di
Massimiliano Jattoni Dall’Asén
La gestione di un conto è rincarata del 23% in dieci anni. La Lombardia concentra un quinto dei depositi, mentre Bolzano guida la classifica pro capite
I conti correnti costano sempre di più, ma gli italiani continuano a lasciare in banca una parte consistente dei propri risparmi. Nell’arco di dieci anni la spesa media di gestione è aumentata del 23%, mentre sui conti delle famiglie si sono accumulati 1.163 miliardi di euro. Una montagna di liquidità distribuita, però, in modo tutt’altro che uniforme: circa un quinto è concentrato nella sola Lombardia e tra le province si passa dai 30.400 euro per abitante di Bolzano ai meno di 9.700 euro di Crotone.
È il quadro tracciato da uno studio dell’Adusbef, l’Associazione Difesa Utenti Servizi Bancari, sulla base dei dati della Banca d’Italia. La fotografia contiene un doppio paradosso: le famiglie mantengono sui conti una quantità crescente di denaro, nonostante la liquidità non vincolata sia generalmente poco remunerata; e pagano costi molto diversi a seconda che utilizzino un conto tradizionale oppure uno online.
I costi sono saliti del 23%
Secondo l’ultima indagine della Banca d’Italia, in dieci anni il costo medio di gestione di un conto corrente bancario tradizionale è passato da 82,2 a 101,1 euro all’anno. L’incremento è quindi di 18,9 euro, pari al 23%. A pesare maggiormente sono state le spese variabili legate alle operazioni effettuate dal cliente, come bonifici, pagamenti e prelievi. Questa componente è cresciuta del 34,2%, passando in media da 26,6 a 35,7 euro. Ancora più marcato l’aumento delle sole spese per le disposizioni, salite del 62,6%.
Più contenuta, ma comunque consistente, la crescita dei costi fissi, che comprendono canoni e carte: in questo caso l’aumento è stato del 17,6%, da 55,6 a 65,4 euro annui. Il rincaro del 23% si è però formato nell’arco dell’intero decennio e non descrive l’andamento dell’ultimo anno. Nel 2024, periodo al quale si riferisce l’ultima rilevazione disponibile, la spesa media dei conti tradizionali è rimasta sostanzialmente stabile: 101,1 euro contro i 100,7 del 2023. Sono diminuite le spese fisse, mentre sono aumentate le commissioni medie sulle operazioni e l’operatività dei correntisti.
Un conto online costa meno di un terzo
La media di 101,1 euro non riguarda indistintamente tutti i conti. L’indagine di Bankitalia, condotta su oltre 14 mila rapporti bancari e quasi mille conti postali, mostra una distanza molto ampia tra i diversi canali.
Per un conto online la spesa media è di 30,6 euro, meno di un terzo di quella sostenuta per un conto tradizionale. Un conto postale costa invece mediamente 71,6 euro. Considerando insieme conti bancari tradizionali, online e postali, la spesa media ponderata scende a 85,3 euro, 2,5 euro in meno rispetto all’anno precedente soprattutto per la maggiore diffusione dei rapporti online.
C’è poi il bollo. I 101,1 euro indicati per il conto tradizionale non comprendono l’imposta, che nel campione è stata pagata per un importo medio di 16,5 euro. Includendola, il costo effettivo sale a 117,6 euro all’anno.
Sui conti restano 1.163 miliardi
Lo studio di Adusbef analizza poi il valore dei depositi bancari, ossia le somme che le famiglie italiane mantengono sui conti correnti, escludendo le forme di liquidità remunerata o vincolata. Come detto, alla data del 31 maggio 2026 le famiglie consumatrici disponevano complessivamente di circa 1.163 miliardi di euro. Rispetto ai circa 906 miliardi del maggio 2016, l’aumento nominale è del 28,3%, pari a 257 miliardi.
Nello stesso periodo, rileva l’associazione, l’inflazione complessiva è stata pari al 23,6%: secondo il calcolo proposto da Adusbef, al netto di questa componente l’aumento della ricchezza depositata si riduce quindi al 4,7%.
Il dato non segnala necessariamente un corrispondente incremento del benessere delle famiglie. La crescita della liquidità può riflettere anche un atteggiamento prudenziale: denaro mantenuto immediatamente disponibile per affrontare spese impreviste, anziché destinato ai consumi o a forme d’investimento potenzialmente più remunerative. Una scelta che offre sicurezza, ma espone i risparmi alla perdita di potere d’acquisto provocata dall’inflazione.
Un quinto dei depositi è in Lombardia
La distribuzione territoriale mostra forti squilibri. Con quasi 239 miliardi di euro, la Lombardia concentra da sola il 20% di tutta la ricchezza depositata sui conti correnti italiani. Seguono, a grande distanza, il Lazio con 122 miliardi e il Veneto con 105 miliardi. All’ultimo posto si trova la Valle d’Aosta, con circa 2,8 miliardi.
I valori assoluti risentono naturalmente del numero di abitanti e delle dimensioni economiche delle regioni. La graduatoria cambia quindi se l’ammontare dei depositi viene rapportato alla popolazione residente. In questo caso il primo posto spetta alla provincia di Bolzano, con quasi 30.400 euro per abitante. Seguono Milano con 27.900 euro, Piacenza con 26.800, Sondrio con 26 mila e Belluno con 25.650 euro. All’estremo opposto si trova Crotone, con una media di 9.679 euro per residente. Seguono Sassari, con 9.741 euro, e Nuoro, con circa 10.600 euro.
Gli aumenti maggiori
Anche la crescita registrata nell’ultimo decennio presenta differenze rilevanti. Tra il 2016 e il 2026 il valore nominale dei depositi è aumentato del 43,2% in Trentino-Alto Adige, l’incremento più elevato in Italia. Seguono la Sardegna con il 42,7% e il Friuli-Venezia Giulia con il 39,7%. In fondo alla graduatoria si trovano invece le Marche, dove l’aumento si è fermato al 10,6%, e la Liguria, con il 14,5%.
«La crescita dei depositi bancari degli italiani è un segnale che riflette la volontà delle famiglie di proteggersi in un contesto di persistente incertezza economica», osserva il presidente dell’Adusbef, Antonio Tanza. Il dato, avverte, non deve però essere interpretato come un indicatore di «maggiore benessere diffuso», perché spesso il risparmio è il risultato della rinuncia ai consumi e di un atteggiamento prudenziale. Per l’associazione è quindi necessario che il sistema bancario valorizzi queste somme attraverso condizioni trasparenti e remunerazioni adeguate, tutelando i consumatori e sostenendo al tempo stesso la fiducia nell’economia.
22 agosto 2026 ( modifica il 22 agosto 2026 | 10:12)
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