Recensione di
Paola Casella
giovedì 20 agosto 2026
Mehdi è un giovane cuoco algerino che sta per rilevare la proprietà di un bistrot a Lione, dove la sua famiglia si è trasferita prima che il padre morisse. La sua partner nell’acquisto del locale è Léa, che è anche la sua ragazza francese. Ma Mehdi non ha mai parlato dell’esistenza della ragazza alla madre Fatima, che vorrebbe che sposasse un’algerina e ha anche già pronta la candidata ideale. Non guasta, dal punto di vista del timido Mehdi, che Fatima abbia dichiarato di voler tornare nel suo Paese natale, dunque anche se Léa ha presentato da tempo il fidanzato ai suoi genitori, co-finanziatori del progetto di ristorazione, il ragazzo pensa di potersela cavare nel tenere lontane madre e fidanzata.
Ma quando Léa insiste per incontrare Fatima, Mehdi ingaggia la proprietaria di un bar, Souhila, affinché finga di essere sua madre. Ma Souhila è uno spirito libero che comincia a prendere iniziative impreviste dalle conseguenze pericolose, e Mehdi si troverà travolto dalle sue stesse bugie.
Spezie e bugie – La cucina di Mehdi cavalca il filone spesso esplorato dal cinema internazionale del contrasto fra immigrati che vogliono rimanere ancorati alle loro tradizioni e i loro figli che cercano invece di inserirsi nella società che li ospita.
L’esordio alla regia dell’attore e commediografo francese di origine magrebina Amine Adjina (che qui si ritaglia il cammeo di un medico incapace di farsi i fatti suoi) introduce un elemento di novità, che è l’ostinazione passiva di Mehdi, intento a condurre due vite parallele e a non farle convergere mai, che rappresenta in realtà una scissione interna molto profonda.
Questa scissione impedisce al ragazzo di sviluppare un’identità terza, cioè quella propria, perché in ognuno dei suoi due mondi obbedisce a regole altrui, tra l’altro impartite dalle numerose donne della sua vita di cui si sente personalmente responsabile. Oltre a Fatima e Léa, Mehdi subisce infatti l’influenza di Souhila, che con lui si comporta come una seconda madre, e di tre sorelle che deludono senza troppi problemi le aspettative di Fatima: una rimane incinta dopo una relazione occasionale, un’altra sta per divorziare e la terza non ha fatto circoncidere il figlio, come da tradizione famigliare e religiosa.
Sullo sfondo dell’intera vicenda, pronta a emergere in primo piano grazie ai close up dei visi goduriosi di chi assaggia le prelibatezze di Mehdi, è la cucina, che il ragazzo ha adeguato alle aspettative dell’alta borghesia francese, creando un bistrot francese in piena regola, sacrificando però completamente le proprie radici etniche. Mehdi cucina una magnifica bisque di astice, con la quale solletica il nostro appetito di spettatori fin dalla sequenza iniziale, ma non sa preparare il cous cous che, come gli ricorda Souhila, è alla base della cultura magrebina. La sua è una cucina senza memoria, e questo è il suo tallone d’Achille.
La sceneggiatura di Adjina ha una grande falla, ed è la radice della trama: poiché Mehdi ama Léa e vuole avere una storia duratura con lei, frequenta i futuri suoceri e concorda con loro l’acquisto del ristorante, come può pensare che la sostituzione di Fatima con Souhila, possa durare nel tempo? Se anche Fatima tornasse in Algeria, davvero lei e Léa non si rivedrebbero mai più?
“Da noi la bugia è sopravvivenza”, dirà Souhila a Mehdi, ricordandogli la necessità di mentire legata a reali necessità, mentre non si capisce perché Mehdi non possa presentare Léa a Fatima, visto che le sorelle prima o poi le raccontano i loro sotterfugi e non vengono per questo ostracizzate. Certo, lui è il figlio maschio su cui Fatima ha sempre fatto conto come pilastro della famiglia (e sostituto virtuale del marito defunto) ma è davvero eccessivamente ingenuo e infantile il sotterfugio con cui Mehdi pensa di sottrarsi alla rivelazione della verità.
Il ritratto di Fatima come lamentosa e ricattatoria, grazie anche all’interpretazione dell’ottima Malika Zerrouki, funziona meglio di quello di Mehdi come imbelle e terminalmente passivo, ma è l’interpretazione della grande attrice palestinese Hiam Abbass a rubare la scena nei panni di Souhila, così come è una gioia vederla divertirsi a fare la danza del ventre e a comportarsi da svitata, lei di solito così grave e composta. Ma la sceneggiatura zoppica spesso, ad esempio sottoscrivendo il ruolo del proprietario francese del ristorante che sembra avere un debole per la vulcanica Souhila, o delle sorelle che appaiono e scompaiono come meri espedienti narrativi.
Spezie e bugie è una favola gradevole che offre spunti interessanti sul tema dell’emigrazione e dell’inserimento sociale di tradizioni cultuali diverse, ma cade spesso nei cliché del genere, chiede un’eccessiva sospensione di credibilità nella premessa narrativa, e sconta una certa imprecisione nelle dinamiche relazionali fra i personaggi in scena.
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