«Non vivo la mia vita come una star, ma come una persona che vuole entrare in contatto con gli altri. Per questo non mi sono mai considerata più importante di nessuno». Marion Cotillard risponde così alla mia domanda se si senta una diva. Peraltro l’unica e la più grande del cinema francese dopo Isabelle Huppert. L’attrice sminuisce il giudizio, eppure c’è stato un tempo in cui arrivava alle interviste al festival di Cannes con mezz’ora di ritardo, indossando vistosi occhiali da sole degni di Audrey Hepburn o Greta Garbo (la divina che ha imparato ad amare grazie a sua madre) e rispondeva alle domande dei giornalisti con annoiata noncuranza. Erano i tempi in cui incassava il successo stratosferico di film come La vie en Rose, che le ha fruttato un Oscar, e Inception, e in cui la volevano tutti, soprattutto al di là dell’oceano: Woody Allen, Steven Soderbergh, Christopher Nolan, James Gray, Robert Zemeckis. Nel frattempo, con la maturità sono arrivati i due figli (Marcel, 15 anni, Louise, 9) avuti con l’ex compagno, il regista e attore Guillaume Canet con cui è stata per 18 anni, e Marion pian piano si è rilassata un po’, avvicinandosi di più a se stessa, anche con i giornalisti. È stato un periodo in cui ha girato meno film, si è dedicata di più al ruolo di madre e all’attivismo per la salvaguardia del pianeta, oltre al ruolo di produttrice. Ma alla soglia dei 51 anni che compirà il prossimo 30 settembre, e a poche settimane dalla cerimonia che le conferirà una stella sulla Hollywood Walk of Fame accanto a Charlie Chaplin, torna alla carica: in autunno dovrebbero uscire Karma, il sesto film in cui ha collaborato con Canet regista, e thriller psicologico in cui è una donna accusata della scomparsa del suo figlioccio, seguito da Roma elastica di Bertrand Mandico, dove è un’interprete di successo cui viene diagnosticato il cancro e che decide di realizzare il suo ultimo film, un B-movie, nella Roma decadente e allucinata degli anni 80, poi Milo, insieme all’astro nascente canadese Théodore Pellerin, e La Tour de Glace, in cui è una diva del cinema impegnata a girare l’adattamento della fiaba di Hans Christian Andersen La regina delle nevi. «Ho recitato diverse volte il ruolo di attrice, e ovviamente so di cosa si tratta, anche se ognuna è diversa, così come lo è ogni essere umano», dice Cotillard. «Non conoscevo Mandico e quando ho ricevuto la sceneggiatura, con una serie di immagini che rievocavano gli anni 70 e 80, mi sono lasciata affascinare. Il film è un omaggio alla libertà creativa del cinema italiano, e girare a Cinecittà, dove si respira ancora la grandezza di Fellini e altri grandi cineasti, è stato meraviglioso».
Marion Cotillard in Roma Elastica
Lavorare a Karma invece com’è stato?
Per un periodo mi hanno offerto ruoli che non mi piacevano, Guillaume lo sapeva e voleva scrivere un film cucito tutto su di me: così ha creato questo personaggio di una donna legata a una setta religiosa. Ho sentito subito che mi sarebbe entrata dentro.
E poi c’è il film in cui è un’attrice che interpreta la Regina delle nevi: sua figlia sarà stata contenta, praticamente è Elsa di Frozen…
Infatti avevo visto Frozen insieme a lei e non sapevo che il personaggio fosse lo stesso. È stato solo qualche anno dopo che ho visto un adattamento in teatro della Comédie Française e ho scoperto che l’origine era la stessa: la fiaba di Andersen, che non conoscevo.
Niente fiabe quand’era bambina?
I miei non ne leggevano molte, né a me né ai miei fratelli (Guillaume e Quentin, ndr). E così neanche io ho preso l’abitudine di raccontarne molte ai miei figli. Però ammetto che hanno un aspetto interessante: sono più di semplici storie, permettono di sviluppare l’immaginazione e danno accesso alla psicoanalisi. Sono potentissime metafore del mondo in cui viviamo. Ma di questo film mi incuriosiva una domanda, che riguarda ogni attrice e in fondo ogni persona: come ci si connette all’immagine che gli altri hanno di noi?
Marion Cotillard in La regina delle nevi
Lei come viene a patti con la sua immagine pubblica?
È qualcosa che non posso controllare, e a volte è difficile, perché non ti riconosci nell’immagine che i media e i fan proiettano su di te. Ma bisogna accettarlo, fa parte di questo lavoro affascinante che ti fa appartenere a persone che non ti conoscono. Anche se negli ultimi anni la situazione è peggiorata.
Perché?
A causa dei social media: se una tua immagine riceve dieci like e cinque reazioni negative, i media preferiscono enfatizzare queste ultime, e ciò creerà un’altra immagine, però distorta. Prenda Jennifer Aniston, giudicata per anni perché non aveva figli, finché non ha dichiarato di aver provato per anni ad averli. Fa sempre male quando chi non ti conosce ti giudica. E sui social questo è la regola.
Vedo però che ha un profilo Instagram.
All’inizio mi divertivo e lo usavo, pensavo fosse una sorta di spazio artistico dove condividere le proprie foto personali. Ma viviamo in un mondo in cui il giudizio sugli altri è fuori controllo, per cui lo si può usare solo per promuovere i propri film o le cause in cui si crede.
Come i temi ambientalisti a cui è affezionata?
Per un periodo ho condiviso le mie idee su come rispettare il pianeta. Perché fa venire rabbia pensare che, come dice lo psichiatra Christophe André, siamo l’unica razza sulla Terra in grado di distruggerla. Per questo non rinuncio mai a esprimere le mie opinioni in materia.
Si considera una celebrity politica?
Siamo tutti politici, nelle scelte che facciamo, nel modo in cui consumiamo. Fare giardinaggio è politica, non mangiare il foie gras è politica. Non capisco come si possa mangiare o indossare qualcosa senza sapere se è stato prodotto con la sofferenza di altri esseri viventi.
«Siamo tutti politici, nelle scelte che facciamo, nel modo in cui consumiamo. Fare giardinaggio è politica, non mangiare il foie gras è politica. Non capisco come si possa mangiare o indossare qualcosa senza sapere se è stato prodotto con la sofferenza di altri esseri viventi»
Certo, non sono perfetta, anche io ho uno smartphone, ma cerco di essere più virtuosa che posso. Credo però una cosa: non ci si può occupare del pianeta e degli altri, se prima non ci si occupa di sé.
In che senso?
Il Mahatma Gandhi diceva: sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo. Non puoi sperare di mettere a posto le cose attorno a te se dentro di te c’è il caos.
Lei come lo sistema il caos interiore?
Con la meditazione.
Parliamo di cinema. In ogni film lei è molto diversa, ma c’è sempre qualcosa di estremamente riconoscibile: i suoi occhi. È da lì che passano le emozioni dei suoi personaggi, oppure dalla voce?
Quando recito voglio usare tutto, ma parto sempre da un aspetto: mi concentro su come respira il personaggio, perché il respiro influenza sempre il modo di parlare, di muoversi, di comunicare.
Da dove viene questo approccio?
L’ho imparato dai miei genitori (il padre Jean-Claude, attore e regista teatrale, la madre Monique, attrice e insegnante di recitazione, ndr). Ricordo che mia madre diceva sempre che recitare inizia dal permettere al personaggio di entrare dentro di noi. Ed è strano il processo di connessione con un personaggio: per me equivale a ciò che avviene quando si conosce una persona. Per questo ho bisogno di sapere il più possibile al riguardo e a volte faccio cose strane.
Tipo?
Per il film Fratello e sorella, in cui i due protagonisti del titolo non si parlano a causa dei libri poco lusinghieri che lui ha scritto su di lei, ho dovuto scriverne uno io, per immaginare quale potesse essere il motivo del rancore del mio personaggio.
Entrare nella testa e nel modo di comportarsi di altre persone per lei è una forma di terapia?
Non so, ma in un certo senso è catartico. Sono diventata attrice per capire l’essere umano, perché non lo capivo dalle relazioni che intrattenevo. Da bambina, nella periferia di Parigi, trovavo che il mondo attorno a me fosse piuttosto violento e respingente, e questo cozzava con l’amore che ricevevo in famiglia. Per cui volevo capire gli altri, e quale modo migliore che mettersi nei loro panni?
«Sono diventata attrice per capire l’essere umano, perché non lo capivo dalle relazioni che intrattenevo. Da bambina, nella periferia di Parigi, trovavo che il mondo attorno a me fosse piuttosto violento e respingente»
Lavora da più di 30 anni, è un’attrice straordinaria. Ma si ricorda la prima volta che è stata in scena?
Avevo sei anni, era un cortometraggio. All’epoca non immaginavo ancora che sarebbe diventato il mio lavoro e mi avrebbe aiutato enormemente a conoscere me stessa.
Oggi è un modello per molte giovani attrici e i fan si emozionano quando la incontrano. E lei ha qualche modello cui ispirarsi o le capita mai di emozionarsi quando incontra qualche celebrity?
Certo. Sono stata felicissima quando Kate Winslet mi ha chiesto di recitare in Lee Miller: la considero un genio, un esempio, e la seguo fin da quando l’ho vista per la prima volta in Creature del cielo. Quanto ai Vip confesso che ho chiesto un selfie a Zlatan Ibrahimovic quando abbiamo girato insieme Asterix & Obelix: da fuori sembra burbero e pieno di sé, ma in realtà è tenerissimo. Adoro lui e anche quel film: non mi capita di fare molte commedie, forse non sono tagliata per il genere ma vorrei farne di più. Perché i tempi e il tono della commedia sono molto più difficili di quelli del dramma, e a me quando scelgo un nuovo progetto piace stare sulle spine.
Marion Cotillard e Denis Ménochet in una scena di Karma
In quel film suo figlio Marcel aveva una particina. Vuole continuare la tradizione di mamma e papà?
Voleva mettersi alla prova e Guillaume, che era il regista, gliel’ha concesso, e mi ha sorpreso vedere quanto fosse a proprio agio. Si è divertito e penso voglia continuare: se sarà così lo aiuterò, così come i miei hanno aiutato me. Tutto sommato direi che mi è andata bene.


