di Carlo Bordoni
Nel programma tv le coppie concorrenti, separate, vivono con tentatori e tentatrici, e si confrontano davanti a un falò con rotture e colpi di scena. Lo share è alto ma la narrazione è superata. E poi con i social siamo abituati a esporre i nostri problemi
Fu vera gloria? Di fronte al successo popolare di Temptation Island, all’invidiabile share (gli ascolti hanno registrato una media del 31%, con punte fino al 44%), alle discussioni e agli immancabili “rumors” dei social, c’è da chiedersi se davvero questo reality rispecchi il comportamento tipico di persone sottoposte a uno stress emotivo in un contesto particolare. Nel caso specifico in un luogo riservato, un resort di lusso della Calabria, in cui sette coppie, separate dai rispettivi partner, sono oggetto di attenzioni seduttive da parte di tentatori/tentatrici.
Lo spettacolo sta nell’osservare con occhio voyeuristico l’evolversi dei casi e le reazioni di fronte alle emozioni, alle mancanze, alle cadute di stile e persino ai tradimenti. Con una punta di malizioso compiacimento di fronte alle loro difficoltà, quello che con un termine tedesco si definisce Schadenfreude, il piacere segreto per il dolore altrui.
Spontaneo o recitato?
In primo luogo ci sarebbe da chiedersi se il reality restituisca davvero la spontaneità dei partecipanti o se, come ha scritto Aldo Grasso sul Corriere, si tratti di un fake. Di un falso deliberato con la partecipazione di attori o almeno frutto di una scelta del casting, che prevede una narrazione e una sceneggiatura a monte.
Bisogna tener presente, poi, il condizionamento dell’effetto Panopticon: forse più che nel Grande Fratello, i protagonisti sono consapevoli di essere continuamente visibili al pubblico e sottoposti al giudizio morale e alle critiche dei telespettatori. La sensazione di essere sotto osservazione perdura anche a telecamere spente, così come accadeva ai prigionieri nel Panopticon settecentesco di Jeremy Bentham, tenuti d’occhio da un solo, invisibile sorvegliante. Il fatto di essere visti senza poter vedere, falsifica il comportamento autentico nei confronti di altri, favorendo l’autorappresentazione e producendo persino alterazioni psicologiche.
Niente da dire sulla spettacolarizzazione: dal tempo di Guy Debord sappiamo che qualsiasi evento richiama l’attenzione generale se viene presentato in forma di spettacolo. La tv generalista è stata la prima a scoprirne l’efficacia e a sfruttarla. Ma Temptation Island, nell’edizione che si è appena conclusa, presenta criticità che lo fanno ritenere superato. Malgrado il successo.
Intanto l’esposizione pubblica delle problematiche personali, delle confessioni in diretta, che una volta poteva sollevare la curiosità morbosa dei telespettatori, adesso non è altro che la norma. Da tempo i social ci hanno abituato a un profluvio di esternazioni che hanno lo scopo di ottenere visibilità, successo o semplicemente di essere riconosciuti in una società divenuta indifferente. Mostrarsi, nei propri meriti come nelle proprie miserie, è ormai un meccanismo logoro: non appassiona più di tanto. Il privato è divenuto pubblico.
Di conseguenza la sfera della privacy si è ridotta in misura drastica, al punto che chi non si lascia attraversare dagli sguardi altrui semplicemente non esiste. I dispositivi digitali di cui siamo muniti provvedono da soli a garantire un’ulteriore e più efficace trasparenza della nostra vita. Attraverso la profilazione dei gusti personali, degli spostamenti nel territorio; delle disponibilità economiche e dei consumi.
Stereotipi su schermo
C’è stato, al riguardo, un cambiamento di prospettiva nell’idea di pubblico, non più visto in negativo come dissoluzione dell’intimità personale e della sfera privata, ma come un’apertura. Una tendenza, questa, ben lontana da quanto propone l’esposizione mediatica di reality come Temptation Island.
Ne consegue che tutto ciò che è pubblico non fa più scandalo e viene accettato con serena approvazione. L’etica, come ci ha insegnato Aristotele, è un giudizio collettivo in perenne evoluzione. Cambia a seconda dei tempi e della sensibilità sociale.
Ma l’inattualità di Temptation Island si manifesta palesemente quando mette a confronto coppie eterosessuali e le loro dinamiche conflittuali: l’attrazione sessuale, il piacere di sedurre, l’innamoramento, la passione, la gelosia, la volontà di dominio, la delusione e l’angoscia. Tutti stereotipi che semplificano il comportamento dei protagonisti e del team di tentatori/tentatrici, con la loro fisicità esibita e l’eloquio banalizzato. Il lavoro di montaggio delle scene indugia sull’esposizione dei corpi (la stagione calda propizia gli abiti succinti) e sottolinea luoghi comuni come la classica difficoltà maschile di gestire i sentimenti.
Il modello che lascia prevalere è quello della fedeltà, sulla quale si gioca il balletto delle coppie, le loro intemperanze davanti ai video mostrati dal conduttore e nel confronto catartico davanti al falò: rito liberatorio, ma scontato, di scioglimento delle tensioni accumulate o momento di rinnovato stress psicologico che rimanda alla prossima puntata.
Dunque il reality, a dispetto del nome, non rispecchia la realtà, se è vero che le relazioni sono molto più articolate e complesse; hanno superato il tradizionale binomio maschile/femminile. Si sono evolute, comprendendo una diversità di preferenze sessuali. Così come sono cambiati i canoni estetici, non più legati alla prestanza e alla fisicità dei corpi, ma centrati sulla persona nella sua unicità e individualità. Ma non è possibile chiedere questo a Temptation Island, che resta sul piano di una rappresentazione degli schemi tradizionali di coppia.
Cambiamenti di società
I movimenti di liberazione hanno contribuito a rendere pubblico il privato, in favore di un riconoscimento delle diversità, finora negate, represse oppure oscurate. Indubbiamente i movimenti femminista e LGBTQ+, maturando una diversa consapevolezza dell’idea di intimità, hanno provocato cambiamenti considerevoli nella cultura e nella società, assieme a una diversa valutazione del significato stesso di privato, fino a superare l’opposizione stessa con l’idea di pubblico.
La chiusura nel privato è ora percepita come una «deminutio», un ostacolo al riconoscimento della libera espressione dell’identità sessuale. Il privato è visto piuttosto come una coercizione; una condizione che, invece di consentire i più ampi margini d’azione e di manifestazione delle proprie emozioni, reprime la diversità. La soffoca, la chiude in un ambito ristretto. In questa spinta verso il riconoscimento dei diritti personali, si giustifica la progressiva cancellazione dei confini tra ciò che è lecito mostrare e ciò che non è permesso di esibire, fino a dichiarare che il privato è morto.
Solo l’ammissione che tutto è pubblico, che tutto è trasparente e conoscibile, senza inibizioni e ipocrisie, senza pregiudizi e moralismi, è possibile restituire al privato la sua essenza originaria, cioè la consapevolezza di sé, il pensiero profondo che determina il proprio essere e la capacità d’introspezione, la frequentazione di sé stessi. E che perciò misura, all’interno del processo di crescita, il grado di maturazione personale.
È in questa prospettiva più avanzata e aperta che format come Temptation Island, più che reality, rischiano di essere definiti “irreality”, sia pure di grande successo.
22 agosto 2026
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