Il microbiota intestinale materno anticipa l’eczema del neonato: la scoperta pubblicata su Nature. Un’ampia indagine scientifica mette un punto fermo nella comprensione dei primi mille giorni di vita: la composizione della flora batterica intestinale della madre in gravidanza e al parto è in grado di prevedere l’insorgenza di eczema atopico nel primo anno del bambino. Lo studio, intitolato “Maternal influences on infant gut microbiome and health” e apparso su Nature, è stato condotto al Centro Medico Universitario di Groninga (UMCG) e all’Università di Groninga, nei Paesi Bassi, sotto la guida di Trishla Sinha, Siobhan Brushett e Alexandra Zhernakova. Basandosi su migliaia di campioni raccolti nella coorte olandese Lifelines NEXT, i ricercatori hanno delineato come la biodiversità batterica materna plasmi sia la salute cutanea sia l’ecosistema intestinale del neonato.

Il rischio di eczema aumenta quando la diversità batterica intestinale della gestante è ridotta. Grazie a modelli avanzati di apprendimento automatico, il team ha individuato specie potenzialmente protettive, tra cui Dialister invisus: la sua presenza nell’intestino della madre si associa a una minore probabilità di sviluppare l’eczema nel lattante. Una pista che apre a strategie di prevenzione primaria dei disturbi cutanei e, più in generale, delle alterazioni immunitarie infantili.

Le sequenziazioni metagenomiche ad alta profondità hanno ridefinito le vie di trasmissione dei batteri da madre a figlio. Contrariamente all’idea che canale del parto e latte siano le fonti predominanti, emerge che il vero “serbatoio” è l’intestino della madre. Il passaggio per via vaginale o attraverso il latte esiste, ma risulta più sporadico; alcune specie, come Bifidobacterium breve, possono talvolta essere trasferite al momento della nascita. La probabilità che un ceppo materno colonizzi stabilmente l’intestino del neonato dipende soprattutto dalla sua abbondanza nella madre: più è presente e radicato, più facilmente verrà trasmesso e manterrà la colonizzazione nel tempo.

Analizzate oltre quattrocento variabili cliniche, dietetiche e ambientali, due fattori si confermano dominanti nel modellare l’ecosistema microbico del primo anno: modalità di nascita e tipo di alimentazione. I nati per via vaginale presentano una marcata presenza di batteri del genere Bacteroides, cruciali per la maturazione metabolica e immunitaria; al contrario, dopo taglio cesareo si osserva un ritardo nell’acquisizione di questi microrganismi. Il confronto tra numerosi parti in casa e in ospedale, pratica frequente nei Paesi Bassi, indica che il luogo della nascita incide solo marginalmente sulla composizione del microbiota. Le riduzioni di batteri benefici osservate in ambiente ospedaliero sembrano piuttosto associate a travaglio prolungato, rottura delle membrane o impiego di analgesici: variabili che riflettono la complessità del parto, più che il contesto fisico.

L’introduzione dei cibi solidi tra i sei e i nove mesi favorisce la progressiva maturazione del microbiota infantile verso un profilo più “adulto”, ricettivo a fibre vegetali e yogurt. Resta tuttavia cruciale la finestra dei primi mesi, fortemente condizionata dal patrimonio microbico materno. La stabilità dell’ecosistema intestinale della gestante — sostenuta da un’alimentazione equilibrata, dall’astensione dal fumo e da abitudini sane — favorisce il trasferimento di funzioni metaboliche chiave nella gestione dei carboidrati e nella regolazione del sistema immunitario. Identificare precocemente il profilo microbico delle future madri potrebbe consentire, in prospettiva, interventi mirati durante la gravidanza — attraverso la dietoterapia o probiotici selettivi — capaci di ridurre il rischio non solo di eczema nel neonato, ma anche di un più ampio spettro di patologie infiammatorie e metaboliche lungo l’arco della vita.