di Fiamma Tinelli

Soldi, affari, potere: la moglie di Bashar al-Assad voleva tutto. Ecco i nuovi dossier che la raccontano

Per Asma al-Assad, Abu Dhabi avrebbe dovuto essere la via d’uscita. Una nuova casa, lontano da Mosca e dall’ombra della Siria. Ma la risposta arrivata dagli Emirati Arabi Uniti è stata secca: no.
Il quotidiano Yedioth Ahronoth ha rivelato che la richiesta di residenza dell’ex first lady siriana è stata respinta direttamente dallo sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan. «Motivi di sicurezza».
È il secondo schiaffo dopo quello di un anno fa, quando la figlia Zein fu costretta a lasciare la Sorbona di Abu Dhabi per le proteste degli studenti siriani (uno di loro, misteriosamente scomparso). Mesi dopo, si è saputo che Zein si era diplomata all’Istituto statale di Relazioni internazionali di Mosca. Gli Emirati, sempre più vicini all’Occidente, non vogliono rogne.
In Siria, il discusso presidente Ahmad Al Shara guida un governo di transizione. L’11 agosto, un tribunale siriano ha condannato a morte in contumacia l’ex dittatore Bashar al-Assad per i crimini commessi durante la guerra. Quando fuggì da Damasco, nella notte dell’8 dicembre 2024, Assad lasciò un Paese in macerie: 600 mila morti, 13 milioni di sfollati. Asma e i tre figli – Hafez, Zein e Karim – lo aspettavano a Mosca, al sicuro, nelle stanze lustre del Four Seasons. Lei sperava che la parentesi russa durasse poco. E invece.

L’ex “Rosa nel deserto” (così Vogue nel 2011 celebrava la moglie di Assad, “il volto laico e moderno della nuova Siria”), cittadina britannica ma non gradita nel Regno Unito, resta a Mosca. Dovrà continuare a viaggiare in incognito, gli uomini dell’FSB alle calcagna. Sempre che non arrivi un’incriminazione anche per lei, certo. Perché le recenti rivelazioni sul suo conto potrebbero far aprire nuove indagini. E renderle ancora più difficile trovare un Paese disposto ad accoglierla.



















































Le nuove ombre sull’ex first lady — un passato di cover patinate, brunch all’Eliseo, posa da principessa illuminata — emergono da un’inchiesta del britannico The Observer e da un vasto dossier di Lighthouse Reports, BBC e Der Spiegel. Rivelano che Asma non fu una spettatrice delle mostruosità del marito, oggi accusato di crimini di guerra e contro l’umanità, ma un ingranaggio essenziale del regime. Ex banchiera di JPMorgan, a Londra, durante la guerra Asma avrebbe controllato interi settori dell’economia, distolto aiuti internazionali. E soprattutto, coperto il rapimento sistematico dei figli dei dissidenti, nascosti negli orfanotrofi legati al Syria Trust for Development, fondazione sotto il suo controllo. Migliaia di minori, spesso neonati, sottratti ai genitori; molti affidati a famiglie vicine all’establishment. Un sistema di potere, il suo, inimmaginabile fino a pochi mesi fa. Dettagli che affiorano come sangue dalla sabbia.

«Suleiman, può cercarmi questo vaso Ming da Harrods? In questi giorni ci sono i saldi. Asma». «Comprato. Oggi dovrebbe arrivarle anche una lampada Armani e il tavolo su misura. Mi faccia sapere se serve altro».
Mentre nel carcere di Sednaya stupravano i dissidenti con le spranghe, Asma al-Assad faceva shopping. Dietro quella disponibilità economica, un sistema finanziario ben orchestrato.

E, prima ancora, un ricatto.
All’inizio della guerra, nel 2011, Asma tentò di lasciare Damasco. Il motivo, ricostruito dall’Observer, è interessante. No, la first lady non era sconvolta dalla violenza del regime. Era gelosa. Ayman Abdel Nour, ex stretto collaboratore di Assad, racconta che Bashar era un traditore seriale: assistenti, segretarie. La preferita era Luna al-Shibl, ex giornalista di Al Jazeera e stretta consigliera del presidente. Secondo Abdel Nour, una sera Asma arrivò all’aeroporto con i figli, pronta ad andarsene, ma gli uomini dei servizi la bloccarono. Per Bashar, la sua fuga sarebbe stata un disastro d’immagine. Lei accettò di restare a una condizione: più autonomia e il controllo di una parte degli affari del regime.

Tra il 2016 e il 2020, il nome di Asma e del suo Syria Trust for Development compare sempre più spesso dietro gli affari che contano. Il Middle East Institute di Washington colloca il cambio di passo con la caduta di Rami Makhlouf, cugino di Bashar e dominus dell’economia siriana.
È allora che Asma mette in piedi i Rijal al-sitt, «gli uomini della Signora»: scagnozzi che sorvegliano le compravendite, taglieggiano gli imprenditori sgraditi e possono bloccare conti correnti privati e aziendali. Non è tutto.

Il Trust diventa anche un passaggio obbligato per gran parte degli aiuti internazionali Onu. Il meccanismo è semplice, mostra un report di Chatham House: perché un progetto umanitario venga approvato, il governo deve riconoscere l’ente siriano destinatario dei fondi. Il primo è il Trust di Asma. I fondi vengono distribuiti secondo liste elaborate dagli apparati. Così, il denaro destinato a una popolazione affamata dal proprio stesso governo finisce all’esecutivo, alle milizie, alle famiglie dell’élite. Tra il 2012 e il 2016, secondo il Guardian, le agenzie delle Nazioni Unite, finanziate da quegli stessi governi che avevano imposto le sanzioni agli Assad, trasferirono al Syria Trust 8,5 milioni di dollari. Ed è solo una parte dei fondi.
Poi, ci sono i bambini.

A Idlib, Bisan aveva 15 anni, un figlio di 18 mesi, Omar, ed era incinta del secondo quando il marito, combattente dell’Esercito siriano libero, rimase gravemente ferito. Rimasta sola, spiega all’Observer, cercò di raggiungere la madre a Damasco. Le guardie la fermarono lungo la strada e la rinchiusero con Omar in una cella del carcere di Mezzeh. Reato: il legame con un ribelle.
Bisan partorì il secondo figlio ammanettata al letto dell’infermeria. Fu riportata in cella poche ore dopo, il neonato in una culla improvvisata con la sciarpa. Per lui, scelse il nome di Walid. Poi, arrivarono le guardie. «Mi strapparono Omar dalle braccia. Piangeva terrorizzato. “Lui viene con noi, lo cresceremo meglio di te”, dissero». Pochi mesi dopo, le tolsero anche Walid.

Sono oltre 3.500, secondo la Rete siriana per i diritti umani, i figli sottratti alle famiglie degli oppositori al regime. Dissidenti politici, militari, ma anche gente comune che al mercato aveva rivolto la parola alla persona sbagliata. Di molti di quei bambini non si sa più nulla.

I sei figli di Rania al-Abbasi, dentista e campionessa di scacchi, apolitica, furono prelevati l’11 marzo 2013 nella loro casa di Damasco dal Mukhabarat, la polizia segreta. Dima aveva 14 anni, Entisar 13, Najah 11, Alaa 8, Ahmed 6 e Layan 2.

Il padre, Abdul Yassin, era stato arrestato il giorno prima per aver prestato 20 euro a un vicino in difficoltà. Abdul e la moglie furono giustiziati. Najah, la madre di Rania, ha cercato i nipoti per tredici anni. A maggio, la Commissione siriana per le persone scomparse ha annunciato che sono morti.

Durante la guerra, Asma si mostrò molto vicina alla causa dei bambini senza famiglia. Il Syria Trust finanziava orfanotrofi come gli SOS Children’s Villages e ne influenzava le nomine. Nell’agosto 2013, mentre Bashar gasava il proprio popolo con il sarin, Asma visitava i centri e si faceva fotografare tra piccoli festanti. Non esistono documenti che attestino un suo ordine diretto di rapire i bambini, ma le testimonianze raccolte convergono: sapeva dei figli dei detenuti nascosti negli istituti, conosceva il sistema di violenze, appoggiava i servizi.

«Un giorno chiesi ad Asma perché nel centro ci fossero tanti piccoli di genitori ignoti. Rispose seccata: sono figli di terroristi, quello che succede loro non è affar tuo. Attenta a non metterti nei guai». Maya, nome di fantasia, lavorava in uno degli orfanotrofi coinvolti. All’Observer ha raccontato che a molti dei bambini veniva cambiato il nome. I familiari, disperati, li cercavano ovunque. Se si presentavano al centro, i dipendenti avevano l’ordine di avvertire i servizi. Distruggere l’identità dei dissidenti era l’arma segreta di Assad.

I bambini rapiti diventarono strumenti di pressione: gli uomini del Mukhabarat li mostravano per pochi minuti ai genitori incarcerati, per estorcere informazioni. Poi venivano spediti lontano, affidati a famiglie vicine al potere.

Chi tra i bambini protestava o chiedeva della mamma, riporta un’inchiesta di New Lines, veniva riempito di sedativi. Chi era troppo grande per trovare casa veniva spinto per strada, senza documenti né cibo. Tariq, dodici anni, finì a inalare colla sotto i cavalcavia. Il 2 luglio 2016 – all’indomani della Notte del Destino, durante il Ramadan – la moglie del presidente, un foulard di seta tra i capelli, visitò l’orfanotrofio di Dar al-Rahma: «Qui soccorriamo bambini sunniti e sciiti, senza distinzione. Sono tutti figli nostri».

Abdo, cugino di Asma, sostiene che nonostante l’ex first lady non ami Mosca, oggi non se la passa male: «Ha proprietà ovunque, conti in banca. Si dedica agli investimenti in Cina con l’aiuto del figlio Karim, che parla mandarino». Guarita da un cancro al seno nel 2019, oggi Asma sarebbe in cura per una leucemia mieloide acuta. Le informazioni sulla sua salute, ha commentato Kamel Saqr, ex collaboratore di Assad, provengono però soltanto dallo staff dell’ex presidente. «Non sarebbe la prima volta che Bashar usa la moglie per distogliere l’attenzione».

Nel 2020, il gruppo di avvocati Guernica 37 ha denunciato Asma alla War Crimes Unit britannica per il suo sostegno ai crimini del marito. Durante l’indagine è stata valutata anche la revoca della cittadinanza, senza poi procedere. Era sei anni fa. Alla luce delle nuove inchieste, il fatto che Asma sia ancora cittadina britannica – spiega Luis Moreno-Ocampo, procuratore capo della Corte penale internazionale – potrebbe aprire la strada a un procedimento nel Regno Unito e presso la CPI.

Bisan Juma, la madre di Omar e del piccolo Walid, dopo la caduta del regime è riuscita a ritrovare i figli, in due istituti diversi. Li cercava da sette anni. Non l’hanno riconosciuta.
Di Asma dice solo: «Che Dio non la perdoni».

22 agosto 2026