fermarsi, ma il chitarrista tiene vivo il pubblico e si riparte quasi subito.
Nel frattempo il coccodrillo gonfiabile che da due giorni attraversava il pubblico in crowd surfing sembra ormai agonizzante dalla stanchezza. Mezzo sgonfio, viene comunque riciclato da qualcuno nel pit come chitarra.
Poco dopo parte il pogo, poi il crowd surfing, e il Main Stage torna a essere una massa unica in movimento.
Direi che i Venom Inc. hanno messo a tutti le ali, più della Red Bull.

Alle 22:10 torniamo sul Tent Stage per gli svedesi Wolfbrigade, storica formazione crust punk/d-beat attiva dagli anni Novanta. Il loro ultimo album, Life Knife Death, è uscito nel 2024, ma dal vivo c’è poco spazio per pensare alla discografia: appena partono, il pit alza subito l’ennesimo polverone della giornata.
Dopo tre giorni di festival, però, la polvere non è più l’unica cosa che arriva fino al palco. L’odore dei bagni chimici, cotti sotto il sole per tutta la durata del festival, ha finalmente completato il suo viaggio e si mescola a birra, sudore e terra sotto al palco del Tent Stage.
Sul palco i Wolfbrigade fanno esattamente quello che devono fare: look punkettone, zero fronzoli, d-beat e hardcore sparati dritti in faccia.

Alle 23:15 il Main Stage è strapieno: tocca ai Mayhem.
Di loro è stato scritto praticamente tutto, spesso per ragioni che vanno ben oltre la musica. Al Frantic però arrivano con un disco nuovo, Liturgy of Death, uscito nel febbraio 2026, quindi non sono certo qui solo a fare da monumento alla seconda ondata black metal norvegese.
Ai lati del palco compaiono pannelli con figure scheletriche e angeliche su colonne classiche. Attila Csihar entra con tunica bianca, copricapo con una croce, volto bianco segnato da strisce nere e dopo poco impugna anche un teschio. Sembra un sacerdote, ma decisamente non uno a cui affiderei la messa della domenica.
Poco dopo cambia completamente look: abbigliamento militare, immagini di guerra e filo spinato sul fondale e una croce di ossa in mano. Anche il portale, evidentemente, ha deciso di cambiare scenario.
Mentre loro stanno ancora suonando, però, ai bordi del festival iniziano già a comparire le prime scatole. Qualcuno smonta uno stand, qualcun altro mette via quello che non servirà più. Il palco è ancora acceso, il Main Stage è pieno e intorno il Frantic comincia già, piano piano, a sparire.
E lì inizi a capire che il portale sta per richiudersi.

Per adesso, però, abbiamo ancora un po’ di tempo prima della chiusura definitiva del portale. Sul Tent Stage arrivano gli Skitsystem, direttamente da Göteborg, e qui c’è una prima volta da segnare in rosso: è la loro prima esibizione italiana di sempre.
Dopo decenni di crust punk e d-beat, arrivano finalmente in Italia senza nessuna intenzione di fare presenza. Il pogo parte subito, loro sono energici e picchiano duro, e sotto la tenda c’è ancora abbastanza gente da dimenticarsi tranquillamente che siamo oltre la mezzanotte dell’ultimo giorno.
Per fortuna gli arrosticini della cena hanno fatto il loro lavoro e mi hanno rimesso abbastanza in sesto da restare in piedi in mezzo a questo mare di persone.
Prima volta in Italia, ultimo live del Frantic e ancora polvere che si alza dal pit, sotto il Tent Stage nessuno sembra avere particolare fretta di farla finire.

E in effetti non è ancora finita, i live sì, ma il Frantic ancora no, perché prima che il portale si richiuda davvero c’è ancora l’aftershow di Il Vescovo.
E sì, naturalmente è vestito da vescovo.
Il set attraversa rock, metal e pop completamente fuori contesto, rimontati e remixati in chiave metallara, fino a trasformare pezzi improbabili in materiale perfetto per questo tipo di pubblico.
Qui entra in gioco anche una delle storie che ormai fanno parte del folklore del Frantic. Ci raccontano che tutto nasce da un vocale mandato anni fa da un vicino infastidito dal rumore del festival. Quel vocale viene trasformato in un pezzo, poi in un tormentone, fino a diventare una specie di inno della community dei “Vermi”. E infatti il DJ set si apre proprio così.
Intorno, nel frattempo, il festival ha già iniziato materialmente a sparire. Accanto stanno smontando il palco e mettendo via strutture, sculettando nel frattempo su “Barbie Girl” degli Aqua sopra bassi decisamente meno innocui dell’originale.
Provate a guardare una mandria di metallari che balla su “Toxic” di Britney Spears e poi ditemi ancora che siamo brutti e cattivi.
Il Vescovo continua a regalare magie fino alla fine e, senza alcun dubbio, si prende il titolo di mia personale scoperta dell’ultimo giorno. Il pezzo “Shtivermi” torna ancora una volta a chiudere il DJ set e, questa volta sì, anche il portale.

Forse è questo il punto del Frantic, mettere nello stesso spazio diverse periferie della musica pesante e alternativa, generi, generazioni e pubblici che altrove spesso viaggiano separati.
In Italia i grandi tour passano ancora soprattutto dal Nord. Ma qui, in Abruzzo, il Frantic torna ogni anno e nel tempo ha costruito qualcosa che resta, pubblico, abitudine e continuità. È così che il Frantic acquista un valore che va oltre la lineup, perché diventa un punto d’incontro, un posto in cui una scena può continuare a esistere, perché ha un luogo in cui ritrovarsi.

Io riattraverso il portale con il sorriso e torno nella realtà.
E al Frantic ci torno sicuramente. Anche solo per Il Vescovo.