di
Francesco Battistini

La presidente Sandu: «Il 24 febbraio 2022 dalla mia finestra sentivo il rumore delle bombe che colpivano le città ucraine. Il giorno peggiore della mia vita»

DAL NOSTRO INVIATO
CHISINAU – Sta partendo per Kiev, c’è la festa dell’indipendenza ucraina. Poche ore e tornerà subito a casa: «Venerdì, saranno i 35 anni dell’indipendenza della Moldova. Faremo una parata e un’altra festa, anche se sono giorni difficili…». Giorni di droni. Al di là del confine ucraino, che sta a cinquanta chilometri. E al di qua: in quattro anni e mezzo, Putin ne ha tirati una sessantina solo sulla Moldova, ma adesso ha colpito le centrali elettriche e certe sere perfino il palazzo della Presidenza, in austerity energetica, deve tenere le luci basse. Maia Sandu è nella sala riunioni della prima notte di guerra, che non dimenticherà mai: «Ero a casa. Alle 4 del mattino, ho aperto internet sul cellulare ed è stato così che ho saputo come tutto stesse cominciando. Alle 5, ero qui in ufficio a convocare in emergenza il Consiglio nazionale di sicurezza. Ricordo che da quella finestra potevo sentire il rumore delle bombe che colpivano le città ucraine, vicino alle nostre frontiere. Il giorno peggiore della mia vita».

Facciamo un altro salto nel tempo. Dov’era, quando la Moldova diventò indipendente?
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Avevo 19 anni, ero una studentessa appena arrivata a Chisinau dalla campagna. Fu un momento di grande cambiamento. Da un lato avevamo guadagnato il diritto di parlare nella nostra lingua, il rumeno. Dall’altro, avevamo ottenuto l’indipendenza. C’era una grande gioia, perché potevamo vedere il mondo oltre le frontiere: prima, eravamo isolati. Ma assieme a un grande entusiasmo, c’era anche molta incertezza per quel che il cambiamento poteva comportare».



















































Vi siete liberati di Mosca, ma Mosca continua a occuparsi di voi…
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Dall’indipendenza, sono successe molte cose. Mosca ha provocato il conflitto in Transnistria. E ciononostante, abbiamo votato per la nostra indipendenza, siamo stati riconosciuti dall’Onu. Questo, mentre anche l’Ucraina dichiarava la sua indipendenza. Negli ultimi quindici anni, ci sono stati grandi cambiamenti. La Moldova non dipende più dall’import e dall’export con la Russia, che ormai non supera il 3 per cento. Nel 2022, ricevevamo al 100 per cento il gas russo: oggi non ne consumiamo più e abbiamo diversificato l’elettricità, con linee connesse alla Romania e ad altri mercati. In quattro anni, il nostro consumo d’energie rinnovabili è cresciuto dal 3 al 25 per cento. La Russia non può più chiuderci i rubinetti. Oggi i nostri sforzi sono rivolti all’Europa. E anche all’Italia, che ha sempre accolto la nostra gente quando aveva un gran bisogno di lavorare».

Però anche un’inchiesta del New York Times, qualche giorno fa, ha raccontato come Putin s’infiltri in Moldova: campi militari nei Balcani per addestrare gli agit-prop, preti ortodossi a libro paga
«C’è un’enorme pressione, l’abbiamo visto alle ultime elezioni. Abbiamo intercettato centinaia di milioni di euro spesi dalla Russia per comprare elettori, finanziare partiti e campagne elettorali, organizzare proteste, creare occasioni di destabilizzazione. Mosca usa moltissime risorse per dividere la società moldava, minare la fiducia nel Paese e nell’Unione europea e nel processo di adesione all’Europa. Abbiamo fatto molto in questi anni, per ridurre questa pressione».

L’Europa se n’è accorta troppo tardi?
«Credo che molti Paesi europei non stiano comprendendo abbastanza la serietà della situazione. Nel caso della Moldova, le interferenze russe sono state brutali. È difficile affrontarle, ma anche facile vederle. In molti Paesi europei, pressioni e interferenze sono più morbide e per la gente è più difficile accorgersene. Io credo che la guerra cognitiva ingaggiata dalla Russia, contro tutti i Paesi liberi, sia la più pericolosa minaccia per la democrazia. E questo pericolo sta diventando sempre più grande con lo sviluppo delle tecnologie, con l’uso dell’intelligenza artificiale. Dobbiamo lavorare molto per aiutare le nostre società a diventare più resilienti, Non vogliamo che la propaganda finanziata dai russi influenzi le decisioni del popolo moldavo come di quello italiano».

Economista cresciuta fra Harvard e la Banca mondiale, rieletta a fatica presidente della Moldova nonostante alcuni oligarchi filorussi che (s’è dimostrato) nel Paese più povero d’Europa pagavano la gente 30 euro a voto, Maia Sandu ha ricevuto molti attacchi anche personali: per il suo europeismo, ma pure per la sua vita da 54enne single. Non voleva entrare in politica, dice, «cosciente che da quel momento le cose sarebbero diventate difficili: sono entrata in politica in un momento in cui c’erano da affrontare grandi problemi di corruzione, confrontarsi con chi non rispettava i principi democratici. Ho capito che non si trattava d’affrontare solo i corrotti moldavi, ma d’affrontare pure grandi pressioni. Fin dai primi giorni, abbiamo sperimentato il ricatto energetico russo e le spinte per ridurre la nostra sovranità». Per questo, è meglio «non avere aspettative errate e sviluppare una certa resistenza al tempo. Ma è ancora più importante avere il sostegno della gente, perché così è più facile affrontare i problemi con la Russia: aiuta te, ma anche il tuo Paese. E se la gente non si fida dei politici, è più semplice per la Russia raggiungere i suoi obbiettivi. E rendere la vita davvero difficile a chi le resiste».

Vuol dire che il recente scandalo Parentopoli, che ha travolto il governo Munteanu e ha sfiorato pure lei, è farina di Putin?
«No. Noi abbiamo problemi interni e adesso li stiamo sistemando. Ma per i russi è un’ottima occasione per strumentalizzare e inventare molte false accuse. Loro usano queste cose, fanno in modo d’amplificare i problemi delle società democratiche. Il nuovo governo è stato nominato molto rapidamente e prosegue nel solco dell’integrazione europea».

Quanto vi rallenta, nella corsa per l’Ue, essere appaiati alla situazione ucraina?
«L’integrazione non è competizione. Ci sono molti Paesi candidati e spero che il processo acceleri per tutti. L’Ue, più è grande, più diventa forte. E il pericolo è che la Russia provi a usare, contro l’Ue, chi resta fuori. Ogni singolo Paese si dà da fare per rispettare i suoi impegni, e così anche noi. Chiaramente, per l’Ucraina è più difficile, perché ogni notte deve resistere alle bombe russe e, intanto, deve fare i compiti per l’ingresso in Europa. Per la Moldova è più facile, anche perché è un Paese più piccolo e alcuni nodi sono facili da sciogliere. Ma noi ringraziamo l’Ucraina per la sua resistenza: è nell’interesse nostro e della sicurezza Ue, che avanzi e mantenga i suoi impegni».

Vi siete dati il 2030 come anno per entrare in Europa. Ma altri Paesi reclamano una precedenza…
«Questo è il traguardo: nel 2030, avere il Paese pronto. Con tutti gli impegni rispettati. Credo che nemmeno per altri Paesi tutto questo avvenga a breve. Noi crediamo nel processo d’integrazione europea e che alla fine questo processo ci porterà nell’Ue».

L’anno prossimo si vota in molti Paesi Ue. Teme che il vento, ora favorevole al vostro ingresso, possa cambiare?
«Chiaro, adesso c’è una finestra d’opportunità, perché la maggior parte dei governi europei sostiene un allargamento dell’Ue. L’allargamento è una garanzia di sicurezza per l’intero continente. E spero che tutti i partiti politici, oltre le ideologie, capiscano quanto sia grande la minaccia russa, che tutti sostengano l’idea di un’Europa più forte. È davvero un’epoca drammatica, quella che stiamo vivendo. E la prima preoccupazione è la sicurezza dei popoli europei, dei Paesi baltici, del popolo italiano… Certi politici si fidano ancora della Russia. Ma è un inganno».

I lepenisti, Afd, Farage, Vox, l’estrema destra italiana: quanto vi preoccupano?
«La Russia lavora per prendere il controllo dappertutto. Non è tanto la Moldova, a interessarle: vuole il controllo del nostro Paese per usarlo nella guerra all’Ucraina. E usarlo contro l’Ue. Per l’Europa, non è facile affrontare questa cosa. La Moldova è piccola, per noi è molto difficile resistere a lungo. Perciò, la questione è proprio la sicurezza. Spero che tutti i politici lo capiscano. Ci sono prove sufficienti per dire che Putin non si fermerà in Ucraina. Se tu te ne vai, lui continuerà oltre l’Ucraina. Ha annunciato che il suo obbiettivo è l’Ue: vuole distruggerla, perché per lui è molto più facile avere a che fare con Stati singoli. Se vogliamo vivere nella libertà e in pace, dobbiamo prendere atto dei rischi che arrivano dalla Russia».

La Moldova non è mai entrata nella Nato. Quel che è successo all’Ucraina, conferma che fate bene a starne lontani?
«La neutralità è nella nostra Costituzione. Noi vediamo un aumento nel sostegno popolare alla Nato, ma ancora non c’è una maggioranza. E capiamo che, anche se avessimo adesso una maggioranza favorevole, questo non significherebbe che la Moldova sia tecnicamente pronta a essere accolta nella Nato. Dobbiamo ancora fare molto, per rafforzare le nostre capacità militari, Con la Nato, cooperiamo a vari livelli. Abbiamo la nostra Costituzione, ma siamo anche realisti. E decisamente interessati a integrare il nostro sistema di difesa al sistema europeo. Nessuno può difendersi da solo».

Come va con Trump? Avete avuto rapporti altalenanti.
«Abbiamo avuto discussioni all’inizio dell’amministrazione Trump, sul sostegno che gli Usa stavano offrendo alla Moldova. Noi abbiamo sempre avuto un grande sostegno dagli Usa. E devo dire che continuano a sostenerci. Nell’energia, nella sicurezza, nello sviluppo economico. C’è stata cooperazione, dopo gli embarghi russi sul vino moldavo, che hanno creato una situazione molto critica. Gli Usa sono arrivati, hanno dato soldi e con loro abbiamo parlato sul modo per trovare altri mercati vinicoli, investire in nuove tecnologie, produrre vini di migliore qualità. Oggi è un settore molto competitivo, che porta risorse al bilancio».

Qual è il leader con cui s’è trovata meglio?
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Questa non è una domanda corretta. Ho per fortuna una lista molto lunga d’amici, e ne sono fiera. Ci teniamo care queste amicizie: il presidente Mattarella, che è anche stato in Moldova, e un’ottima collaborazione con Giorgia Meloni. Ho molto apprezzato il loro sostegno all’Ucraina».

Quando diventò presidente, fece un appello ai moldavi della diaspora perché rientrassero. Non sembra abbia avuto molto successo…
«Un po’ di persone stanno tornando, dopo tanti anni. Molte donne. Lo vedo anche nel mio ufficio. La guerra alle porte spaventa, però, qualcuno non torna e altri hanno lasciato il Paese. Io sono sempre molto orgogliosa, dei moldavi che vivono in altri Paesi. In Italia, sono stati accolti bene e ne sono grata».

Anche voi avete dovuto accogliere…
«Fin dalla prima notte di guerra. Con l’Unhcr, ci trovammo a ricevere più di 30mila persone al giorno, quando la nostra capacità d’accoglienza era al massimo di 16mila all’anno. Insieme, ci siamo messi a organizzare l’aiuto per tutta quella gente».

Quasi cinque anni dopo, s’immaginava d’essere ancora in prima linea?
«La sera prima, non m’aspettavo che in Europa e in questo secolo scoppiasse una guerra. Non potevo crederci. E di sicuro, nessuno s’aspettava che questa guerra durasse così a lungo. Ogni mattina, scopri che al di là del confine c’è gente che ha perso la vita. Terribile. Oggi, so solo che l’Ucraina ha bisogno d’aiuto e che Putin va fermato. Possiamo farlo, continuando a sostenere la guerra degli ucraini, ma anche ma anche facendo più pressione su Putin. Servono più sanzioni sull’economia russa: è l’unico modo per togliergli forze fresche».

23 agosto 2026