Le liti, ma anche le scazzottate, dei poggibonsesi del Seicento finivano al Palazzo Pretorio di Certaldo
Una storia interessante da riproporre nell’estate 2026, attinta da una delle tante vicende poggibonsesi degne di nota.
Prima di tutto è importante chiarire, prima di urtare la sensibilità degli appassionati di storia dell’arte, che non si tratta dei due celebri artisti rinascimentali.
Siamo nella Poggibonsi del secolo XVII, epoca in cui il paese, come il resto della Valdelsa, appartiene al contado fiorentino, motivo per cui si usava spesso scegliere per i propri figli nomi impegnativi, che si ispiravano ad artisti famosi come, appunto, Michelangelo, Raffaello o Leonardo, ma anche ad autori latini, come Orazio, o a personaggi dell’epopea omerica, come Cassandra, o di quella più
recente, epico-cavalleresca, come Sacripante.
A raccontarci questa storia, Franco Burresi, insegnante che ha scritto moltissimo sulla sua Poggibonsi, svelando non solo la grande storia cittadina, ma anche episodi minori, di personaggi che hanno caratterizzato la vita di ogni giorno.
“Michelangelo Orselli è fattore a Badia per le Monache del Paradiso, ancora insediate nell’Abbazia di Marturi, in quell’edificio che, completamente ristrutturato poi a fine ‘800, è oggi noto come Castello di Badia. Amministra vari poderi ed è anche soldato delle bande di Sua Altezza Serenissima il Granduca”.
“Raffaello (detto Fello) Del Moro è oste a Staggia – continua nel suo scritto Burresi – nel febbraio 1610 Raffaello, dopo aver “scorticato” un bue presso un contadino di Michelangelo, ha pattuito con questi 3 scudi per la pelle di detto bue. Ma la consegna della pelle avviene tramite un intermediario. Raffaello è convinto di aver pagato, Michelangelo di non aver riscosso tutta la somma”.
“Il 9 marzo è un martedì, a Poggibonsi si fa il mercato, che allora dura tutto il giorno, anche la sera. La piazza è gremita di gente ed anche le botteghe di pannivendoli o le spezierie fanno buoni affari, con tutti quei contadini venuti dalle campagne circostanti. Tra gli avventori c’è anche Raffaello, oste di Staggia, il quale, passando davanti a casa di Michelangelo, dove quest’ultimo ha anche un magazzino a pian terreno, viene da questi richiamato a voler versare il resto dei soldi pattuiti. Raffaello risponde di sapere di non aver da dare niente e Michelangelo, a tale risposta, gli molla senza esitare due pugni sulla testa”.
Infatti un tempo le liti non andavano certo per il sottile, e alla comunicazione verbale spesso si preferiva quella…“manuale”.
“Raffaello, non essendo soldato e quindi suo pari, corre a rifugiarsi nel Palazzo del Podestà, dove, lamentandosi alquanto, riferisce l’accaduto. Ne esce dopo un po’ di tempo e si dirige alla fonte di piazza per rinfrescarsi e bagnarsi un po’ i lividi, ma proprio
dirimpetto a questa, davanti alla spezieria del Muzzi, eccoti ancora Michelangelo. Raffaello gli si rivolge, confortato forse dalla presenza di
tanta gente, dicendogli che mai nessuno gli aveva fatto un affronto del genere, ma Michelangelo replica che se lo è meritato. L’oste, convinto di non aver da dare denari, gli dice che “mente per la gola” e Michelangelo a quel punto sfodera il pugnale, pronto a colpirlo”.
“Fortuna vuole, per l’oste, che il sergente della banda, Agnolo Gagliani, è lì presente, e si frappone tra i due. In quel mentre esce anche dal Palazzo del Podestà il messo Nanni Nannelli con la tromba a “levare le offese”, pena scudi 200. Quando il Podestà aveva sentore che poteva sorgere una rissa tra due o più contendenti, mandava infatti fuori il messo, che a suono di tromba intimava di deporre le armi, “levando le offese” e minacciando una sonora multa a chi non obbedisse”.
“I due il giorno dopo, per evitare guai maggiori, decidono di fare pubblicamente la pace, ma ormai la macchina della giustizia si è messa in
moto. Il rettore del malefizio di Poggibonsi, tale Donato di Piero Nucci, detto Pennacchino, ha già fatto scrivere la denuncia, in quanto lui è analfabeta, a Romolo Alessi, che tra l’altro è anche parente dell’oste di Staggia, con evidente rischio quindi di conflitto di interessi, diremmo oggi.
Il Vicario vuol vederci chiaro nella vicenda e i testimoni cominciano ad affluire a Certaldo. Così, attraverso le testimonianze, si dipinge, come in un quadro, una piccola scena di vita quotidiana di allora”.
Fu così che i due ex contendenti furono portati al Palazzo Pretorio di Certaldo (Certaldo Alta) e con testimoni si prodiga a ricostruire la verità. Non solo: “il Vicario, dal canto suo, non fa ardere i testimoni o gli imputati, ma quando sospetta lontanamente che questi non abbiano vuotato completamente il sacco, li fa condurre nella “stanza del tormento”, dove i poveri cristi vengono fatti spogliare, legare con una fune ed alzare da terra. Vengono tenuti così, sospesi, sperando che si decidano a parlare “il tempo di un credo” (uno o due minuti) o “di un miserere” (quattro o cinque minuti). Anche il nostro oste, pur essendo in pratica l’offeso, deve subire questa
cortesia, il tempo di un miserere”.
Ecco quanto è emerso dalle ricerche di Burresi dall’archivio Vicariale di Certaldo (Atti criminali f. 837), un’epoca più semplice ma non per questo meno movimentata. Dove la Valdelsa era unica, non divisa in due province. E dove…qualche cazzottone volava quasi come nei film di Bud Spencer, con una giustizia, è il caso di dirlo….”da tre o quattro soldi”.
