di
Anna Fregonara
La diagnosi precoce permette cure migliori e riduce la mortalità. Quali sono le strategie terapeutiche più efficaci a disposizione. I test sul Dna servono davvero? In quali casi?
Nel 2024 si stima che le nuove diagnosi di cancro nel mondo siano state 19,5 milioni e i decessi 9,7 milioni (dati Oms). Questi ultimi rappresentano il 16,5% delle morti globali e fanno dei tumori la seconda causa di morte dopo le malattie cardiovascolari. Eppure in gran parte dei Paesi ad alto reddito si muore di cancro meno di prima. L’Italia è tra questi, come mostra il rapporto 2025 dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) in collaborazione con i registri tumori di Airtum. «Negli ultimi 10 anni i decessi per tumore sono diminuiti del 9%, con cali del 24% per il cancro al polmone e del 13% per quello del colon-retto», spiega Massimo Di Maio, ordinario di Oncologia Medica all’Università di Torino e presidente Aiom. «Sono dati migliori della media europea e lo è anche la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi: per il tumore al seno, per esempio, è dell’86% contro l’83% europeo, per il colon-retto del 64,2% contro il 59,8%. Il merito è anche di un servizio sanitario pubblico e universalistico che, pur nella carenza di risorse, finora ha garantito le migliori cure a chi si ammala».
Le strategie
Il calo dei decessi ha tre possibili spiegazioni. «La prima è la prevenzione primaria. Il 40% dei tumori è riconducibile a stili di vita e fattori modificabili, come muoversi o mangiare meglio, ed è quindi potenzialmente evitabile», continua l’esperto. «La seconda è il miglioramento delle cure. La terza i programmi di screening, che intercettano la malattia in chi non ha ancora sintomi. Quelli di efficacia riconosciuta sono principalmente tre: mammella, colon-retto e cervice uterina. Sono garantiti dal Servizio Sanitario Nazionale e hanno dimostrato di abbassare la mortalità, sono uno strumento potente di salute pubblica. La mammografia, per esempio, riduce di oltre il 30% la mortalità per tumore al seno, il test del sangue occulto nelle feci fino al 30% quella per il colon-retto. A questi screening, in molti Paesi si sta aggiungendo più recentemente quello al polmone nei forti fumatori. La TC a basse dosi, una tomografia computerizzata che usa una quantità ridotta di radiazioni, abbassa di circa il 20% la mortalità per questo tumore e le linee guida internazionali, come le nostre di Aiom, ne raccomandano l’impiego. In Italia però non è ancora offerta a tutti. Si fa gratis in centri selezionati, nell’ambito del programma RISP, la Rete Italiana Screening Polmonare. L’auspicio è che venga esteso, anche se per questo tumore lo strumento più potente resta smettere di fumare».
Le percentuali
Uno studio pubblicato su Jama Oncology ha provato a quantificare, su dati americani, quale percentuale della riduzione di mortalità è attribuibile alla prevenzione primaria, quale agli screening e quale al miglioramento delle terapie. Tra il 1975 e il 2020, per cinque forme tumorali diffuse – mammella, cervice, colon-retto, polmone e prostata – i ricercatori hanno stimato che siano stati evitati 5,94 milioni di decessi. L’80%, circa 4,75 milioni di persone, è merito dello screening e della prevenzione. La parte del leone la fa il calo del fumo che da solo vale 3,45 milioni di vite. Il peso dei tre fattori varia da un tumore all’altro. Per la cervice uterina lo screening è responsabile della quasi totalità delle morti evitate, per il polmone la prevenzione ha pesato per il 98%. Nel colon-retto e nella prostata, la diagnosi precoce ha contribuito rispettivamente per il 79% e il 56%. Per la mammella le terapie hanno avuto un ruolo maggiore dello screening, 75% contro 25%, non perché la mammografia funzioni poco, ma perché le cure sono migliorate molto.
I test sul Dna
Il cancro nasce da errori nelle istruzioni genetiche della cellula, cioè nel Dna, e verrebbe da pensare che basti leggere quelle istruzioni per sapere in anticipo chi si ammalerà. «Eccetto un caso, non esistono oggi test sul Dna di efficacia provata, capaci di prevedere in una persona sana il rischio di tumore o di scoprirlo prima che si manifesti», conclude Di Maio. «Il caso è quello delle predisposizioni ereditarie. Chi ha in famiglia una mutazione che aumenta il rischio di ammalarsi può scoprirlo con un prelievo di sangue e saperlo aiuta a gestire il rischio con un programma di sorveglianza e, in certe situazioni, a ridurlo con chirurgia preventiva o farmaci». Negli altri casi per ora le prove non sono sufficienti a raccomandare test predittivi sul Dna.
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19 agosto 2026
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