Il 24 luglio, sessantotto giorni dopo la dichiarazione dell’emergenza sanitaria internazionale, il primo volontario ha ricevuto una dose del vaccino ChAdOx1 BDBV. Un gesto minimo: un ago, una fiala, un adulto sano. Eppure dietro quel gesto correva una macchina messa in moto con una velocità quasi impensabile, perché dal progetto al test sull’uomo erano trascorse circa otto settimane e perché, intanto, nella Repubblica Democratica del Congo l’epidemia continuava ad allargarsi.
Il focolaio era stato dichiarato il 15 maggio. Da allora i casi confermati hanno superato i 5 mila, i morti si avvicinano a 2.500: è la più grande epidemia di Ebola mai documentata nel paese e la seconda più estesa della storia. Secondo Richard Hatchett, amministratore delegato della Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (CEPI), se i primi studi non incontreranno ostacoli, le sperimentazioni nelle comunità congolesi potranno cominciare già a settembre. Entro dicembre potremmo allora sapere se almeno uno dei vaccini candidati protegge davvero dalla malattia.
Potremmo sapere. Non significa che il vaccino sarà certamente autorizzato, distribuito e pronto per una campagna di massa entro la fine dell’anno. Le parole, nelle emergenze, vanno sorvegliate quanto le epidemie: “pronto” può voler dire molte cose, e in questo caso indica una prima prova di efficacia abbastanza solida da aprire la strada a un’autorizzazione d’emergenza. Sarebbe già moltissimo. Ma non sarebbe ancora la fine della strada.
C’è poi un equivoco che il nome Ebola tende a nascondere. Ebola non è un solo virus. I vaccini già autorizzati sono stati costruiti contro lo Zaire ebolavirus; l’epidemia in corso è invece provocata dal Bundibugyo, una specie diversa, molto più rara. Fu identificata per la prima volta in Uganda nel 2007 e, prima di oggi, aveva causato un solo altro focolaio documentato, in Congo nel 2012. Troppo poco, evidentemente, perché si formasse un mercato disposto a pagare anni di ricerca, prove cliniche, fabbriche e procedure di approvazione.
Qui affiora una delle contraddizioni più crude del congegno: un virus raro può essere trascurato proprio perché colpisce raramente, finché non comincia a uccidere in numero sufficiente da diventare un’emergenza mondiale. Che cosa si fa, allora? Si aspetta il prossimo focolaio per ricominciare da zero? Quando Bundibugyo ha ripreso a correre in Congo, non esisteva alcun vaccino specifico già pronto per essere provato sull’uomo. Il tempo perduto prima dell’epidemia doveva essere recuperato durante l’epidemia.
La CEPI ha scelto perciò di non affidarsi a una sola carta. Ha finanziato in parallelo quattro candidati: il vaccino a vettore adenovirale dell’Università di Oxford, un prodotto a mRNA e due prototipi basati su vettori rVSV. Tecnologie differenti, un unico tentativo: usare piattaforme già studiate contro il Covid-19 e altri filovirus per evitare di ripercorrere ogni volta, con esasperante lentezza, l’intero cammino preliminare. Non è una garanzia di successo. È una maniera razionale di non consegnare tutto al successo o al fallimento di un solo laboratorio.
Il candidato di Oxford è quello più avanti. La sua fase 1 coinvolgerà cinquanta adulti sani e dovrà stabilire anzitutto se il prodotto sia sicuro e quale risposta immunitaria provochi. In Canada è cominciata anche la fase 1 del candidato a mRNA, con circa ottanta volontari. Ma la corsa non si svolge soltanto nei laboratori e negli ambulatori: si svolge nelle fabbriche. Il Serum Institute of India ha prodotto e accantonato, in appena due settimane, circa 620 mila dosi del vaccino di Oxford; quattromila serviranno alla sperimentazione.
Fabbricare centinaia di migliaia di dosi prima di sapere se funzionino è un azzardo economico. Può significare riempire magazzini di un prodotto che non verrà mai usato. Ma l’alternativa è più grave: ottenere dati favorevoli e perdere poi mesi ad avviare la produzione, mentre il virus continua a passare da un corpo all’altro. Se si prepara prima la capacità industriale, il rischio riguarda il denaro; se si aspetta, il rischio ricade sul tempo. E durante un’epidemia il tempo si misura in vite.
Resta il passaggio che nessuna accelerazione può fingere di aver già superato: il trial sul campo. Una risposta immunitaria osservata in volontari sani non equivale ancora a una protezione reale nelle comunità colpite. Per dimostrarla bisognerà lavorare in un territorio attraversato da conflitti e gruppi armati, raggiungere e seguire i partecipanti, conservare i vaccini nella catena del freddo, conquistare una fiducia che non si ottiene con un comunicato. La scienza può progettare una piattaforma in poche settimane; non può abbreviare per decreto le strade, disarmare i gruppi armati o imporre fiducia a una popolazione.
Anche il denaro torna a presentare il conto. La CEPI stima che occorrano altri 128 milioni di dollari per mantenere i programmi nei tempi previsti. Nel frattempo Ervebo, il vaccino sviluppato contro lo Zaire ebolavirus, viene studiato per capire se possa offrire una protezione parziale. Può forse diventare un riparo provvisorio; non sostituisce però una contromisura mirata contro Bundibugyo.
Se entro dicembre arriverà una prova convincente, la svolta non riguarderà soltanto questo virus e questa epidemia. Vorrà dire che tecnologie preparate in anticipo, fabbriche capaci di muoversi subito e sperimentazioni progettate prima dell’emergenza possono comprimere gli anni in mesi. Non cancellare il rischio, non promettere miracoli: arrivare prima.
Per ora, in un deposito, ci sono centinaia di migliaia di dosi che aspettano il verdetto dei dati. Potrebbero diventare protezione oppure restare soltanto fiale inutilizzabili. È in quella attesa, così concreta e così fragile, che si misura la distanza fra il prossimo disastro e la possibilità di prevenirlo.

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The Times, “Ebola vaccine could be ready by end of year”, 22 agosto 2026.
Katie Lang, “Ebola: how soon could a Bundibugyo vaccine be ready?”, The BMJ, 5 agosto 2026.
The Lancet Microbe, “Research response to the Bundibugyo ebolavirus outbreak”, 14 agosto 2026.
World Health Organization, “The 2026 Bundibugyo virus disease outbreak in the Democratic Republic of the Congo in context”, Weekly Epidemiological Record, vol. 101, n. 33, agosto 2026.
University of Oxford, “First volunteer vaccinated in the world’s first Bundibugyo ebolavirus vaccine trial”, 24 luglio 2026.
ISRCTN Registry, studio BD-Ebov-01 sul vaccino ChAdOx1 BDBV, ISRCTN72157798, 2026.
ClinicalTrials.gov, studio di fase 1 sul vaccino mRNA-1469, NCT07737717, 2026.

