Benvenuti nel dinamico mondo dell’Inflammaging, il fenomeno biologico che descrive la reazione infiammatoria cronica di basso grado legata all’avanzare dell’età.

Il sistema immunitario, che ha il compito primario di difenderci da agenti patogeni esterni, con il passare degli anni tende a modificare la propria reattività. Anziché limitarsi ad attivarsi esclusivamente durante un’infezione acuta per poi tornare allo stato di riposo, mantiene un’attività di sottofondo.

Si tratta di un processo fisiologico invisibile che non provoca febbre né sintomi eclatanti, ma che influenza gradualmente l’efficienza dei tessuti e la prontezza delle nostre difese. Lontano da allarmismi, la biologia cellulare ci dimostra che questo meccanismo è perfettamente comprensibile e, soprattutto, modulabile attraverso le giuste scelte quotidiane.

A definire i contorni di questo paradosso scientifico è stato Claudio Franceschi, professore emerito di immunologia all’Università di Bologna, ideatore del concetto di Inflammaging. Franceschi non interpreta questo fenomeno come un malfunzionamento dell’organismo, ma lo descrive come una risposta adattativa dell’immunità innata all’accumulo progressivo di scorie molecolari sedimentate nel tempo. Come evidenzia lo scienziato: l’inflammaging rappresenta l’adattamento di un sistema immunitario altamente evoluto che risponde alla presenza della spazzatura molecolare interna. Oggi, con le ricerche di José M. Izquierdo, Universidad Autónoma de Madrid, apprendiamo che l’inflammaging non colpisce tutti alla stessa maniera, e che attraverso sani stili di vita possiamo imparare a gestirlo, rallentando il decadimento legato all’età.

Detriti cellulari

Da dove trae origine questa risposta aberrante di sottofondo? A differenza dell’infiammazione acuta, generata da un trauma o da un’infezione esterna, l’inflammaging si sviluppa a partire da stimoli interni chiamati DAMPs (Damage-Associated Molecular Patterns), ovvero piccoli residui del normale metabolismo cellulare.

Con il passare del tempo, il fisiologico ricambio dei tessuti rilascia frammenti di DNA mitocondriale, lipidi e proteine modificate. In gioventù, questi componenti vengono rimossi rapidamente dalle cellule spazzine; negli anni, tuttavia, l’accumulo di questi detriti stimola continuamente i recettori dell’immunità innata.

  • Il sensore cellulare (NLRP3): I recettori immunitari e in particolare il complesso multiproteico noto come inflammasoma NLRP3 rilevano la presenza costante di questi frammenti e mantengono attiva la linea difensiva.

  • La produzione di citochine: Questo stato di allerta stimola il rilascio continuo di citochine pro-infiammatorie, tra cui l’Interleuchina-6 (IL-6) e il TNF-alfa. Fluttuando nel circolo sanguigno, queste molecole interagiscono con la matrice extracellulare e gli endoteli vascolari.

  • L’evoluzione del timo: Parallelamente, l’organo deputato alla maturazione dei linfociti T — il timo — va incontro a una progressiva involuzione. Questo porta a una fisiologica contrazione nella produzione di linfociti naive (ovvero le cellule immunitarie giovani), con una fisiologica riduzione della riserva immunologica fino al 50-70% nelle età più avanzate.

Per monitorare la presenza di questo stato infiammatorio di sottofondo, la medicina di precisione utilizza biomarcatori specifici: un valore della Proteina C Reattiva ad alta sensibilità (hs-CRP) stabilmente superiore a 2 mg/L, abbinato al dosaggio dell’IL-6, offre un quadro chiaro sullo stato di attivazione del sistema.

Stili di vita e prevenzione

L’obiettivo della medicina della longevità non è quello di sopprimere del tutto l’infiammazione — elemento fondamentale per la guarigione dei tessuti —, ma di modularla, evitando che rimanga attiva senza necessità. Le strategie per mantenere in equilibrio il sistema immunitario passano attraverso interventi comportamentali ben definiti.

Un ruolo centrale è svolto dal controllo del tessuto adiposo viscerale. Il grasso che si accumula a livello addominale non funziona come una semplice riserva d’energia, ma agisce come un tessuto metabolicamente attivo in grado di rilasciare costantemente IL-6 e TNF-alfa. Mantenere il girovita entro limiti salutari riduce in modo diretto questo apporto citochinico.

Anche le scelte nutrizionali giocano un ruolo chiave. Una dieta mediterranea ipocalorica e ricca di alimenti vegetali integrali fornisce una barriera naturale contro lo stress ossidativo. L’apporto regolare di polifenoli (abbondanti nell’olio extravergine d’oliva, nel tè verde e nei frutti rossi) e di acidi grassi Omega-3 EPA e DHA (presenti nel pesce azzurro e nelle noci) favorisce la sintesi delle resolvine, molecole biologiche deputate alla naturale risoluzione dei processi infiammatori. La ricerca clinica conferma che l’associazione tra nutrizione bilanciata e attività fisica aerobica regolare permette di ridurre i livelli circolanti di IL-6 del 20-30%.

Infine, la gestione dello stress psicosociale e la cura del sonno profondo completano il quadro preventivo, aiutando a regolare i livelli di cortisolo e a preservare l’efficienza dei recettori immunitari.

Oggi sappiamo che la diversità che si riscontrano nelle popolazioni hanno ridefinito il concetto di inflammaging. L’invecchiamento non segue un’unica traiettoria predeterminata. Lo stato di infiammazione cronica di basso grado che si sviluppa gradualmente con l’avanzare dell’età, è stato a lungo considerato una caratteristica universale e uniforme dell’invecchiamento umano. Una ricerca firmata J.M. Izquierdo, pubblicata su Aging and Disease nell’aprile 2026 (InflammAging and Human Diversity: Expanding Horizons in Age-Related Chronic Disease) smonta una vecchia idea prospettando una più convincente chiave di lettura.

I punti chiave della ricerca:

  • L’inflammaging non si manifesta con gli stessi profili citochimici o con la stessa intensità in ogni individuo o popolazione. Pur esistendo una predisposizione genetica (polimorfismi che spiegano circa il 20-30% della variabilità dell’infiammazione), la reazione immunitaria legata all’età è plasmata dal contesto sociale, geografico, ambientale e dallo stile di vita.
  • Paragonando gruppi industrializzati e popolazioni indigene emerge una netta differenza. Gli stili di vita moderni (la sedentarietà, lo stress cronico e il sovrappeso) creano un disallineamento evolutivo che alimenta infiammazioni metaboliche.
  • Sostenere che l’inflammaging varia in base a sesso, etnia ed esposoma impone la necessità di abbandonare trattamenti anti-infiammatori generici. Il futuro incoraggia la medicina di precisione.

Se la nutrizione e l’attività fisica rappresentano la prima linea di difesa, la ricerca scientifica sta dimostrando quanto la risposta a questi stimoli sia individuale. Dunque, la scoperta chiave è che l’inflammaging non è un processo identico e universale ma varia fortemente in base a fattori genetici, etnici, ambientali e allo stile di vita, superando il modello one-size-fits-all a favore di interventi mirati stratificati sulle reali caratteristiche biologiche e ambientali della singola persona.

Bibliografia

  • J.M. Izquierdo, InflammAging and Human Diversity: Expanding Horizons in Age-Related Chronic Disease, Aging and Disease (2026)

  • Franceschi, C., & Campisi, J.; Chronic inflammation (inflammaging) and its potential contribution to age-associated diseases. The Journals of Gerontology: Series A, 69(Suppl_1), S4-S9.

  • Furman, D., et al.; Chronic inflammation in the etiology of disease across the life span. Nature Medicine, 25(12), 1822-1832.