di
Greta Privitera

I dati di Kpler mostrano che oltre l’80% del greggio torna a transitare sulla rotta omanita. E Washington avrebbe organizzato un corridoio protetto per le petroliere, mentre Teheran perde progressivamente terreno

DALLA NOSTRA INVIATA 
TEL AVIV – Per una volta, le iperboli di Donald Trump sfiorano la realtà. Quando lunedì ha rivendicato «il controllo totale dello Stretto di Hormuz», il presidente americano ha esagerato, come sempre, ma l’esagerazione poggia su un fondo di verità. A dirlo non è solo la Casa Bianca, ma i numeri. Li traccia Kpler, la società che monitora in tempo reale il traffico marittimo mondiale incrociando dati satellitari, segnali radar e informazioni portuali.

Secondo i suoi analisti che hanno parlato con la Cnn, negli ultimi quattordici giorni oltre l’80% del greggio che passa per Hormuz imbocca la rotta omanita, il corridoio riconosciuto dalle Nazioni Unite che l’Iran considera un affronto alla propria sovranità sullo Stretto. Il resto, quasi certamente, la segue comunque, ma «al buio», con i transponder spenti per non offrire un bersaglio ai pattugliatori dei pasdaran. Un mese fa, ricorda Homayoun Falakshahi, responsabile dell’analisi sul greggio di Kpler, su quella stessa rotta «non si registrava quasi alcun traffico commerciale»: un ribaltamento nel giro di poche settimane. «Sembra sempre più evidente», dice Falakshahi al media americano, «che l’Iran abbia perlomeno parzialmente perso il controllo di quel braccio di mare».



















































Perso, non ceduto: le petroliere lo attraversano ignorando gli avvertimenti di Teheran, ma lo fanno sotto scorta. Qui, entra in scena Washington. Il giornale Axios, citando due funzionari americani, ha scritto che gli Stati Uniti gestirebbero da settimane, in silenzio, un corridoio di transito lungo il canale meridionale, a ridosso delle acque omanite: ogni notte tra le quindici e le venti petroliere entrerebbero e uscirebbero dallo Stretto in due lunghe file, una in ingresso e una in uscita, coordinate da un task force di base a Fort Bragg, sede storica dell’82sima Divisione aviotrasportata. Il risultato, dicono le fonti, è di circa dieci milioni di barili al giorno rimessi in circolazione, la metà del volume prebellico, ma un salto enorme rispetto al collasso dei mesi scorsi.

Il segretario all’Energia, l’americano Chris Wright, ha rincarato la dose con cifre ancora più generose. Dice che quasi nove milioni di barili al giorno attraverserebbero Hormuz, altri cinque-sette milioni verrebbero instradati per vie alternative. Un totale che sfiora i quindici milioni, non lontanissimo dai venti milioni di barili quotidiani che scorrevano prima che la guerra cominciasse. Teheran, va da sé, respinge questa narrazione. È da marzo che i generali dei pasdaran rivendicano pubblicamente il «controllo completo» di quel corridoio di mare. Kpler, che di mestiere non prende parti, racconta oggi che lo Stretto non è «in mano» a nessuno, né a Mojtaba Khamenei né a Donald Trump, ma, raccontano i suoi dati, nelle ultime settimane gli americani avrebbero guadagnato terreno. Sembrerebbe un lento spostamento degli equilibri, petroliera dopo petroliera.

20 agosto 2026 ( modifica il 20 agosto 2026 | 13:01)