di
Greta Privitera
Il nodo della crisi economica, la partita di Hormuz: tre leader sono favorevoli a trattare, i pasdaran contrari
DALLA NOSTRA INVIATA
TEL AVIV – A Teheran, in pubblico, le parole che si sentono ripetere più spesso restano quelle della resistenza. Ma nelle stanze dove si fanno i conti — il prezzo del petrolio, quello del pane — torna a farsi strada un’urgenza diversa: trovare una porta, anche stretta, per uscire dalla guerra. La stessa urgenza che guida Donald Trump, consapevole di quanto sia pericoloso restare impigliato in un conflitto senza una vittoria da mostrare.
La spinta di tre uomini
La vena pragmatica della Repubblica islamica, quella che non rinnega l’ideologia ma guarda ai bilanci dello Stato, torna a farsi sentire attraverso i soliti tre uomini che da sei mesi cercano di convincere i colleghi del regime che la diplomazia è la strada giusta. A incarnarla sono il presidente Masoud Pezeshkian, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento e capo delle mediazioni; uniti dalla stessa convinzione: il vantaggio accumulato in questo confronto con gli Stati Uniti deve tradursi in un risultato politico prima di trasformarsi in altre macerie, altro isolamento.
Il fronte più fragile
Pezeshkian lo ha detto senza mai scandire la parola resa, impronunciabile tra i signori della Rivoluzione. La guerra deve finire a un certo punto, meglio ora, finché Teheran può ancora trattare da una posizione di forza, «con potere e dignità», ha spiegato, replicando a chi, fuori dal cerchio, non vede le pressioni sul governo. È, raccontano gli analisti, un’ammissione implicita, la prova che l’economia iraniana è il fronte più fragile della guerra.
A confermarlo ci ha pensato il governatore della Banca centrale, Abdolnaser Hemmati, ammettendo in diretta tv che le esportazioni di petrolio sono quasi ferme e i fondi congelati restano fuori portata. Trump prova a sfruttare proprio questa debolezza, battezzando la nuova offensiva come il «D-Day economico», con conseguenze pesanti per chi offrisse a Teheran una via di fuga. È la sua scommessa per restare aggressivo senza tornare alle bombe, che rischiano di costargli le elezioni di midterm, unico e vero timore che dovrebbe tenere la Casa Bianca lontana da una nuova escalation.
Medicine e stipendi
Ghalibaf parla la stessa lingua del presidente, ma con un’autorità diversa, perché viene dalle caserme. La sicurezza, sostiene, vive della possibilità di comprare medicine, pagare stipendi, tenere insieme una società che la guerra ha impoverito. «Noi che veniamo dal fronte conosciamo il valore della pace meglio di chi ne parla soltanto».
Tutti a Teheran sanno che il punto più delicato resta Hormuz. L’esperto Hamidreza Azizi racconta che Ghalibaf ha avvertito che lo Stretto vale solo finché le navi lo attraversano, perché se il traffico resta interrotto il mondo impara a farne a meno. I carichi già dirottati su altre vie vengono letti dai pragmatici del regime come la prova che l’Iran può imporre costi enormi, ma non può vivere in eterno della crisi che ha creato con le proprie mani.
Non perdere la faccia
Non sono tutti d’accordo. Gli oltranzisti non si muovono dalle loro posizioni. Il generale Ali Abdollahi, capo di Stato maggiore, continua a promettere risposte «schiaccianti, punitive e devastanti». Con Ahmad Vahidi, che guida le Guardie della Rivoluzione, è il punto di riferimento dei sostenitori della linea massimalista, che considera il dialogo con Washington l’anticamera della capitolazione. Come loro la pensano molti uomini dei pasdaran e delle frange oltranziste del parlamento, convinti, non senza ragione, che Trump voglia sfruttare la debolezza iraniana per pretendere di più. I pragmatici, spiega sempre Azizi, vedono lo stesso rischio, ma ne traggono la conclusione opposta: proprio perché domani si negozierà peggio, conviene tentare oggi.
C’è una simmetria, singolare e fragile insieme. Trump cerca una via d’uscita senza ammettere di cercarla, il trio del regime cerca un’intesa senza apparire arrendevole. Sia Teheran che Washington studiano soluzioni per non perdere la faccia, ma lo stallo non è sostenibile all’infinito.
23 agosto 2026
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