Lei dice che il vero motore delle persone è non sapere cosa accadrà. Perché?
«Perché la non conoscenza ci muove, è la curiosità che ci fa andare avanti. Se sapessimo già tutto quello che ci aspetta, forse smetteremmo di cercare. Il deserto è il nulla più assoluto e proprio per questo, per me, è la condizione ideale. Non c’è un apparente motivo, non c’è il solito previsto. E lì la parola “senza” diventa magicamente “tutto”».

«Disorganizzare la vita» è una delle sue espressioni. Che cosa significa?
«Nel deserto è la specialità della casa: tutto può cambiare in un istante e qualsiasi programma può essere annullato. Devi essere disposto a cambiare tutto in un attimo, è una condizione assoluta. Noi, invece, programmiamo anche per andare a mangiare una pizza e non siamo disposti a cambiare una virgola della nostra giornata. Dieci minuti di ritardo ci sembrano una tragedia. Nel deserto impari che il programma è soltanto un’ipotesi».

Per dieci anni ha corso per battere gli altri. Poi che cosa è successo?
«Per dieci anni ho inseguito un avversario. Volevo batterlo, superarlo, essere più bravo. Dieci anni di gare, dal 2005 al 2015. Poi l’avversario sono diventato io. Ho iniziato a correre da solo, nel nulla. Per questo oggi non so se sono stato più io ad attraversare i deserti o se siano stati i deserti ad attraversare me».

Che cosa cambia quando si è completamente soli?
«Quando stai tanto tempo da solo non fuggi più da niente: è un ritorno verso te stesso. Io per tanti anni sono stato, come dico, un abitante distratto di me stesso. Non sapevo quasi nulla di me. Il deserto mi ha insegnato ad ascoltarmi, a conoscere i miei limiti, a capire i bisogni del mio corpo».

Anche il corpo, quindi, ha dovuto insegnarle qualcosa.
«Moltissimo. Per anni ho pensato che la volontà potesse fare tutto. Poi ho capito che a un certo punto il corpo parla e devi ascoltarlo: se non segue, non segue. Una delle traversate più lunghe è durata nove giorni e il fisico, dopo un po’, non ti permette di fare ciò che vorresti. Devi imparare a onorarlo. È una lezione enorme».

Qual è stato il deserto più difficile?
«Ogni luogo ha avuto la sua difficoltà. L’Afghanistan mi ha dato la sensazione più forte di essere in un luogo in cui, da un momento all’altro, la tua vita può finire. Ho capito perché viene definito la capitale mondiale del coraggio. Ma anche i deserti freddi sono stati molto difficili. Sono stato in Russia, in luoghi quasi completamente disabitati, e non sono mai riuscito a familiarizzare davvero con il freddo. E forse c’è anche una differenza nell’umanità: nei deserti freddi l’ho percepita più fredda».