Come si fa a diventare, partendo da Torino e in soli dieci anni, l’uomo più ricco d’Italia, scalzando dal gradino più alto del podio dinastie industriali del calibro di Giovanni Ferrero, dei Rocca, dei Berlusconi e degli eredi Luxottica? Per rispondere basta seguire la parabola di Giancarlo Devasini, ex chirurgo plastico torinese con un passato nel commercio di prodotti informatici e oggi creatore del più grande “Eldorado” finanziario dell’era digitale: Tether, la moneta virtuale privata agganciata al dollaro con oltre 183 miliardi di token emessi in tutto il mondo.

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Con un patrimonio personale accreditato da Forbes a quota 89 miliardi di dollari — seguito a ruota dal CEO Paolo Ardoino a 39 miliardi —, Devasini ha costruito un impero mantenendo un riserbo quasi leggendario. A svelare i dettagli e una foto inedita – la vera notizia, forse, considerando il maniacale isolamento del nostro – è stato un approfondimento di Milano Finanza.

La “pietra filosofale”: come funziona la macchina da utili di Tether

A differenza dei tradizionali colossi industriali, Tether non possiede grandi fabbriche né migliaia di dipendenti. Il meccanismo è tanto semplice quanto redditizio: i clienti versano dollari veri per acquistare la valuta digitale. Quel tesoro da oltre 180 miliardi non resta inattivo, ma viene sistematicamente investito dal duo Devasini-Ardoino:

  • 140 miliardi di dollari in titoli a breve termine del Tesoro USA (T-bill), con rischio quasi zero.

  • 40 miliardi di dollari divisi tra oro, bitcoin e prestiti societari per spingere i rendimenti.

L’operazione genera ogni anno tassi d’interesse intorno al 5%, traducendosi in oltre 10 miliardi di dollari di utili all’anno, puntualmente distribuiti sotto forma di dividendi ai soci. Dopo anni trascorsi in una “zona d’ombra” (segnata anche da sanzioni delle autorità statunitensi per opacità sulle riserve), a marzo 2026 il colosso della revisione KPMG ha promosso la società, certificando un capitale di garanzia a copertura totale dei depositi.

I legami con Trump e il trasloco a El Salvador

L’identità di Tether è sempre meno italiana. Registrata originariamente alle Isole Vergini Britanniche, nel 2025 la galassia societaria è trasmigrata a El Salvador, paese dove il bitcoin ha corso legale e la tassazione sui profitti è pari a zero. Lì Devasini ha acquistato immobili di pregio ed è iscritto al catasto con cittadinanza salvadoregna, pur mantenendo il domicilio a Lugano.

A spingere gli affari c’è anche il forte legame con l’amministrazione di Donald Trump, cementato dalla partnership con la banca d’affari Cantor Fitzgerald (guidata dal Segretario al Commercio USA Howard Lutnick), che gestisce i depositi di Tether ed è entrata nel capitale con il 5%.

La passione per la Juve, i media e la robotica

Con una liquidità sconfinata, Devasini e Ardoino hanno iniziato a diversificare in settori strategici, mantenendo un occhio di riguardo per l’Italia:

  • La sfida in casa Juventus: Tifosissimi dei bianconeri, i fondatori di Tether sono saliti al 11,5% del capitale della Juve. Un’entrata a tranches con cui puntano ad avere voce in capitolo nella gestione del club, scontrandosi finora con la rigida chiusura di John Elkann.

  • Informazione e Podcast: Sono entrati al 38% in Be Water, il gruppo media del finanziere-scrittore Guido Maria Brera e del giornalista Mario Calabresi che controlla Chora Media e Will.

  • Robotica e Startup: Hanno finanziato la startup genovese Generative Bionics (spin-off dell’Istituto Italiano di Tecnologia per lo sviluppo di robot umanoidi) e partecipato al round record da 1,4 miliardi per la tedesca Neura.

Da ex medico nato sotto la Mole a dominatore della finanza globale: il boom di Devasini è oggi la storia d’impresa più ricca d’Italia. Ma con sede in un paradiso fiscale. In fondo, neppure troppo di che scandalizzarsi, se Ferrero vive in Belgio e la sua holding è in Lussemburgo, così come la cassaforte dei Del Vecchio mentre Exor e Stellantis battono bandiera olandese.