In Italia li chiamiamo turisti cafoni e anche quest’estate hanno riempito i social. Le cavallette marine della Sardegna, la partita a carte in costume davanti a un cimitero di guerra, chi prende il sole sulla piazzola dell’elisoccorso. C’è chi affronta chilometri e ore di fila per mangiare un krapfen diventato virale e chi aspetta dentro una chiesa di Roma il proprio turno davanti a uno specchio per replicare il selfie visto su TikTok. Il centro nevralgico italiano è tornato a essere la Sardegna, dove i numeri chiusi devono fare i conti con gli arrivi via mare, si organizzano party nelle acque protette e gli ombrelloni vengono lasciati come bandierine per rivendicare un pezzo di spiaggia pubblica. Basta però superare i confini per capire che la maleducazione in vacanza non ha passaporto.
Cambiano anche le parole. Sulla stampa britannica diventano badly behaved, rowdy o selfish tourists. In Francia si parla delle incivilités de visiteurs. In Spagna è entrata persino nel linguaggio politico e istituzionale l’espressione turismo de excesos, utilizzata soprattutto nelle Baleari per indicare il turismo legato ad alcol, comportamenti incivili e disordini. In Giappone esiste invece una formula molto più generale ma perfetta per l’occasione: meiwaku kōi, un comportamento che arreca fastidio o disturbo agli altri. Cambiano le lingue. Un po’ meno le scene.
Dalla spiaggia di Bali alla metropolitana di Bangkok, passando per le strade di Kyoto, i palazzi di Spalato e le montagne della Romania, cambia il comportamento ma il principio resta spesso identico: considerare temporaneamente proprio un luogo che appartiene anche agli altri. Il turista cafone non conosce confini e cambia nome a seconda della lingua. Bule berulah, meiwaku kōi, pijani turisti, selfish campers. Il risultato si riconosce però senza bisogno del dizionario: arriva in un posto per goderselo e riparte lasciando agli altri il compito di sopportarne le conseguenze.