A mezzanotte, fra il 29 febbraio e il 1° marzo 2024, in gran parte del Kazakhstan accadde una cosa singolare: l’ultima ora del mese tornò indietro e ricominciò. Ad Astana, ad Almaty e in altre tredici unità amministrative le lancette arretrarono di sessanta minuti; nelle cinque regioni occidentali non si mossero. Fu un gesto semplice, quasi silenzioso — qualche cifra modificata sui telefoni, gli orologi da regolare, i tabelloni elettronici — eppure riguardava un paese largo circa tremila chilometri, disteso fra albe e tramonti molto diversi.

Il governo aveva deciso di abolire la divisione fra UTC+5 e UTC+6 e di riunire tutto il territorio sotto un solo fuso orario, UTC+5. Gli orari sociali, però, rimasero gli stessi. Si continuò a entrare a scuola, in ufficio, in fabbrica o dal medico all’ora scritta sul quadrante; soltanto che, nelle regioni passate al nuovo fuso, quella stessa ora cadeva sessanta minuti più tardi rispetto al Sole. Un decreto può spostare il tempo civile. Non l’alba.

Proprio questa frattura offrì agli epidemiologi un esperimento naturale di dimensioni inconsuete: da una parte quindici regioni sottoposte alla medesima riforma, dall’altra cinque regioni occidentali rimaste immobili, utili come termine di confronto. Lo studio, pubblicato il 23 agosto su Scientific Reports, ha esaminato le prime visite ambulatoriali mensili registrate nel sistema sanitario nazionale — una rete che copre circa 19 milioni di residenti — dal gennaio 2022 al marzo 2025. A quei dati i ricercatori hanno aggiunto un sondaggio stratificato condotto su 13.648 adulti.

Nei primi sei mesi dopo il cambio d’ora, nelle regioni che avevano arretrato le lancette, le consultazioni associate a diagnosi cardiovascolari superarono dell’11,4% l’andamento rilevato nelle regioni di controllo. Le visite per ipertensione aumentarono del 12,8%; quelle per disturbi del sonno del 38,4%; quelle per problemi mentali e comportamentali del 4,2%.

Bisogna fermarsi su questi numeri, perché i numeri, quando entrano nei titoli, acquistano facilmente una sicurezza che non hanno. Non si tratta del conteggio di nuovi malati e non sarebbe corretto parlare, per esempio, dell’11,4% di infarti in più. Lo studio misura un incremento relativo nel ricorso alle cure; inoltre, la categoria cardiovascolare comprendeva tutte le prime visite collegate ai codici diagnostici da I00 a I99. È un segnale importante. Non è una sentenza clinica.

Spostandosi verso est sulla carta geografica, il segnale diventava più netto. Fra gli abitanti delle aree prossime agli 82 gradi di longitudine, le probabilità statistiche di riferire nuovi disturbi del sonno o stanchezza erano 4,21 volte quelle osservate a ovest. Nei primi tre mesi, il 36,4% degli intervistati nelle regioni coinvolte disse di dormire meno; mal di testa e affaticamento venivano segnalati più spesso. A soffrire maggiormente erano le persone con cronotipo serotino, le cosiddette “civette”, già inclini ad addormentarsi e svegliarsi tardi.

Che cosa si era inceppato? La cronobiologia distingue almeno tre tempi che noi, per comodità, fingiamo coincidano: quello delle lancette; quello interno, che regola sonno, temperatura corporea e ormoni; quello del Sole, la luce che offre al cervello il suo più potente segnale di sincronizzazione. Se si cambia il primo e si lasciano intatti scuola, lavoro e appuntamenti, gli altri due non obbediscono automaticamente. La distanza può diventare più aspra proprio dove alba e tramonto arrivano già molto presto rispetto all’ora ufficiale.

Poi, lentamente, il contraccolpo si attenuò. Fra settembre 2024 e marzo 2025, lo scarto nelle consultazioni cardiovascolari era sceso all’1,2% e non risultava più statisticamente significativo. Anche gli altri indicatori si avvicinavano ai livelli previsti prima della riforma; soltanto le visite per disturbi del sonno conservavano un aumento modesto, pari al 5,1%. Gli autori parlano di “adattamento”.

Ma adattamento di che cosa? Dell’organismo, delle abitudini o semplicemente del modo in cui le persone interpretavano i sintomi e si rivolgevano ai servizi sanitari? I ricercatori non hanno misurato la melatonina, la pressione in modo continuo né il sonno mediante dispositivi indossabili. La diminuzione delle visite potrebbe dunque indicare un riallineamento biologico, ma anche nuovi comportamenti, una minore attenzione pubblica al problema o un diverso ricorso alle cure. Lo studio è osservazionale: non dimostra che il nuovo fuso abbia causato malattie cardiovascolari.

Mostra però la forma concreta di uno scarto che tendiamo a dimenticare. Il tempo ufficiale è una convenzione necessaria, una griglia dentro la quale facciamo correre treni, lezioni, turni e visite mediche; il corpo, invece, riceve ancora la luce dalle finestre e misura il buio senza consultare decreti. Per questo, quando si modifica il tempo civile, controllare il sonno e adattare almeno temporaneamente gli orari di scuole e luoghi di lavoro non è soltanto una gentilezza organizzativa. Può essere una misura di salute pubblica. Quella notte il Kazakhstan spostò milioni di lancette in un’ora. Fuori, intanto, il Sole continuò per la sua strada.

Zharykbassova F., Tsigengagel O. “National time zone unification in Kazakhstan altered healthcare utilization and circadian re-entrainment patterns”. Scientific Reports, 23 agosto 2026. DOI: 10.1038/s41598-026-67973-1.

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