Quando il sonno non arriva, siamo abituati a cercare la causa nelle ore immediatamente precedenti: il caffè di troppo, lo smartphone, una cena pesante. Ma la insonnia è molto più complessa e quello che accade durante l’intera giornata può avere un peso sul nostro riposo.

La insonnia non significa semplicemente dormire poco. È un disturbo caratterizzato da difficoltà ad addormentarsi, mantenere il sonno o da risvegli precoci, associati a conseguenze durante il giorno. Nella forma cronica, secondo le linee guida europee, i disturbi si presentano almeno tre volte alla settimana per almeno tre mesi.

Perché a volte il cervello non riesce a “spegnersi”

Tra i meccanismi studiati c’è quello dell’iperattivazione, o hyperarousal: uno stato di eccessiva attivazione mentale e fisiologica che può persistere proprio quando l’organismo dovrebbe prepararsi al sonno.

Stress, ansia, pensieri ricorrenti e la preoccupazione di non riuscire a dormire possono così alimentare un circolo vizioso.

Ma non è soltanto una questione psicologica. Orari irregolari, caffeina, nicotina, alcol, alcune patologie e determinati farmaci possono interferire con il sonno. In presenza di disturbi persistenti è inoltre importante valutare eventuali altre condizioni, come apnee ostruttive o disturbi del movimento durante il sonno.

La ricerca: non conta soltanto la notte

Un nuovo elemento arriva da uno studio pubblicato nel 2026 sul Journal of Behavioral Medicine e coordinato da ricercatori dell’Università del Missouri.

La ricerca ha coinvolto 67 adulti di almeno 60 anni e ha analizzato i cosiddetti behavioral-social rhythms, cioè la regolarità con cui si svolgono attività quotidiane come dormire, mangiare e avere interazioni sociali.

I risultati indicano che una maggiore regolarità di questi ritmi era associata a meno dolore, meno sintomi depressivi e un indice di massa corporea più basso. Un dato interessante perché le associazioni sono state studiate anche in relazione ai sintomi di insonnia.

La routine può quindi curare l’insonnia?

No. Ed è una distinzione importante.

Lo studio non dimostra che avere giornate più regolari faccia guarire dall’insonnia né che riduca direttamente depressione o dolore. Si tratta di una ricerca osservazionale su un campione limitato e riguarda persone di almeno 60 anni: i risultati, quindi, non possono essere automaticamente estesi a tutta la popolazione.

Apre però una prospettiva interessante: per comprendere il sonno potrebbe essere utile osservare tutte le 24 ore, e non soltanto il momento in cui spegniamo la luce.

Sonno, pasti, attività e relazioni sociali rappresentano infatti segnali temporali che contribuiscono all’organizzazione dei nostri ritmi quotidiani.

Insonnia e salute mentale, il rapporto è a doppio senso

Anche il rapporto tra insonnia e salute mentale è oggi considerato più complesso rispetto al passato. L’insonnia non viene vista soltanto come possibile conseguenza di ansia o depressione, ma come un disturbo che può coesistere con altre condizioni e che merita una valutazione e un trattamento specifici.

Per l’insonnia cronica, le linee guida europee indicano come trattamento di prima scelta la terapia cognitivo-comportamentale per l’insonnia (CBT-I), anche in presenza di altre patologie. Può essere effettuata in presenza oppure attraverso interventi digitali validati.

Il messaggio che emerge dalla ricerca, dunque, va oltre il semplice “dormire otto ore”: la salute del sonno si costruisce anche durante il giorno e la regolarità delle nostre abitudini potrebbe essere uno dei tasselli da considerare.

Fonti

Tracy E.L. et al., Behavioral-social rhythms and insomnia symptoms: associations with pain, body mass index, and depressive symptoms among older adults, Journal of Behavioral Medicine, 2026; 49(3):551-556. DOI: 10.1007/s10865-026-00646-6.

Riemann D. et al., The European Insomnia Guideline: An update on the diagnosis and treatment of insomnia 2023, Journal of Sleep Research, 2023;32(6):e14035.