L’Avvocato era l’energia maschile e iper-moderna, “maschio alfa” per definizione. Lei, Marella Caracciolo di Castagneto, era la grazia scultorea, un elegante cigno capace di trasformare la moda e l’arredamento in un’altissima forma di governo dello spazio. Come ha recentemente raccontato la rivista AD Italia, entrando nelle dimore storiche degli Agnelli oggi prese fra annunci immobiliari sul Web e ristrutturazioni, “la figura di Donna Marella non ha soltanto definito un ideale estetico: ha letteralmente reinventato il nostro modo di abitare”. A certi livelli, ovviamente.

Molto prima che il mondo inventasse la formula del quiet luxury – scrive la rivista – Marella Agnelli ne era già l’incarnazione vivente. Una bellezza “innata” che negli anni ’80 Oriana Fallaci descriveva con chirurgica esattezza: «Molto bella, altissima, chic, con un gran petto. Le labbra sempre rosa geranio, le scarpe con mezzo tacco, le unghie senza smalto». Una figura iconica che ha ossessionato i giganti della fotografia mondiale, da Richard Avedon a Erwin Blumenfeld.
I primi passi a Torino e la lezione della Contessa Volpi
Nata a Firenze da un principe napoletano e un’ereditiera americana, Marella portava dentro di sé una miscela perfetta di blasone europeo e pragmatismo anglosassone. Dopo il matrimonio a Strasburgo con Gianni Agnelli — avvolta in un abito-scultura firmato Cristóbal Balenciaga —, la ventiseienne principessa venne catapultata nel frenetico universo sabaudo.

Gli inizi, tuttavia, furono segnati da un’esilarante impasse domestica. La giovane sposa trascorreva le prime giornate a Torino adagiata sui divani, persa tra libri d’arte e cataloghi fotografici. A scuoterla ci pensò una celebre telefonata della temutissima contessa Lily Volpi di Misurata: «Mi giunge voce che non sai tenere una casa. Sarà anche vero che i mariti si acchiappano sotto le coperte, ma poi ci vuole una casa intera per tenerli». Fu la scossa che diede il via a una straordinaria carriera da creatrice di dimore e paesaggista.
La grammatica dell’abitare: il contrasto tra moda e arredo
Marella Agnelli possedeva un paradosso visivo unico: se nella moda applicava un’intransigente “strategia della sottrazione” (un solo gioiello importante, tailleur essenziali, calzature ultra-piatte), nell’interior design procedeva per stratificazione.

È stata lei a compiere gesti rivoluzionari per l’epoca:
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Il riscatto del midollino: Sradicò le sedie in giunco dai giardini d’inverno per elevarle a protagoniste dei saloni nobiliari.
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I contrasti cromatici: Sdoganò l’accostamento tra rosa e rosso, mescolando porcellane preziose e cotonine stampate.
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L’ossessione per i dettagli: Nelle sue stanze le penne di plastica erano bandite; al loro posto, brocche d’argento antico colme di matite di legno perfettamente appuntite.
Villar Perosa e l’enigma della “Carota”
Il vero capolavoro dinastico resta Villar Perosa, l’antico feudo sabaudo incastonato in un parco monumentale disegnato dal paesaggista Russell Page e oggi al centro di una importante opera di ristrutturazione decisa dalla figlia Margherita Agnelli, cui l’eredità ha destinato le abitazioni della Famiglia. Lì si consumavano celebri dispute estetiche: quando l’architetto Gae Aulenti scelse uno smalto arancione acceso per la piscina, l’Avvocato, guardandola dall’elicottero, s’infuriò definendola “una grande carota”. Si placò solo quando il riempimento della vasca, per rifrazione della luce, virò il colore in un impeccabile verde-grigio alpino.

Palazzo Albertini-Carandini a Roma e il rifugio di Villa Frescot
Se a Roma gli Agnelli inaugurarono negli anni ’70 un appartamento monumentale – in vendita, a quanto pare – azzerato dal travertino chiaro per far fluttuare le sculture di Giacometti e i tagli di Fontana, il vero sanctum sanctorum intimo della coppia fu Villa Frescot, la casa sulla collina torinese. Anche questa di Margherita, che l’ha messa in vendita, con un annuncio sul web, come vi abbiamo raccontato qui.

Tra le pareti avvolte dai tessuti floreali disegnati insieme a Renzo Mongiardino, Marella creò un focolare lontano dalla rigidità del centro cittadino. Un luogo dove l’arte non era esibizione, ma lusso privato: come la celebre Baigneuse Blondedi Renoir, appesa nella sua camera da letto al solo scopo di essere contemplata ogni mattina al risveglio. Una lezione d’stile definitiva: il vero lusso non risiede nell’ostentazione, ma nella padronanza assoluta dell’essenziale. Mentre in cucina c’era quel Monet finito al centro delle vicende giudiziarie dell’Eredità Agnelli, con un Warhol nella dependance dell’Avvocato, che in camera da letto teneva un ritratto della madre, Virginia Bourbon dal Monte.

