Quando un’azienda stabilisce che un suo dirigente ha finito di dirigere, gli manda una lettera. In Rai, invece, gli si apre un ventaglio. E’ quello che accadrà a Sigfrido Ranucci, ma è quello che succede a qualsiasi direttore, vicedirettore e manager di quella che è probabilmente l’unica azienda al mondo della quale si possa dire che “un direttore è per sempre”. Come i diamanti De Beers. Una volta nominati, in Rai si dirige o si “vicedirige” (il verbo è un’invenzione Rai) reti, generi, uffici e società controllate. E si dirige o vicedirige a vita. Quando si viene allontanati da un posto, insomma, ecco che arriva il ventaglio. Come nella grande commedia di Carlo Goldoni, “il Ventaglio”, una volta rotto, o smarrito, cercato da una pletora di avvocati, funzionari, sindacalisti, programmisti registi e uomini di fatica, diventa trofeo di riconciliazione. Ma non è una metafora, è l’articolo 5 della Carta dei diritti e dei doveri, figlia dell’accordo Rai-Usigrai del 27 maggio 1996, che nella prosa sonnambula dei verbali sindacali dispone che il giornalista dirigente – ma c’è un accordo pressoché identico per i non giornalisti – qualora rimanga senza posizione apicale possa optare fra tre altri incarichi equivalenti che l’azienda gli propone. Il ventaglio, appunto. Non solo.