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Redazione Online
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni in un’intervista al New Yok Times: «Se sentirò Trump a breve? Vedremo»
«Avrei dovuto fare teatro. Immaginate quanto mi sarei divertita di più. Non so come sia finita qui, ma ci sono finita». Inizia così l’intervista che Giorgia Meloni ha rilasciato al New York Times. Un racconto che parte dalla propria ascesa politica: «Penso che ciò che mi ha portato fin qui sia stato il coraggio di stare dalla parte scomoda della storia». E soprattutto «scegliere di andare controcorrente». Non a caso – secondo il giornalista Roger Cohen, che firma l’intervista – «coraggio» è una delle parole che ricorrono più frequentemente nel suo linguaggio politico.
Nelle dichiarazioni della premier, una delle questioni centrali del suo mandato riguarda il ruolo dell’Italia nello scenario internazionale. L’ottava economia mondiale, sostiene, ha spesso accettato di essere considerata meno influente rispetto ad altre grandi potenze. «Non mi piace l’idea di un’Italia sottomessa, di un’Italia che si considera inferiore agli altri», afferma. Il suo obiettivo è promuovere quella che definisce «la più grande rivoluzione che possa avvenire in questa nazione: una rivoluzione dell’orgoglio».
È una convinzione che, nelle parole rilasciate a Roger Cohen, affonda le radici nella sua storia personale. Entrata in quella che l’intervistatore definisce «destra post-fascista» a 15 anni, quando l’ipotesi di arrivare alla guida del governo appariva estremamente lontana, Meloni rivendica la scelta di non accettare limiti imposti dall’esterno. «Non mi piace che siano gli altri a dirmi quali sono i miei limiti», spiega al Nyt. E aggiunge che una negazione, un «no», rappresenta per lei uno stimolo.
Poi passa a parlare dei suoi rapporti internazionali. Le aspettative di Meloni nei confronti di Donald Trump non sono state pienamente confermate. La presidente del Consiglio racconta di aver immaginato un rapporto più semplice con il presidente americano, anche alla luce delle posizioni condivise su immigrazione e cultura progressista. «È evidente che, con Donald Trump, pensavo che le cose sarebbero state più semplici, vista la nostra convergenza sull’immigrazione e sulla cultura woke», afferma. Ma, aggiunge, «le cose sono andate diversamente».
A giugno, durante il vertice del G7 in Francia, Meloni aveva reagito alle parole di Trump secondo cui lo avrebbe «implorato» di essere fotografato insieme a lui. La risposta della presidente del Consiglio era stata netta: «L’Italia e io non imploriamo mai». Il rapporto tra i due leader, spiega ora Meloni, è fermo da alcune settimane. Alla domanda sulla possibilità di una conversazione dopo la pausa estiva, risponde con cautela: «Beh, vedremo».
La presidente del Consiglio, tuttavia, non considera un errore la propria posizione. «Continuo a credere che l’unità dell’Occidente sia qualcosa di molto importante», afferma. «Non decido la strategia italiana sulla base dei miei rapporti personali».
Un altro terreno sul quale Meloni ha assunto posizioni controcorrente – secondo il Nyt – riguarda il linguaggio e le battaglie del femminismo. La presidente del Consiglio ha scelto di utilizzare per sé la forma maschile «presidente», una decisione che le è valsa numerose critiche. A suo giudizio, tuttavia, il movimento femminista avrebbe concentrato troppe energie su questioni secondarie, come le quote di genere. «Quello che mi interessa è sapere se sono libera di diventare presidente del Consiglio dei ministri», afferma. «Questa è l’uguaglianza: non essere chiamata “la presidenta”». L’intervistatore, a questo punto, rievoca il celebre intervento nel quale si presentava come «una donna», «una madre», «italiana» e «cristiana». Parole, tutte queste, che Meloni considera fondativi della propria identità.
Alla domanda sul motivo per cui quelle parole abbiano avuto una risonanza così ampia, risponde che hanno intercettato una sensibilità diffusa: «Sentirsi minacciati nella propria identità più autentica, più elementare. Ha dato uno slogan semplice a una ribellione emotiva». Meloni include tra questi elementi identitari anche l’essere donna, senza tuttavia specificare quale sarebbe la minaccia alla quale fa riferimento. Alla domanda se si consideri femminista, però, preferisce non rispondere.
Sul bilancio economico del suo governo, Meloni difende con decisione il proprio operato. Di fronte alle critiche provenienti dalla sinistra, richiama una serie di indicatori: occupazione, inflazione, arrivi irregolari, spesa sanitaria e andamento dello spread. «Mi dica se non sono migliorati!», osserva, sostenendo che diversi parametri abbiano registrato progressi, seppure in alcuni casi contenuti. Poi, con ironia, aggiunge: «Ma è possibile che io non abbia fatto nulla!».
È proprio questa, però, una delle principali contestazioni che le sono state mosse. La segretaria del Patrito Democratico Elly Schlein ha indicato la crescita economica contenuta, pari allo 0,5 per cento, la diminuzione dei salari reali, il costo dell’energia tra i più elevati in Europa e le difficoltà del sistema sanitario pubblico come segnali di una possibilità non sfruttata.
Il giudizio definitivo spetterà agli elettori, spiega il Nyt. Saranno infatti le elezioni del prossimo anno a stabilire quale delle due letture — quella della presidente del Consiglio o quella delle opposizioni — avrà trovato maggiore consenso nel Paese.
21 agosto 2026 ( modifica il 21 agosto 2026 | 13:09)
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