Jannik Sinner non giocherà gli US Open 2026. Il numero uno del mondo ha scelto di fermarsi perché il ginocchio destro non è ancora pronto per sopportare le sollecitazioni di uno Slam. Una decisione che apre una questione molto più ampia: cosa succede alle articolazioni di un atleta sottoposte per anni a carichi, frenate, accelerazioni e cambi di direzione? E lo stesso rischio riguarda chi corre, gioca a tennis o fa sport soltanto nel tempo libero? La risposta sorprendente è che lo sport moderato non “consuma” necessariamente le articolazioni, mentre traumi, sovraccarichi estremi e recuperi insufficienti possono lasciare il segno. E nella complessa biologia di muscoli, ossa e tendini entra anche la vitamina D: fare sport all’aperto, però, non garantisce automaticamente di averne abbastanza.

Questa volta Jannik Sinner ha deciso di ascoltare il ginocchio. Il campione italiano ha annunciato il ritiro dagli US Open 2026 per il persistente problema al ginocchio destro che gli aveva già impedito di giocare a Montreal e Cincinnati. «Abbiamo capito che ho ancora bisogno di tempo per recuperare», ha spiegato Sinner dopo essere tornato ad allenarsi sul campo a Monte Carlo. Una rinuncia pesante per il numero uno del mondo, reduce da una stagione con un bilancio di 44 vittorie e appena tre sconfitte. Ma proprio la decisione di non forzare permette di guardare oltre il singolo caso. Il corpo di un atleta professionista è una macchina straordinariamente allenata ma non è indistruttibile. Ogni servizio, scatto, arresto improvviso o cambio di direzione trasferisce forze attraverso piedi, caviglie, ginocchia, anche, muscoli e tendini. Nel tennis il problema è particolarmente evidente: il giocatore accelera e frena continuamente, cambia direzione lateralmente, ruota il tronco mentre gli arti inferiori cercano stabilità e ripete questi gesti migliaia di volte. Non conosciamo in realtà una diagnosi dettagliata del suo ginocchio ma il suo caso consente però di porre una domanda: fare molto sport può usurare le articolazioni? La risposta è meno intuitiva di quanto sembri. Il movimento, entro determinate condizioni, è amico delle articolazioni. Il carico meccanico fisiologico contribuisce al mantenimento della funzione muscolare e articolare, mentre sedentarietà, aumento di peso e perdita di massa muscolare possono diventare a loro volta nemici del ginocchio. Una revisione delle evidenze su cammino, corsa e sport ricreativo ha trovato dati sostanzialmente rassicuranti: le comuni forme di attività fisica non risultano associate alla progressione strutturale dell’artrosi del ginocchio e possono essere raccomandate anche a molte persone che presentano o rischiano di sviluppare artrosi. Il concetto, dunque, non è “più corri, più consumi la cartilagine”. Una grande meta-analisi su oltre 125 mila persone aveva addirittura trovato una prevalenza di artrosi di anca o ginocchio del 3,5% nei runner amatoriali contro il 10,2% dei controlli sedentari o non corridori. Nei runner competitivi saliva invece al 13,3%. Gli autori avvertivano che non era possibile stabilire un rapporto causale e che precedenti infortuni potevano contribuire alla differenza. È esattamente qui che cambia lo scenario. Professionista e dilettante non sono la stessa cosa. Correre tre volte alla settimana non equivale ad allenarsi quotidianamente per competere ai massimi livelli. Nello sport professionistico entrano in gioco volumi e intensità enormemente superiori, insieme a competizioni ravvicinate, viaggi, superfici differenti e soprattutto una storia di piccoli e grandi traumi. Le ricerche sugli ex atleti d’élite suggeriscono infatti una maggiore prevalenza di artrosi, soprattutto agli arti inferiori, rispetto alla popolazione generale. Ma c’è un particolare fondamentale: gli infortuni precedenti sembrano avere un peso importante. Lesioni del legamento crociato, danni meniscali e altri traumi possono modificare nel tempo la biomeccanica dell’articolazione e aumentare il rischio successivo di artrosi. Una revisione sistematica sul rapporto tra sport e artrosi ha trovato un’associazione particolarmente evidente tra importanti precedenti lesioni e artrosi nei calciatori. Muoversi dunque fa bene, purché il carico sia proporzionato alla capacità dell’organismo di recuperare. Il rischio cresce quando aumentiamo improvvisamente chilometri o intensità, continuiamo ad allenarci sopra un dolore persistente, torniamo troppo presto dopo un infortunio oppure chiediamo a muscoli e tendini uno sforzo al quale non sono stati progressivamente preparati. Non esiste tuttavia soltanto la cartilagine: ci sono i tendini. Ed è qui che torna un altro protagonista dello sport: il tendine d’Achille. Il tendine non è una semplice corda che collega muscolo e osso. È un tessuto biologicamente attivo, continuamente sottoposto a microprocessi di adattamento e rimodellamento. Un carico adeguato lo rende capace di sopportare meglio le sollecitazioni. Un carico eccessivo rispetto alla capacità di recupero può invece favorire tendinopatia e alterazioni della matrice tendinea. Ma negli ultimi anni è emerso un elemento interessante: anche la vitamina D sembra partecipare alla biologia del tendine. Una review del 2024 che ha esaminato 14 studi descrive recettori per la vitamina D nel tessuto tendineo e possibili effetti sulla sintesi del collagene, sull’infiammazione e sui processi di mineralizzazione. Diversi studi osservazionali hanno inoltre associato bassi livelli di vitamina D a patologie tendinee o a una guarigione meno efficiente. Questo permette di rileggere anche un tema apparentemente estivo: sole, vitamina D e recupero dell’apparato muscolo-scheletrico.

L’esposizione della pelle alla radiazione UVB permette all’organismo di sintetizzare vitamina D e la vitamina D partecipa alla salute muscolo-scheletrica. Una scoping review pubblicata nel 2025 sulla vitamina D e sulla guarigione dopo riparazione chirurgica dei tendini ha trovato che la carenza era frequentemente associata a risultati peggiori, guarigione più lenta e maggiore frequenza di nuove rotture. Ma otto dei dieci studi inclusi riguardavano la cuffia dei rotatori e la qualità complessiva delle prove era bassa. Gli autori sottolineavano esplicitamente la scarsità di studi su tendine d’Achille, rotuleo e flessori. È quindi più corretto dire che un adeguato stato della vitamina D potrebbe rappresentare una delle condizioni biologiche favorevoli alla salute tendinea. Ma un atleta non prende già tantissimo sole? Immaginiamo un tennista professionista: ore sui campi, tornei in Paesi soleggiati, preparazione atletica all’aperto e vacanze. Sembrerebbe il candidato meno probabile a una carenza di vitamina D. E invece non è necessariamente così. Una meta-analisi su 5.456 atleti d’élite ha stimato un’insufficienza di vitamina D, utilizzando la soglia di 50 nmol/L, in circa il 30% degli atleti adulti e nel 39% degli adolescenti, anche se per questi ultimi la differenza non risultava statisticamente significativa. Una precedente meta-analisi su 2.313 atleti, utilizzando una soglia più alta per definire l’inadeguatezza, aveva trovato percentuali ancora maggiori e un rischio superiore durante inverno e primavera e negli sport indoor. Non c’è contraddizione: molto dipende dalla soglia utilizzata per definire insufficienza o carenza. Il punto è un altro: essere atleti non rende immuni da bassi livelli di vitamina D. La sintesi cutanea dipende da molti fattori, contano stagione, latitudine, ora del giorno, quantità di pelle esposta, pigmentazione cutanea, abbigliamento e caratteristiche individuali. Un atleta può allenarsi all’aperto molto presto al mattino o nel tardo pomeriggio, quando la disponibilità di UVB è diversa, oppure trascorrere una parte importante della preparazione in palestra. E poi esiste la stagionalità. Il patrimonio di vitamina D accumulato durante l’estate non rappresenta necessariamente un’assicurazione sufficiente per tutto l’inverno. Da qui nasce un concetto interessante per lo sport professionistico ma valido anche per chi pratica attività fisica normalmente: allenarsi molto e alimentarsi bene non significa automaticamente essere al riparo da ogni carenza nutrizionale. La vitamina D non dovrebbe essere considerata un integratore per “rinforzare i tendini” da assumere indiscriminatamente. Prima viene lo stato individuale. Quando esiste il sospetto di una carenza, il parametro utilizzato nella pratica clinica è la concentrazione ematica di 25-idrossivitamina D [25(OH)D]. Correggere una vera carenza è una cosa. Assumere dosi elevate senza indicazione nella speranza di proteggere automaticamente ginocchio, cartilagine e tendine d’Achille è un’altra. E non è dimostrato che portare la vitamina D oltre valori già adeguati trasformi tendini sani in tendini più resistenti agli infortuni ma occorre tenere d’occhio questo parametro. Un campione può avere a disposizione preparatori, fisioterapisti, medici, nutrizionisti, diagnostica e programmi personalizzati, ma resta sottoposto alle leggi della biologia e il recupero ha bisogno di tempo. Per il professionista significa trovare il confine sottilissimo tra allenamento capace di produrre adattamento e carico che supera la capacità dei tessuti di recuperare. Per il dilettante significa qualcosa di ancora più semplice: non avere paura del movimento, ma rispettare progressione, recupero e dolore. E per entrambi significa ricordare che la salute muscolo-scheletrica non dipende da un solo elemento. Contano carico di allenamento, forza muscolare, precedenti infortuni, sonno, alimentazione, peso corporeo, recupero e anche un corretto equilibrio di micronutrienti. La vitamina D appartiene a questo mosaico. Il sole contribuisce alla sua produzione, ma non è una medicina per un tendine lesionato. Il messaggio delle decisione di Sinner sta proprio qui: nello sport ad altissimo livello fermarsi può essere parte dell’allenamento quanto giocare. E quando un’articolazione chiede tempo, persino il numero uno del mondo deve concederglielo.