È tornato in carcere, e questa volta non per il rogo di Crans-Montana, costato la vita a 41 persone la notte di Capodanno. Jacques Moretti, il proprietario del disco bar Le Constellation, distrutto dalle fiamme, libero grazie al pagamento di una cauzione da 200mila franchi, è finito in manette per violenza domestica nei confronti della moglie, Jessica Moretti. A renderlo noto è l’emittente svizzera Léman Bleu: le violenze sarebbero avvenute nella notte tra l’11 e il 12 agosto nella loro abitazione nel cantone Vallese. La donna è stata ricoverata in ospedale.

APPROFONDIMENTI

I legali

Da chiarire se la presunta aggressione sia collegata all’incendio, circostanza per ora smentita dai legali della coppia. «Questi fatti, oggetto di un procedimento distinto, riguardano esclusivamente la loro vita privata, motivo per cui non forniremo alcun commento», hanno dichiarato gli avvocati Yaël Hayat, Nicola Meier e Patrick Michod. L’episodio «non può essere confuso con la tragedia del Constellation, – proseguono i legali – ma si inserisce comunque in un contesto che non può essere ignorato, quello di una prova particolarmente intensa che i coniugi Moretti hanno cercato di affrontare insieme a partire dall’1 gennaio. La vita privata deve ora riprendere i propri diritti».

Negli ultimi mesi i Moretti si erano sempre presentati fianco a fianco, nascosti dietro gli occhiali scuri per affrontare il capannello di giornalisti prima di ogni udienza in tribunale. Poi c’erano stati i racconti della loro vita insieme, fatti ai magistrati. «Mio marito ha avuto un’infanzia caotica, è finito per strada a 14 anni. Ha conosciuto la fame. Quando ci siamo incontrati abbiamo desiderato fin da subito la stabilità», aveva detto Jessica. E dal passato del marito era emersa una condanna del 2008 per “sfruttamento aggravato” della prostituzione.

Per il rogo avvenuto la notte di San Silvestro, Moretti e la moglie sono tra i 16 indagati dalla procura di Berna per omicidio e incendio colposi e lesioni colpose. Jessica Moretti, che gestiva il locale e che era presente la notte del rogo, è accusata anche di falsificazione di documenti.

A scatenare le fiamme, una processione con candelotti scintillanti posizionati su bottiglie di champagne, portate ai tavoli dei clienti da una cameriera tenuta sulle spalle da un collega: uno spettacolo frequente al Constellation. Una scintilla ha sfiorato il soffitto del locale, che era rivestito da una schiuma infiammabile, collocata durante gli ultimi lavori di ristrutturazione. Da qui la decisione degli inquirenti di indagare non solo i coniugi Moretti – sotto inchiesta anche a Roma -, ma anche i funzionari comunali che negli anni avrebbero chiuso un occhio sulle ispezioni da fare nel locale. Tra loro ci sono anche il sindaco Nicolas Féraud, che ha ammesso le gravi lacune nelle verifiche amministrative e antincendio, il suo predecessore Jean-Claude Savoy, l’ex presidente della Commissione antincendio durante alcuni lavori strutturali, diversi consiglieri comunali. L’ultimo nome iscritto, in ordine di tempo, è quello di un ex responsabile della sicurezza, Thibault Beytrison, che è stato consigliere comunale dal 2017 al 2020. Il 29 settembre verrà ascoltato dai magistrati e dai legali delle vittime.

C’è anche un altro filone d’inchiesta aperto dalla procura di Sion: quello per indagare su eventuali carenze nei soccorsi denunciate dai familiari dei ragazzi travolti dal rogo. Nelle denunce si parla di ritardi logistici e mancanza di attrezzature mediche d’emergenza.

La politica

La conduzione dell’inchiesta è un tema delicato, che ha creato una profonda frattura diplomatica tra Italia e Svizzera. Parallelamente alle indagini di Sion, la Procura di Roma ha aperto un fascicolo autonomo, visto che tra le vittime e i feriti ci sono diversi ragazzi italiani: 6 giovani sono morti e 14 hanno subito pesanti lesioni. I magistrati romani hanno disposto e coordinato in Italia le autopsie, che in Svizzera non erano state effettuate. Un primo momento di forte scontro era stato in occasione della scarcerazione di Jacques Moretti: in gennaio, dopo il pagamento di una cauzione da 200mila franchi, era stato liberato con obbligo di firma. Una circostanza che aveva spinto Palazzo Chigi a richiamare l’ambasciatore da Berna. Nelle scorse settimane è stato scritto un nuovo pesante capitolo nella disputa: la Procura di Sion ha respinto la richiesta dello Stato italiano di costituirsi parte civile nel procedimento elvetico, una decisione contro cui i legali italiani hanno già presentato ricorso.