di
Giovanna Cavalli
La conduttrice: «Da ragazzina riempivo il reggiseno di carta. Giurato? Girava con un sacco di soldi in tasca»
Che fa, per celebrare si accende un bel sigaro dei suoi?
«Magari, purtroppo li ho finiti e qui non si trovano. Anzi, spero che qualcuno me li regali. Di solito fumo i Toscani, ma amo anche i Nostrani del Brenta. Il sigaro più buono è quello che non hai ancora fumato». Eleonora Daniele oggi compie 50 anni. Sta in Corsica, con marito, figlia e amici.
Festeggia o si affligge?
«Eh in effetti sembra che i 50 anni siano quasi una colpa. Invece appena rientro a Roma organizzo un bel festone. Però non me li sento, sto in forma, gioco a tennis, a padel, pratico kickboxing, porto ancora in braccio Carlotta che ha 6 anni e pesa 22 chili, è tutta ginnastica. Non credevo che una gravidanza a 43 anni si rivelasse un elisir di lunga vita, invece è così. Fisicamente mi ha regalato un superpotere, passati i primi mesi dal cesareo mi sono subito sentita una bomba, come se fossi tornata giovane».
Alla faccia della «primipara attempata», ingrata etichetta che tocca a tutte dopo i 35.
«Un mito da sfatare. Io quasi lo consiglio, fa bene».
I suoi avevano una salumeria a Saonara, dove è nata.
«A 5 anni già davo una mano in bottega, portavo i sacchi di farina, riempivo gli scaffali. Quando papà si assentava, lo sostituivo io, perché le mie sorelle più grandi erano già fuori casa. Sono cresciuta con l’attitudine al lavoro».
Assaggiava?
«Mangiavo qualunque cosa. Dolci. Caramelle a chili. Ma restavo sempre uno stecchino. Così secca che a scuola mi prendevano in giro. La mia era una magrezza nervosa».
Come mai?
«Sono cresciuta in un contesto complesso. Ero felice, perché mamma e papà erano presenti. E infelice, per le difficoltà di mio fratello Luigi, che portavano a continui contrasti e litigi».
«Fino ai 17 anni ero la più brutta della scuola».
«Vero. Per sembrare più piena indossavo sempre una tuta di felpa rosa sotto i jeans. Mettevo lo scottex nel reggiseno, per apparire più formosa. E nascondevo i polsi magrissimi sotto al tavolo. Mia madre non capiva il mio disagio, lei mi vedeva bellissima».
E poi?
«Di colpo sono diventata più rotonda, piacevole all’occhio, gli amici di sempre quasi non mi riconoscevano: “E adesso chi è questa qui?”. Ora mi sono accettata. I pantaloni li riempio bene. E non uso più lo scottex». Sorride. «Solo reggiseni imbottiti».
Nel 2001 entrò al Grande Fratello.
«La tv non la guardavo , non avevo tempo. Facevo tre lavori per mantenermi, a 18 anni ero andata via da casa. Ma era un’occasione per guadagnare e aiutare la mia famiglia in difficoltà. Dopo l’infanzia complicata, di fatica e sofferenza, fare il GF o diventare famosa non mi ha cambiata. Sono rimasta quella che si prendeva addosso mille problemi».
La imbarazza questa voce nel curriculum?
«No, assolutamente. Era comunque un inizio, avevo 24 anni. E il programma era molto diverso da quello di adesso. L’ho fatto anche per mia madre, che vedevo tanto infelice. Non aveva studiato, non glielo avevano permesso perché donna. Si era dedicata alla famiglia, rinunciando ai suoi sogni. Per questo piango ogni volta che ascolto Portami a ballare di Luca Barbarossa. Mi ha sempre sostenuto, ero il suo riscatto. Avevamo un rapporto speciale, intenso, anche perché ero la più piccola. Se n’è andata un anno fa. Dal letto di morte mi ha preso la mano: “Non voglio lasciare il mio tesoro”. Quello ero per lei».
Con i soldi del GF si è tolta qualche sfizio costoso?
«No, mettevo via tutto, come una formichina. Non sono frivola, forse dovrei. Vedo tanta gente che fa fatica, che vive un’economia complicata. I soldi vanno spesi bene, mi dà fastidio chi sperpera».
Cinque anni di dizione per perdere l’accento veneto.
«Correggere le “e” strette, le doppie, si sentiva tanto. Adesso quando torno a casa mi dicono che parlo romano».
A Unomattina con Luca Giurato e le sue mitiche gaffe.
«Ci ho lavorato per 4 anni, un grandissimo giornalista. Mi ha insegnato a prendermi in giro e a sdrammatizzare. Non lo faceva apposta, era proprio così. Un giorno ospitammo in studio una signora che aveva la fobia dei gechi. Luca capì “dei ciechi”. E in diretta gliene disse di tutti i colori. “Si vergogni!”. Aveva poi l’abitudine di tenere tanti soldi in tasca. Una volta, al bar della Rai, cominciò a perdere banconote mentre camminava, come Pinocchio. E io dietro che le raccoglievo. Per me non se n’è mai andato. Luca, come Franco Di Mare, li sento ancora qui con me».
Ha posato per un calendario, ma solo per l’ambiente.
«Ho vissuto l’era in cui li facevano tutte. Me lo hanno pure chiesto e non ero contraria, alla fine non se n’è fatto niente. Non avevo un corpo prosperoso, invidiavo quelle più formose, un po’ di seno in più mi sarebbe piaciuto».
Bionda, bella. Mai stata considerata pure un’oca giuliva, secondo banale cliché?
«Dopo il liceo non avevo più potuto studiare, i miei non potevano permetterselo. Mi pesava, non era stata una mia scelta, era un vuoto nell’anima. Appena ho avuto dei soldi ho ricominciato. Sono diventata giornalista. Non ho mai permesso a nessuno di trattarmi da sciocca, quando voglio ho un caratterino forte».
Ha dovuto rimettere al suo posto qualcuno?
«Ogni giorno. Ma tendo a schivare i litigi, troppi ne ho vissuti, li detesto, i miei si scontravano spesso. Amo la pace, non le guerre».
Luigi.
«Mio fratello era un ragazzo autistico non verbale. Grave, in uno spettro avanzato».
Non parlava.
«Però non mi era difficile comunicare con lui. Ero quella che ci stava di più. Maggiore di 6 anni, mi ha visto crescere. Molto intelligente, permaloso, amante del genere femminile. Vedevo il suo desiderio. Però si trovava dentro a un corpo limitato, non capiva quello che gli succedeva».
Ne aveva anche paura.
«Sì. Quando aveva i suoi momenti bui diventava aggressivo, l’unico in grado di contenerlo era papà, io ero uno scricciolo. Stavo sempre in allerta. Sapevo che dovevo scappare, altrimenti avrebbe potuto farmi del male. A un certo punto siamo stati costretti a metterlo in istituto».
I momenti belli.
«Quando ci chiudevamo in salotto, soltanto io e lui, e ballavamo per ore, saltando come due matti. Romagna mia, gli Wham, Elton John. La musica, insieme al cibo, era la sua valvola di sfogo».
Morì a 44 anni, nel 2015.
«Accadde all’improvviso. Mi telefonò mia sorella. Restai traumatizzata, sotto i miei piedi si aprì un burrone. Per un po’ non sapevo nemmeno più dov’ero. Nel frattempo gli anni erano passati anche per me e non me n’ero accorta. Altrimenti forse un bambino lo avrei fatto prima. Mio fratello in fondo era anche mio figlio. Volevo prendere una casa e portarlo via da lì, salvarlo».
Se potesse rivederlo per dieci minuti, cosa gli direbbe?
«Stavolta vorrei che restasse con me».
In amore com’è andata?
«Bene, sono stata fortunata. Tutte storie lunghe».
Con suo marito Giulio vi siete sposati dopo 16 anni di fidanzamento. Non proprio una decisione precipitosa.
«Quando io ho perso mio fratello e Giulio sua madre, c’è stata la scossa. Siamo andati a convivere, ha funzionato, quindi ci siamo sposati. Poco dopo è arrivata Carlotta. In qualche modo, da lassù, Luigi mi ha aiutato. Nonostante tutto quello che ho passato, sono una persona felice».
Al Bano cantò l’Ave Maria.
«Una sorpresa. Arrivò di nascosto in sagrestia per fare le prove e si mise a chiacchierare con il parroco che infatti non si presentava all’altare. Ero arrivata, fecero aspettare la macchina. Mi preoccupai: “Giulio ci avrà mica ripensato?”».
La madrina di Carlotta è Mara Venier.
«Mi aveva ospitato in tv quando ero incinta, fu così carina che glielo chiesi di getto: “Ti va?”. Con i bambini è bravissima».
Il regalo che si farà.
«Un viaggio lungo, magari in Tibet».
Un augurio a Eleonora.
«Di continuare ad essere libera di scegliere. Sa una cosa?».
Dica.
«Un calendario sexy forse lo farei adesso». Se la ride. «Perché no? Le donne sono belle anche più grandi, mica solo le ventenni».
20 agosto 2026
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