di
Greta Privitera
È tornato dall’Ohio per difendere la sua casa. Nessuno entra o esce senza un permesso dei soldati israeliani, neppure per portare la spesa
DALLA NOSTRA INVIATA
QUSRA – Ci aspetta su un terrazzo enorme, davanti a un edificio grigio e nero, squadrato, di quelli che di solito spuntano sui fianchi delle colline di Los Angeles. Ma qui, tra i fichi d’India e gli ulivi contorti di Qusra, sembra caduto da un altro pianeta. Due soldati israeliani ci accompagnano al cancello, senza dire una parola. Da lontano Loui Ridi alza le braccia per salutare. Ha quarantasette anni, cittadinanza americana, e in ventitré anni a Toledo, Ohio, ha costruito un piccolo impero di benzinai e autolavaggi. È tornato cinque giorni fa nel villaggio dove è nato, a quindici chilometri da Nablus, per difendere la casa che ha cominciato a costruire con i risparmi e i successi di una vita. Da due settimane i coloni di Tel Talpiot, sul crinale alle sue spalle, la tengono sotto assedio.
Ci viene incontro e apre il cancello. Un piede scivola appena oltre. «Dentro. Entra dentro», gli gridano i militari. Il viso si indurisce. Li guarda negli occhi, poi riporta il piede al suo posto. «Che umiliazione». Le sbarre si richiudono alle nostre spalle. «Siamo in prigione», dice Ridi. Da una parte ci sono i coloni, che scendono dalla collina, tirano pietre, montano tende. Dall’altra l’esercito, che ha dichiarato la zona militare e assicura di proteggerli dagli invasori. «Anche se poi, quando li vedono, si abbracciano e pregano insieme». Nessuno entra o esce senza un permesso, neppure per portare la spesa. L’acqua e l’elettricità sono appena tornate.
«Questo è proteggere?»
«Benvenuti», ci dice Ridi. In casa, tutti indossano scarpe americane, portate dall’Ohio. Ahmed, il nipote, ha diciotto anni. Qusai, il fratello, ha lasciato il suo business e da marzo difende l’abitazione. La sorella Suhair prepara la colazione con quello che il giorno prima gli uomini in mimetica hanno lasciato passare: pomodori, hummus, olive verdi. La madre, Aysha, 83 anni, si è trasferita qui due sere fa. Da qualche giorno, ci sono anche gli Hassan, i vicini sfrattati dai soldati che hanno trasformato la loro abitazione sotto assedio in una base.
Nel salotto ristagna l’odore di narghilè. Ridi non fuma più, Qusai ne va matto. Ridi ci mostra un video che riprende la casa occupata dai militari. Affacciati alla finestra degli Hassan, buttano coperte, giochi, vestiti. La piccola Kinda, che ha solo 4 anni, si mette a piangere. La rabbia riempie la stanza: «Questo è proteggere?». La madre è sdraiata su un letto davanti alle grandi vetrate che guardano Qusra. Ogni tanto perde la memoria e fissa il cancello. «Chi c’è fuori?», domanda. Ridi le spiega che sono i soldati. «E perché sono qui?». Lo chiede ancora e ancora. «Ogni volta risponderle è una sofferenza», dice il figlio.
Hanno reinstallato le telecamere che l’Idf aveva staccato. Sei riquadri fissi sullo schermo del salotto mostrano il muro, il cortile, la strada, la collina. Sono diventati il modo in cui la famiglia occupa le ore e calcola l’attesa. «Oggi i coloni non sono ancora scesi, ma può succedere all’improvviso». Dal tetto, a cento metri, si vedono due camper e una bandiera gialla. È lì che vivono. «Si sono fatti più audaci perché hanno l’appoggio del governo», dice Ridi. «Sono arrivati fino al mio cancello perché sanno che nessuno li punirà. Vogliono rubarci la terra e, intanto, ci rubano l’esistenza».
È il nono di dieci fratelli. A Toledo ha lasciato la moglie e le due figlie, che lo chiamano sei, sette volte al giorno. Quando era in America, dal cellulare guardava le telecamere della casa di Qusra ossessivamente, finché ha deciso di prendere un volo e unirsi alla sua famiglia.
«Amo la mia terra. Per questo tre anni fa ho iniziato a costruire la casa dei sogni». La sua vita tiene insieme due promesse, quella palestinese della libertà e quella americana del riscatto. Si commuove parlando del padre, morto nel 2014. «Ha fatto in tempo a vedere che ce l’ho fatta. Per un bambino di Qusra è un piccolo miracolo».
Ha studiato geografia alla Birzeit University, vicino a Ramallah. Poi, negli Stati Uniti, ha imparato il business, la tecnologia e la lingua di un Paese che ha fama di trasformare ambizioni in biografie. Ci era arrivato seguendo due fratelli maggiori. «Avevamo solo le valigie. Insieme abbiamo costruito una vita fortunata». Lì ha conosciuto sua moglie, palestinese nata in Ohio. Del loro matrimonio parla come di una favola.
Quanta ingiustizia
«In Cisgiordania sono stato felice. Ma solo andandomene ho capito davvero quanta ingiustizia siamo costretti a sopportare». Pensa alle cose grandi, ai coloni sulle colline. Poi alle più piccole: le gite scolastiche cancellate all’ultimo momento perché, durante la notte, compare un nuovo checkpoint israeliano e il pullman non parte. «So che la mia storia sta facendo rumore grazie al passaporto blu», dice. Quello americano. Il suo assedio ha telecamere puntate e politici — palestinesi e israeliani — disposti a venire fino al cancello. Tutt’intorno, centinaia di famiglie vivono la stessa paura senza mai diventare un caso. Vuole che l’eco della sua vicenda riporti l’attenzione sulla Cisgiordania occupata: «Non può esistere una democrazia che permetta questo». Nel 2025 l’Onu ha documentato 1.835 attacchi di coloni in Cisgiordania.
Nei primi sette mesi del 2026 ne ha già registrati più di 1.330. Oltre sei al giorno. Ma non è solo una questione di passaporto. Ridi è diventato visibile anche perché, suo malgrado, è finito in mezzo a due campagne elettorali: quella di Trump, alla ricerca dei voti degli arabi americani nel Midwest, e quella di Netanyahu, dipendente dall’elettorato dei coloni e dell’ultradestra. Il suo caso ha costretto perfino Mike Huckabee, ambasciatore statunitense da sempre vicino alle ragioni degli insediamenti, a definire «terroristi» i fanatici scesi fino a Qusra. «Ho chiesto all’ambasciata americana di venire a vedere che cosa stanno facendo a un loro cittadino». È mezzogiorno, il muezzin comincia a cantare. Dal letto, la madre dice: «È ora». Ridi le strizza l’occhio. «Credo, ma non sono molto praticante e questa cosa la fa arrabbiare». Lei lo sente e protesta piano.
22 agosto 2026
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