La cintura lombare è uscita dal cassetto. Stava lì, arrotolata fra una borsa dell’acqua calda e qualche vecchio rimedio della nonna, in quella modesta anticamera della medicina dove gli oggetti aspettano anni prima di essere definitivamente cestinati. Le linee guida, nel frattempo, l’avevano guardata con comprensibile sospetto: l’OMS, per la lombalgia cronica primaria, sconsiglia l’impiego routinario di cinture, corsetti e supporti; il NICE britannico fa altrettanto. Non perché ogni cintura sia necessariamente una sciocchezza, ma perché una cosa è aiutare una schiena per qualche ora, un’altra è offrirle una stampella con contratto a tempo indeterminato.

Ora arriva uno studio randomizzato, pubblicato il 19 agosto su JAMA Network Open, e domanda cortesemente di riaprire il cassetto. Non di svuotarlo sul letto, badate; soltanto di guardare meglio. In 17 centri francesi sono stati reclutati 168 adulti fra 18 e 75 anni, tutti con lombalgia aspecifica presente da uno a sei mesi, dunque un dolore lombare senza una causa precisa riconoscibile e senza sindrome radicolare. Una popolazione delimitata, non l’intera confraternita dei mal di schiena.

I partecipanti sono stati divisi in due gruppi. Il primo ha seguito le cure abituali; il secondo le medesime cure, con l’aggiunta di una cintura lombare morbida, non rigida, da portare durante le attività diurne per quattro-otto ore al giorno, per dodici settimane. La cintura, insomma, non veniva incoronata sovrana della terapia: faceva l’aiutante, con orario d’ufficio e scadenza fissata.

Il conto principale è stato fatto con l’Oswestry Disability Index, una scala da zero a cento che misura quanto il dolore intralci faccende molto meno solenni delle dispute scientifiche: camminare, sedersi, sollevare un peso, dormire. Dopo dodici settimane il punteggio era migliorato di 10 punti nel gruppo con cintura e di 5,3 in quello di controllo. La differenza media fra i gruppi era dunque di 4,7 punti. Non è una marcia trionfale; somiglia piuttosto a quella piccola distanza che, quando ci si alza da una sedia con la schiena dolorante, può separare una smorfia da una smorfia un poco più breve.

Gli altri risultati, però, meritano attenzione. Un miglioramento di almeno il 30 per cento dell’indice è stato raggiunto dal 60,5 per cento delle persone assegnate alla cintura, contro il 40,5 per cento dei controlli. Anche il dolore medio è diminuito maggiormente: la differenza a dodici settimane è stata di 8,7 punti su cento a riposo e di 10 punti durante l’attività. Numeri modesti, forse; ma la schiena, come sanno quelli che ne hanno una — categoria ancora piuttosto vasta — non consulta le fanfare prima di decidere se lasciarci infilare le scarpe.

C’è poi il tavolo dei medicinali. Durante il periodo di osservazione assumeva farmaci contro la lombalgia il 50,6 per cento dei pazienti con cintura, contro il 67,6 per cento degli altri. Per i FANS il confronto era ancora più netto: 18,5 per cento contro 36,5. Nessuna differenza significativa, invece, nelle assenze dal lavoro o nel numero delle visite mediche; e nessun evento avverso grave è stato attribuito al dispositivo. La cintura sembra dunque aver alleggerito alcune cose, non tutte: il dolore e il ricorso ai farmaci più del calendario dell’ufficio e della sala d’attesa.

Lo studio non autorizza a distribuire corsetti all’uscita delle farmacie come ombrelli quando piove. Riguarda un uso temporaneo, in persone selezionate, insieme alle cure consuete. Inoltre era uno studio open-label: chi portava la cintura sapeva di ricevere qualcosa in più, e non c’era un dispositivo placebo. Le aspettative, l’attenzione ricevuta, perfino la sensazione quotidiana di essere sostenuti possono aver contribuito al risultato. Non so in quale misura; non lo sanno neppure i numeri, che in medicina sono spesso molto seri ma non onniscienti.

Gli stessi autori ricordano che la differenza media di 4,7 punti nell’indice di disabilità resta sotto i 10 punti utilizzati come riferimento quando lo studio fu pianificato: una soglia scelta per il calcolo della numerosità del campione, precisano, e non una misura consolidata della minima differenza clinicamente importante fra i gruppi. E bisogna mettere sul tavolo anche il finanziamento: il trial è stato sostenuto da Thuasne, l’azienda produttrice della cintura esaminata, e tre autori hanno dichiarato compensi personali dalla stessa società per la partecipazione al comitato scientifico durante lo studio. Anche l’assistenza alla stesura scientifica è stata finanziata dall’azienda. Secondo quanto riportato su JAMA Network Open, Thuasne non ha però avuto alcun ruolo nella progettazione dello studio, nella raccolta, gestione, analisi e interpretazione dei dati né nella decisione di pubblicare. È una precisazione necessaria: non una condanna preventiva, non un dettaglio da infilare sotto il tappeto insieme alla polvere.

Dunque, cintura lombare, bentornata, ma con riserva. Questo studio suggerisce che un supporto lombare morbido, indossato per alcune ore al giorno e per un periodo definito, possa essere rivalutato come opzione non farmacologica in certi pazienti. Non dice che vada bene per ogni lombalgia, non la promuove a cura universale, non invita all’acquisto indiscriminato.

Grange L, Calmels P, Pers Y, et al. Lumbar Belt for Nonspecific Low Back Pain: A Randomized Clinical Trial. JAMA Network Open. 2026;9(8):e2629793. doi:10.1001/jamanetworkopen.2026.29793.

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