«Ero una bambina difficile, molto vivace e insieme molto chiusa. Ne facevo di tutti i colori, una volta in un albergo a Follonica misi qualcosa nella vasca dei pesci e iniziai a spostarmi da un balcone all’altro, scavalcando le ringhiere ed entrando nelle stanza degli sconosciuti. Poi accadde il contrario di ciò che succede di solito: diventai un’adolescente quieta, quasi troppo buona. Ero patologicamente timida e anche patologicamente curiosa. Quando suonavano alla porta salivo al piano di sopra e osservavo tutti attraverso lo spazio vuoto tra uno scalino e l’altro, senza farmi vedere. Anni dopo alcuni amici di famiglia mi raccontarono che sapevano dell’esistenza di un’altra sorella Morante, ma nessuno l’aveva mai vista».

Da qui il bisogno di farsi vedere: «Eravamo tanti figli: ci si spintonava per ricevere un po’ di attenzione, ma eravamo contenti di non avere gli occhi degli adulti addosso. Sono andata via di casa a diciassette anni e a malapena se ne sono accorti. Iniziando a recitare, più che attirare gli sguardi mi nascondevo dietro i personaggi».
E sua zia, Elsa Morante? «Mi faceva paura. Fumava una sigaretta dietro l’altra e parlava a voce altissima, in modo perentorio. Da bambina ero la sua prediletta, forse perché avevo un’aria selvatica: ero un tipo che piaceva a certi intellettuali come Elsa e Pasolini». È stata proprio lei a sconsigliare Laura Morante di recitare nel Decameron di Pasolini: «Penso abbia avuto ragione: ero molto giovane e sarebbe stata un’esperienza traumatica. Una volta mi portò per qualche giorno a casa sua a Roma. Era Natale, a piazza Navona mi comprò un presepe che conservo ancora. Fu carina, ma io ero terrorizzata e il mio sonnambulismo si accentuò. Per fortuna dopo poco mi rimandò a casa».