Per settimane il pubblico di The View si era chiesto dove fosse finita Whoopi Goldberg. Poi, nel marzo 2019, fu lei stessa a raccontare cosa era successo: una polmonite severa, seguita da sepsi, l’aveva portata molto vicino alla morte. «Sono arrivata molto, molto vicina a lasciare la Terra», disse in un videomessaggio trasmesso dal programma. Aveva 63 anni e, secondo quanto raccontarono successivamente i medici che l’avevano curata, al momento del ricovero presentava febbre alta, grave difficoltà respiratoria, tachicardia e bassi livelli di ossigeno. Il pneumologo Martin Greenberg stimò che, nelle condizioni iniziali, il rischio di morte fosse circa uno su tre.
Quando una polmonite non è più “solo” polmonite
La polmonite è un’infezione del tessuto polmonare. Può essere causata da batteri, virus e, più raramente, altri microrganismi. In molti casi si risolve con terapie appropriate, ma la gravità può cambiare radicalmente in base all’età, alle condizioni generali, alla causa dell’infezione e alla capacità dell’organismo di reagire.
Nel caso di Goldberg, la situazione era diventata particolarmente seria. I suoi medici raccontarono che aveva una polmonite bilaterale e che si era accumulato liquido nello spazio pleurico, tanto da impedire a una parte del polmone destro di espandersi normalmente. Il liquido dovette essere drenato due volte; alla seconda procedura fu necessario posizionare un tubo di drenaggio.
Il segnale che Whoopi Goldberg aveva sottovalutato
C’è un dettaglio della sua storia che rende il racconto particolarmente utile sul piano sanitario. Goldberg spiegò di essersi sentita male già da tempo e di aver provato, in sostanza, a “resistere”. Quando telefonò al suo medico, però, la situazione era ormai preoccupante: tremava in modo incontrollabile, faticava a parlare, non riusciva quasi a camminare e respirava con grande difficoltà. Il medico raccontò di aver temuto che potesse perdere conoscenza prima di arrivare in ospedale.
È proprio qui che la vicenda di una star diventa una lezione che riguarda tutti. Una polmonite non va giudicata soltanto dalla presenza della tosse o della febbre. Un peggioramento rapido, una difficoltà respiratoria marcata, confusione o disorientamento, brividi intensi, battito molto accelerato, debolezza estrema o la sensazione di stare improvvisamente molto peggio possono essere segnali di una condizione grave e richiedono una valutazione medica urgente. Il CDC include tra i possibili segnali di sepsi anche dispnea, febbre o brividi, tachicardia, alterazione dello stato mentale e cute sudata o fredda.
Sepsi: perché il tempo conta
La sepsi è un’emergenza medica perché può progredire rapidamente. Il trattamento ospedaliero dipende dalla causa e dalla gravità, ma può comprendere antibiotici quando è sospettata o confermata un’infezione batterica, fluidi per via endovenosa, ossigeno e supporto delle funzioni vitali. Nei casi più complessi può essere necessario il ricovero in terapia intensiva.
Anche la guarigione può richiedere tempo. L’NHS ricorda che dopo una sepsi possono servire settimane o mesi per recuperare e che alcune persone sviluppano problemi persistenti, dalla stanchezza alle difficoltà cognitive fino a disturbi che coinvolgono cuore, reni o polmoni.
Whoopi Goldberg tornò gradualmente al lavoro, ma raccontò di aver dovuto rallentare molto. E soprattutto trasformò la propria esperienza in un messaggio semplice: non ignorare un malessere che peggiora solo perché si pensa di poter “stringere i denti”. Nel suo caso, quella che poteva sembrare una brutta infezione respiratoria si era trasformata in una condizione potenzialmente fatale.
È questa la parte più importante della storia: non tutte le polmoniti diventano sepsi, ma quando compaiono segnali di deterioramento rapido, aspettare può fare la differenza.

Fonti:
ABC News, The View; Centers for Disease Control and Prevention (CDC); NHS.

