di
Marianna Peluso

Veronese, 44 anni, era il direttore di produzione per le riprese italiane: «Un’esperienza mitologica, complicata dagli effetti del vento e del mare. Il nostro lavoro era dare al regista la “macchina” pronta da governare»

Tre mesi di lavoro per preparare un set destinato a vivere poche settimane. Quasi mille persone da far arrivare al castello di Favignana, piattaforme per i materiali, una teleferica per trasportarli in quota. E una corsa contro il vento e il mare: «Bastava una giornata di mare grosso e i traghetti non arrivavano. Con il vento forte non poteva alzarsi l’elicottero. Più si avvicinava l’arrivo della troupe, più pensavi: e se non faccio in tempo?». Dentro la gigantesca macchina dell’«Odissea» di Christopher Nolan c’è un veronese: Marco Milani, 44 anni, di Colognola ai Colli, direttore di produzione per le riprese italiane del film. Milani ha lavorato al progetto per quasi sei mesi, da gennaio a giugno 2025, occupandosi con il team guidato dal line producer Erik Paoletti di tutto ciò che doveva rendere possibili le riprese in Italia. «Il nostro lavoro è preparare tutto e dare al regista la macchina pronta, che poi lui guiderà. Quando cominciano a girare, noi siamo già proiettati sul set successivo». Così, mentre la troupe lavorava a Favignana, la sua testa era già a Lipari.

L’addio al posto da ingegnere

Una carriera arrivata ai grandi set internazionali partendo da Colognola e da un futuro che sembrava scritto altrove. Dopo il liceo scientifico Messedaglia, frequentato nella succursale di Verona Est, Milani si iscrive a Ingegneria gestionale a Bologna. «Le materie scientifiche mi piacevano, ma all’ultimo anno mi sono reso conto che non mi vedevo per tutta la vita dietro una scrivania». Suonava, amava il cinema, ma non immaginava ancora di farne un mestiere. Finché un’amica gli parla del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e del corso per imparare a gestire una produzione. «Pensai che fosse una combinazione pazzesca con quello che avevo studiato». Dopo la laurea supera una selezione che prevedeva colloqui, prova scritta e otto settimane di tirocinio prima della scelta degli otto ammessi. «Un tutor mi disse: se lasci la certezza di un posto da ingegnere per provare a fare cinema, vuol dire che hai qualcosa da dare».



















































Dal primo set non pagato a 007

Si trasferisce a Roma e comincia dal fondo. Il primo set, senza essere pagato, è “Sonetàula” di Salvatore Mereu. In “Marcello Marcello”, di Denis Rabaglia, fa invece il runner: «Alle cinque del mattino prendevo gli attori a Roma e li portavo al porto di Formia. Loro andavano a Ventotene, io tornavo indietro: durante quel film l’isola non l’ho mai vista». Proprio in quel periodo conosce i veronesi Giuseppe Scarpulla e Nicola Fedrigoni, che stavano costruendo una rete di professionisti del cinema sul territorio. Grazie a loro, torna a lavorare nel Veronese per la miniserie Rai “Bakhita” e successivamente entra nella squadra location di “Quantum of Solace”, il film di James Bond con Daniel Craig che nel 2008 girò alcune sequenze sul Garda. «Ero il location Pa (location production assistant,) l’ultima ruota del carro» sorride. Qualche anno dopo lavora ancora con Fedrigoni a “Letters to Juliet”, la commedia con Amanda Seyfried ambientata e girata a Verona e nel territorio veneto. Intanto Roma diventa la sua base e l’inglese gli apre la strada delle produzioni straniere che scelgono l’Italia.

«L’Odissea? Mi sono emozionato vedendo il risultato in sala»

Il salto fino a Nolan arriva alla fine del 2024. «A dicembre facemmo i primi sopralluoghi a Favignana. Ci spiegarono cosa volevano e ci sembrò quasi impossibile riuscirci in così poco tempo». Per mesi viene preparato il set di Itaca e soprattutto l’infrastruttura necessaria a farlo funzionare. «È stata un’esperienza quasi mitologica». Quando le riprese finiscono, però, tutto deve sparire. «Il cinema è un’industria temporanea: passi tre mesi a preparare ciò che servirà per tre settimane e poi magari un mese e mezzo a smontare, chiudere i conti, verificare pagamenti e danni». Mentre una squadra gira, un’altra smonta il set precedente e una terza prepara quello successivo. Con Nolan e gli attori, precisa, non c’è stata una frequentazione diretta: «Chi fa il mio lavoro sta dietro la macchina da presa. I rapporti con il regista passano attraverso la produzione americana». Il risultato Milani lo ha visto soltanto alla fine, seduto davanti al grande schermo. «Ero emozionatissimo. Quando si partecipa alla realizzazione di un film, è difficile guardarlo con l’ingenuità dello spettatore, perché si conosce ciò che c’è dietro. Ma questa volta mi sono emozionato comunque». Soprattutto durante i titoli di coda. Quando è arrivato il suo nome: «Una bella soddisfazione».

Un lavoro precario

Ora Milani sta già preparando un altro progetto, sul quale gli accordi di riservatezza impongono silenzio. «Il nostro è un lavoro profondamente precario per definizione». Una produzione finisce, le squadre si sciolgono e se ne formano altre. «È una peculiarità del nostro mestiere: alla fine di ogni film saluti tutti. Magari quelle persone non le rivedi per cinque o dieci anni, oppure te le ritrovi sul set due mesi dopo».


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23 agosto 2026