L’ex difensore, recordman di squalifiche, si racconta: “Io violento? Non è vero, protestavo e non sapevo contenermi. Fui il primo acquisto dell’era Berlusconi al Milan, all’inizio lo prendevano per pazzo poi tutti sul carro. Mio fratello imita Boskov alla perfezione: quando si punzecchiava con Cerezo…”


Lorenzo Cascini

Giornalista

23 agosto – 09:00 – MILANO

In tanti anni di carriera Dario Bonetti ha coltivato la virtù del silenzio. È stato un difensore rude ma efficace, di poche parole e di tanti fatti. In carriera ha preso più squalifiche di tutti – è suo il record, 39 giornate saltate! -, ha giocato e perso due finali di Coppa dei Campioni, ha condiviso lo spogliatoio e marcato tutti i campioni passati dalla nostra Serie A negli anni ottanta e novanta. “Le due finali perse con Roma e Samp non le ho più viste, fanno male in modo diverso. Sono stato il primo acquisto dell’era Berlusconi, il presidente era un’ira di Dio”. Parlare con Bonetti è come consultare un almanacco: si ricorda tutto. Compagni, avversari, maestri e amici incontrati durante il viaggio. Il difensore tra Roma, Sampdoria, Milan, Juventus e Verona di grandi personaggi ne ha incontrati a bizzeffe. “Liedholm è stato come un padre per me. Eravamo simili. Poi è impossibile non ricordare Mantovani: un presidente tifoso che ci metteva l’anima. Difficile trovare nel calcio di oggi persone pure come lo era lui”.

Dario Bonetti, partiamo dall’esordio in Serie A. Stagione 1980-81, era la Roma di Dino Viola. Come fu l’impatto? 

“Io venivo dal servizio militare, ero abituato a parlare poco e faticare tanto. È stato così anche a Roma. Ero giovane, vivevo a Trigoria con Ancelotti. Arrivai con Falcao, ricordo che c’era tanta attesa. Il mio preferito però era Bruno Conti: un brasiliano nato per errore a Nettuno”. 

In panchina c’era Liedholm. 

“È stato un maestro e un secondo padre. Anche lui era uno che parlava poco in pubblico, ma che nel privato sapeva farsi sentire. E poi era un’enciclopedia. Ricordo grandi conversazioni sull’arte, era un piacere ascoltarlo. In più, aveva un gran modo di gestire lo spogliatoio: semplificava le cose, soprattutto con i campioni. Penso che Carletto in questo abbia preso tanto da lui”. 

Il gol annullato a Turone che ci ha clamorosamente fatto perdere uno scudetto. Poi quel Roma-Lecce…”

Bonetti sugli scudetti persi a Roma

Avevate una squadra forte, avete raccolto solo delusioni… 

“Diciamo che siamo sempre crollati sul più bello, a volte non solo per colpa nostra. Da dove cominciamo? Inizierei gol annullato a Turone che ci ha clamorosamente fatto perdere uno scudetto. Poi quel Roma-Lecce… una partita inspiegabile, maledetta. Io ero in tribuna squalificato e me la ricordo come un incubo. Mi infastidisce anche solo parlarne. Io non avevo vinto lo scudetto nel 1983, sarebbe stato il mio primo. È un grande rimpianto. Se pensa a quante volte l’ho sfiorato… forse un successo in così tante stagioni me lo sarei meritato”.

Prima c’era stata la Coppa dei Campioni persa in casa. 

“Un altro schiaffo. Doloroso in modo diverso. Con il Lecce la perdemmo noi, con il Liverpool… venimmo penalizzati. Guardate l’arbitraggio. Il loro gol nasce da un evidente fallo su di me”. 

Nel 1986 scelse poi il Milan. E fu il primo giocatore della storia del nostro campionato a svincolarsi. Lo sapeva? 

“Si, fui anche il primo acquisto dell’era Berlusconi. Era un presidente illuminato, faceva sognare. Le racconto questa: a Milanello uno dei primi giorni ci raccontava che avremmo vinto in Europa e saremmo diventati la squadra più forte del mondo. Quasi tutti lo presero per un pazzo, invece era un visionario. Come tutti i geni era solo all’inizio del viaggio, poi piano piano sono saliti tutti sul carro. Non era un uomo di calcio, ma aveva un’attenzione al dettaglio incredibile. Chiamava personalmente i giocatori, voleva sapere tutto di tutti. E poi la presentazione all’Arena Civica! Arrivammo in elicottero, sembrava di stare su una bici che volava”. 

Dopo il Milan ha giocato anche alla Juve. Qualche flash di quella stagione? 

“Mi convinse Zoff, era appena diventato allenatore. Un uomo speciale. Non aveva bisogno di parlare, gli bastava uno sguardo. Raccogliemmo meno di quanto meritavamo: eravamo forti. Davanti avevamo Baggio, un calciatore e un uomo splendido. Quell’anno, poi, mi stupirono anche Zavarov e Schillaci”. 

Alla Samp, invece, perse un’altra finale…

“L’ennesimo incubo. È stata un’altra mazzata per me. Alla Samp, però, funzionava tutto benissimo. Io ero molto felice di giocare con mio fratello Ivano e firmai in bianco. Dei soldi non m’importava: parlai con i dirigenti in spiaggia e mi convinsero. Poi c’era Mantovani, un signore. Davvero un uomo d’altri tempi. Era un presidente tifoso che ci metteva l’anima. Difficile trovare nel calcio di oggi persone pure come lo era lui”.

L’allenatore era Boskov. 

“Mio fratello lo sa imitare alla perfezione, era uno spasso. Si punzecchiava in continuazione con Toninho Cerezo. Come allenatore era un grande, un semplificatore. Non ti teneva tre ore a far sedute di tattica, ci mandava in campo e urlava ‘Tutti a uomo’. Era un personaggio, aveva dei tempi comici meravigliosi”. 

Prima di lasciarla, tocchiamo rapidamente il capitolo del Bonetti difensore. Ripassino per i più giovani: è stato squalificato più di ogni calciatore di Serie A, era così rude? 

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“No, il punto è un altro. Ho sempre avuto diffidenza verso gli arbitri. Dal gol di Turone ho smesso di fidarmi. Vedevo sempre il marcio e non so fino a che punto mi sbagliassi. Non picchiavo, protestavo e basta. E non sapevo contenermi”.