La trama, in fondo, è un incantesimo. Dopo anni di sequel scadenti e un pubblico ormai disilluso, il franchise viene affidato a una giovane cineasta indie, Kris (una splendida Hannah Einbinder, Emmy per Hacks), autrice di un corto che rilegge la doccia di Psycho dal punto di vista della tenda.
Una major la recluta per resuscitare una saga in coma e ripulirne la reputazione, giacché il franchise è accusato di transfobia. La soluzione, di questi tempi, è nota: mettere sotto contratto una regista queer.
E qui Schoenbrun fa una cosa rara: gioca con l’artificio a ogni fotogramma, con il sangue che scorre lungo l’intera scala della finzione. Si comincia con un geyser da pozzo petrolifero, molto più sangue di quanto un corpo umano potrebbe contenerne, eccesso puro che ci spedisce dritti in cartoon-land.
A metà esatta del film arriva la mattanza girata come un music video horror alla Michael Bay, patinatissima, state-of-the-art. Poi, di colpo, una scena volutamente sbagliata, illuminata male, con un sangue che deve somigliare a uno yogurt rosa per risultare autentico, come l’ottava imitazione di Venerdì 13 finita dritta in videocassetta nel 1987.
Non è un vezzo: se tutto è artificio, saremo pronti a restare folgorati quando qualcosa di reale, all’improvviso, affiora.
C’è persino un mago della neve chiamato dalla British Columbia a fabbricare l’inverno in piena estate, perché il tipo del sangue e il tipo della neve, qui, sono la stessa persona. E intanto ci si gode i dettagli: il capo dello studio che ha appena parlato con Jason Blum di una serie su Halloween e scherza sull’assonanza tra Michael Myers e Mike Myers, la maschera ricavata da una presa d’aria, la tuta bianca, la lancia, le vecchie videocassette con il loro claim: se la visione è troppo reale, puoi sempre interromperla
