di
Lorenzo Cremonesi

È lecito sospettare che tra questi cargo vi siano le navi con cui lo zar cerca di esportare le sue risorse energetiche messe sotto embargo dai Paesi della Nato dopo l’invasione dell’Ucraina

BATTY BAY (Canada settentrionale) – I navigatori d’esperienza affermano sia una sensazione comune durante i lunghi viaggi per mare. All’inizio ogni giornata sembra insopportabilmente pesante e che non debba finire mai, con i minuti dilatati, allungati a dismisura dalle nuove cose da fare. Il porto di arrivo appare lontano, remoto, nei momenti di scoramento persino irraggiungibile. Ma poi il tempo nel microcosmo a bordo prende un suo ritmo rapido, scandito dai turni di guardia al timone, dal moto ondoso, dai momenti del cibo in comune, dalle leggi del vento sulle vele e dalle incombenze diventate routine. E alla fine lo scorrere delle ore diventa molto veloce, come se la giornata fosse troppo corta per completare i propri compiti e il molo d’attracco ormai rapidamente tanto vicino da far rimpiangere il tempo lento di quando si era appena salpati. 

Per noi sei a bordo (da Nome in Alaska eravamo partiti in quattro, ma poi a Cambridge Bay  si sono aggiunti due) le incertezze del viaggio di due mesi per mare lungo le rotte del Passaggio di Nord-Ovest su una barca a vela di 16 metri sono state molto complesse rese ancora più difficili nella sua parte iniziale dalla diffusa presenza del ghiaccio. In quel periodo la fine del viaggio era avvolta nelle incognite della prossima ora di gimcane tra le lastre infide che minacciavano timoni, scafo e elica. Tanta è stata la tensione a bordo in quei giorni che adesso le acque aperte verso Lancaster Sound e i canali d’uscita per la Baia di Baffin ci sembrano quasi una crociera nel Mediterraneo.



















































La mattina del 20 agosto verso le nove arriviamo ottimisti all’entrata del Bellot Strait spinti da una brezza favorevole, che ci fa filare a vela sugli 8 nodi con poca onda. Nella prima metà dell’Ottocento gli esploratori fecero molta fatica a individuare questo stretto canale incuneato nelle colline rocciose levigate dal ghiaccio nella penisola di Boothia, che si stacca dal Canada continentale per allungarsi verso nord a delimitare le sponde del tratto di mare del Lancaster Sound. 

Il Bellot è lungo 17 miglia e nel punto più stretto supera di poco il miglio e mezzo. Una striscia d’acqua che sino a pochi anni fa restava completamente ghiacciata spesso anche durante l’estate. La nebbia oggi non riesce a nascondere le due rive. I fondali restano sempre molto alti per tutta la tratta: navighiamo in un canalone profondo centinaia di metri delimitato da alte pareti di granito scuro segnate da frane e zone di licheni.

23 ago 2026

 Ancora agli inizi del secondo millennio le guide nautiche suggerivano di non passare per il Ballot proprio per evitare il rischio di essere stritolati dal ghiaccio. Ma già nel 2012 almeno 41 degli 88 battelli che erano transitati verso est, oltre a 19 dei 95 in direzione del Pacifico a ovest, lo avevano percorso. Adesso noi non ravvisiamo alcun pericolo, se non un paio di pezzettini di ghiaccio facilmente evitabili. Due ore e mezzo dopo siamo già a fuori e gettiamo l’ancora di fronte alle due catapecchie di legno affacciate alla baia di Fort Ross. Secondo le carte, in questo punto usciamo dalle acque del Pacifico ed entriamo nell’Atlantico.

A riva le due catapecchie sono la testimonianza dei tempi gloriosi della Hudson Bay Company, la compagnia creata nel 1670 che operava in monopolio per acquistare le pelli cacciate dalle popolazioni locali Inuit per poi rivenderle sul mercato internazionale. Qui le due costruzioni vennero erette nel 1937, ma rimasero operative soltanto 11 anni. Le condizioni meteo e il ghiaccio marino restavano troppo dure e imprevedibili. Capitò che i rappresentanti della compagnia fossero costretti a restare qui anni interi a causa del blocco totale imposto dal freddo sulla regione. Le navi non potevano raggiungerli per l’avvicendamento. Nel 1948 la compagnia richiamò i suoi dipendenti e fermò ogni attività nella zona.

23 ago 2026

Oggi una baracca è in totale abbandono, la seconda è stata invece adibita a bivacco di fortuna con una stufa a gasolio e buste di cibo liofilizzato per cacciatori e navigatori che la vengono a visitare. I suoi muri interni in legno chiaro sono coperti di disegni e scritte che raccontano i passaggi degli ultimi anni. Le note sono segnalate anche sul quaderno dei visitatori appoggiato sul tavolo. Una delle più recenti testimonia la visita di una famiglia Inuit quest’ultima primavera, che con tre figli è arrivata qui sul mare ghiacciato in due giorni di motoslitta da Taloyoak. Un loro nonno aveva lavorato in quelle baracche.

Poco dopo aver lasciato l’approdo, il nostro comandante riceve le congratulazioni via mail di Jimmy Cornell, l’86enne navigatore oggi residente in Gran Bretagna, che dagli anni Ottanta è considerato il guru delle grandi rotte mondiali. I suoi 33 libri di racconti e suggerimenti per navigare su tutti i mari del Pianeta, comprese le rotte artiche e antartiche, sono la Bibbia di ogni marinaio alla ricerca d’avventura. Lui e Alberto si conoscono da anni. «I would like to congratulate you on such amazing achivement», gli scrive Cornell. In effetti siamo la prima barca a vela che quest’anno ha superato i punti ostici del Passaggio da Ovest. 

E dietro di noi ci seguono in pochi: il ghiaccio eccezionale accumulato verso la direttiva di Point Barrow rende tutt’ora molto complicata la rotta nel tratto dell’Alaska settentrionale. Dallo Ais, lo Automatic Identification System, vediamo che in questo momento la rotta è frequentata nei due sensi da una decina di navi passeggeri da crociera che incrociano a nord del 70° parallelo. Le piccole barche a vela da diporto come la nostra sono invece una quindicina: cinque nel nostro senso e una decina da Est. I grandi cargo da trasporto pare siano non più di cinque. Molto più intenso appare invece il traffico sulle rotte russe del Passaggio di Nord-Est. Qui lo Ais mostra l’assenza di navi turistiche di qualsisi tipo, incluse le barche a vela. Si notano invece una trentina di cargo di grande tonnellaggio e una quarantina di navi cisterna porta-gas organizzate in convogli scortati da rompighiaccio russi. È lecito sospettare che tra queste unità vi siano le navi pirata con cui Vladimir Putin cerca di esportare le sue risorse energetiche messe sotto embargo dai Paesi della Nato dopo l’invasione dell’Ucraina lanciata il 24 febbraio 2022, ma per lui vitali per finanziare i suoi apparati militari. Lo vediamo di fronte ai nostri occhi, in queste stesse rotte che lambiscono il nostro scafo: la sfida per le rotte artiche è iniziata già da tempo e i russi, alleati dei cinesi, appaiono in netto vantaggio.

Proseguendo lungo le alte scogliere sulle coste di Somerset Island e poi nel fondale basso di Batty Bay tornano curiose le foche, che temono, ma sono attratte dal nostro scafo. Qui non incontriamo nessun altra nave. Il mare è quasi immobile, nel pomeriggio del 21 agosto la temperatura al sole sfiora per qualche ora i 10 gradi, ma la sera torna a tre. Scendiamo a terra per una breve passeggiata, abbiamo con noi il fucile, ma sempre con la speranza di non doverlo mai usare contro gli orsi, che rappresentano l’unico possibile pericolo reale da queste parti. Se dovesse comparire con atteggiamenti aggressivi, i primi colpi sarebbero rigorosamente in aria per cercare di spaventarlo. Poco lontano da qui, in queste lande desolate che ricordano infinite morene alpine poco dopo il ritiro delle nevi invernali, si trova un piccolo resort turistico per ultra-benestanti che pagano cifre da capogiro per trascorrere qualche giorno nella quiete artica delle terre alla fine del mondo.

Gli ospiti non possono essere più di 26 e una complessa organizzazione di uomini e mezzi assicura loro viaggi veloci e pranzi in una grande sala riscaldata affacciata sui fiordi interni. Noi camminando lungo la spiaggia di ghiaia vicino a lunghe chiazze di neve scopriamo piccoli frammenti di polistirolo tra le alghe. L’ennesimo segnale che nell’era della rivoluzione climatica e del ritiro dei ghiacci l’inquinamento provocato dall’uomo arriva anche nei luoghi più remoti. E una considerazione torna continuamente a imporsi: se sino a meno di un secolo fa gli esploratori di queste terre esaltavano la sfida eroica dell’uomo contro la natura ostile da conquistare e sfruttare, oggi le nostre sensibilità si concentrano sulla caducità estrema di questo ecosistema in pericolo. Siamo inevitabilmente più interessati alla sorte delle foche che non alla nuova «prima» di un alpinista sull’Everest. Allo stesso modo, qui nell’Artico non c’è più eroismo in una regione dove comunque possiamo sempre restare collegati con il resto del mondo e ogni quattro o cinque giorni ci sono piccoli aeroporti, o comunque approdi, dove teoricamente possiamo essere recuperati e riportati alla «civiltà». Nulla a che vedere con gli sforzi e i rischi affrontati dai navigatori dell’Ottocento, che per anni interi non potevano avere alcun tipo di contatto con il mondo esterno.

Già in tanti hanno parlato della fine del viaggio-avventura nell’ignoto. Anche Walter Bonatti nei suoi reportage per Epoca tra la seconda metà degli anni Sessanta e i primi Settanta scriveva del «mondo perduto», senza differenze che fossero la giungla sempre più in pericolo dell’Amazzonia o i ghiacci meno spessi della Patagonia. Noi come allora lui, stiamo viaggiando nel mondo perduto dell’Artico minacciato e sempre più fragile.

23 agosto 2026 ( modifica il 23 agosto 2026 | 07:41)