A una certa età, la nostra schiena non ha più una semplice cartella clinica: custodisce un archivio. Dentro ci sono lo scatolone sollevato facendo leva solo sulla zona lombare, la caduta sugli sci del 2003, vent’anni passati davanti a un monitor, il materasso “che deve essere duro” perché qualcuno ce lo disse nel 1994, e poi traslochi, valigie, bambini presi in braccio, ore al volante e quell’occasionale slancio sportivo con cui, dopo mesi di inattività, abbiamo deciso di essere ancora atleti. A sessant’anni, la colonna potrebbe legittimamente guardarci e dire: “Guarda che io ho preso nota di tutto.” Poi arriva la risonanza. E l’archivio si svela.
Il momento delicato è quando ci consegnano il referto. Leggiamo: discopatia degenerativa. Protrusione. Bulging. Riduzione dello spazio intersomatico. Artrosi delle faccette. Disidratazione discale. E alla terza riga c’è già chi pensa all’invalidità. Calma. Una delle nozioni più solide che abbiamo sulla colonna è che molti reperti visibili alla risonanza magnetica sono comunissimi anche in persone senza alcun dolore.
Una grande revisione su oltre 3.000 soggetti asintomatici ha riscontrato segni di degenerazione dei dischi nel 37% dei ventenni, nel 68% dei quarantenni, nell’80% dei cinquantenni e nell’88% dei sessantenni. Anche protrusioni e rigonfiamenti aumentano con l’età. Tradotto: si può avere un’immagine “malandata” e stare benissimo.
Il referto conta, ma va interpretato con la persona davanti. Non è un documento da ignorare: è prezioso se letto nel contesto clinico. Una protrusione può essere rilevante se sede, sintomi ed esame obiettivo combaciano. Un’ernia può comprimere una radice nervosa e provocare dolore, formicolii, ipoestesia o debolezza. Ma una parola su un foglio non è, di per sé, la spiegazione automatica di qualsiasi dolore nella stessa area.
La letteratura mostra due verità insieme: certe alterazioni sono più frequenti in chi ha mal di schiena, ma sono diffusissime anche tra chi non avverte alcun disturbo. In breve: la risonanza fotografa la struttura, non il dolore. Ed è una differenza enorme.
Perché l’archivio cresce con l’età
Perché anche la colonna invecchia. I dischi intervertebrali, che ammortizzano i carichi e consentono movimento, con il tempo perdono parte dell’idratazione, si abbassano e si modificano. Cambiano anche le faccette articolari posteriori, i legamenti, la muscolatura e l’osso. Non è per forza una catastrofe: entro certi limiti è fisiologia.
Nello stesso studio su persone senza sintomi, i segni di degenerazione delle articolazioni posteriori erano stimati intorno al 32% a 50 anni, 50% a 60 e 69% a 70. Arrivare in età matura con un’esame perfettamente immacolato sarebbe quasi più sorprendente del contrario. L’errore è pensare: “Se c’è scritto degenerativo, sono degenerato io.” No: il radiologo descrive una struttura, non fa la recensione della nostra persona.
Capitolo “vecchi traumi”
La schiena ha anche una memoria meccanica. Un infortunio passato può lasciare tracce; anni di determinate attività lavorative o sportive contribuiscono al quadro. Ma attenzione a genealogie immaginarie: “Mi fa male oggi perché nel 1987 sono caduto dalla bicicletta.” Possibile, ma dopo quasi quarant’anni servono elementi aggiuntivi.
Il dolore lombare è comune e nasce dall’interazione di molti fattori: articolazioni, muscoli, dischi, nervi, carichi, abitudini, sonno e persino il modo in cui il sistema nervoso elabora un dolore divenuto persistente. Cercare un unico colpevole perfettamente visibile in un imaging non sempre funziona.
Perché non si prescrive una risonanza a tutti
Sembra controintuitivo: “Mi fa male la schiena, facciamo la risonanza e vediamo.” Logico, ma rischiamo di scovare moltissime cose che c’erano già prima e che potrebbero non c’entrare. Le linee guida NICE raccomandano di non richiedere di routine esami di imaging per il comune mal di schiena in ambito non specialistico, a meno che non si sospetti una causa seria; in setting specialistici l’imaging si considera soprattutto quando il risultato può davvero modificare la gestione del paziente.
C’è anche un aspetto psicologico: leggere un elenco di “degenerazioni”, “protrusioni” e “riduzioni” può far percepire la schiena come fragile o “rotta” quando non lo è. Lo stesso NICE sottolinea che molti reperti sono frequenti nei soggetti senza sintomi e che esami non necessari possono alimentare ansia e indurre approfondimenti su alterazioni clinicamente irrilevanti. La risonanza è straordinaria, ma va interrogata con la domanda giusta.
Una schiena piena di carte può funzionare benissimo
Ecco il punto chiave. Avere segni di artrosi, degenerazione discale o una piccola protrusione non significa essere destinati al dolore o all’immobilità. Anzi: quando non sussistono condizioni particolari, l’obiettivo è continuare a muoversi. Le linee guida raccomandano di mantenere le normali attività e, quando indicato, programmi di esercizio personalizzati. La schiena, di norma, non va messa sotto vetro: va usata, con buon senso.
Se stiamo seduti dieci mesi e l’undicesimo decidiamo di spostare da soli un armadio perché “tanto basta piegare le ginocchia”, non è attività fisica: è un esperimento.
Non tutto, però, è “sarà l’età”
Qui è bene essere seri. Un mal di schiena nuovo o molto diverso dal solito, un dolore che peggiora rapidamente o associato a febbre e marcato malessere merita una valutazione. Le linee guida invitano a considerare cause specifiche quando vi sono indizi di trauma, infezione, neoplasia o patologie infiammatorie.
Alcuni segni richiedono attenzione immediata: nuova difficoltà a controllare vescica o intestino, perdita di sensibilità nella zona genitale/perineale o importanti deficit neurologici agli arti inferiori possono indicare una compressione nervosa severa e impongono una valutazione urgente.
Dunque: “Ho una protrusione da quindici anni” può restare un capitolo dell’archivio. “Da stamattina non sento bene entrambe le gambe” è un documento nuovo e va aperto subito.
La schiena ricorda. Ma non dobbiamo vivere dentro il referto
Possiamo avere un disco un po’ consumato, una piccola protrusione, artrosi, qualche vertebra che nel referto sembra aver attraversato due guerre mondiali, e continuare a camminare, lavorare, viaggiare, fare sport, ballare e vivere normalmente. Con l’età la risonanza inevitabilmente si arricchisce: è come guardare a sessant’anni una fotografia del viso e stupirsi per le rughe. Certo che ci sono. La domanda cruciale non è solo cosa si vede, ma come stiamo, cosa riusciamo a fare e se ciò che appare spiega davvero ciò che sentiamo.
Sì: la mia schiena è ormai un archivio. Per consultarlo potete munirvi anche di risonanza, ma, possibilmente, portate con voi qualcuno capace di distinguere un reperto importante da una vecchia pratica che poteva tranquillamente restare in faldone.