di
Marco Imarisio

Anche i preti dedicano la loro omelia alla mancanza di carburante. Il vice ministro Novak: «Situazione tesa»

Nel momento del bisogno, l’unione tra Stato e Chiesa fa la forza. E così, mentre sempre più parlamentari propongono leggi per inasprire le sanzioni a chi sui social mostra le auto in coda per la benzina e intanto elogiano la resilienza del popolo russo, nella cittadina di Friazino, vicino a Mosca, i preti dedicano la loro omelia alla mancanza di carburante. Chi se ne lamenta «è povero di spirito», perché la religione ortodossa, quella di oggi almeno, prevede «la sofferenza come forma di rispetto per il potere laico».

La situazione è «tesa», parola del vice primo ministro Aleksandr Novak, che già altre volte si è preso l’onere di dire la verità. Anche ieri, dentro la Mkad, il raccordo anulare che comprende la prima periferia della capitale, le code davanti ai distributori erano ovunque, e alcune raggiungevano i due chilometri di lunghezza. Niente a che vedere comunque con quelle che si videro proprio 28 anni fa quando il rublo venne svalutato e il panico travolse gran parte della popolazione.



















































La crisi del carburante

Quando si parla di Russia, il senso delle proporzioni va sempre mantenuto. Ma è vero che ad agosto il Paese è stato colpito da una nuova crisi del carburante. Le segnalazioni di carenza o totale mancanza di benzina e dei relativi ingorghi alle stazioni di servizio giungono praticamente da ogni parte della Federazione. La mappa delle zone più in sofferenza e quella degli attacchi dei droni ucraini alle raffinerie formano una sovrapposizione quasi perfetta. È in corso un drastico calo della produzione dovuto alla ripresa delle incursioni dei droni di Kiev. Alcuni stabilimenti, già danneggiati, non sono più riusciti a riprendersi.

Persino Vladimir Putin è dovuto intervenire per calmare la gente. Come da tradizione, il presidente russo ha tergiversato, facendo ben presente che la colpa della attuale situazione non ricade su di lui e sulle sue decisioni, ma sui suoi sottoposti. «Non tutte le questioni sono state ancora risolte. Certo, ci sono alcuni disagi per la popolazione, e il governo deve ovviamente tenere la situazione sotto controllo». Nessuno li chiamerà mai danni collaterali di guerra, ma di questo si tratta. Secondo i dati di Bloomberg, nella prima metà di agosto sono state colpite da attacchi almeno nove aziende del settore petrolifero, che rappresentano circa 145 milioni di tonnellate di materie prime all’anno. Considerando che nel 2025 la lavorazione primaria ammontava a circa 265 milioni di tonnellate, la quota delle raffinerie colpite è pari al 54 per cento.

Le misure del governo

Le misure adottate dal governo per stabilizzare il mercato dei carburanti non stanno facendo argine. Il divieto totale di esportazione della benzina è stato prorogato al 31 gennaio 2027, quello sul gasolio fino al prossimo primo settembre. Inoltre, discreto paradosso per uno dei Paesi più ricchi di materie prime, fino al prossimo luglio è consentita l’importazione e l’acquisto da altri Stati. E in almeno 59 regioni sono state introdotte severe restrizioni alla vendita di carburante. Eppure, non basta. Secondo i dati di una app che monitora in tempo reale la disponibilità di benzina nei punti vendita al dettaglio, lo scorso 16 agosto solo il 28% delle stazioni di servizio in tutto il Paese aveva una qualche disponibilità. Una settimana prima, la percentuale era del 41%. Ma secondo il governo le cose andranno ben presto meglio, perché a settembre la domanda di carburante cala sempre, e alcune grandi raffinerie usciranno dai lavori di riparazione, quindi l’offerta aumenterà.

La vera novità dell’estate 2026 sono stati gli attacchi contro l’infrastruttura logistica di Wildberries, l’Amazon russa, che hanno messo fuori uso ben 23 centri di distribuzione, da Mosca alla Crimea, dalla regione del Volga agli Urali. Una catastrofe senza precedenti per il mercato mondiale del commercio al dettaglio, scrive il sito specializzato Mp Manager. Secondo diverse stime, il danno economico complessivo ammonta a 600-800 miliardi di rubli, oltre 8 miliardi di euro. Questa cifra comprende il costo delle infrastrutture colpite, le perdite di merce subite dai venditori e i costi operativi sostenuti dall’azienda per ripristinare le catene logistiche. Un magazzino su cinque di Wildberries è attualmente fuori servizio.

L’aumento del grano

Come si dice in russo, il guaio non arriva mai da solo. E questa volta i raid ucraini e l’inflazione che continua a erodere i portafogli dei russi, non c’entrano. I media hanno creato la parola grechkogeddon, composta da grechka, ovvero grano saraceno, e Armageddon. A causa della siccità, il contorno più usato e più amato dai russi, a pari merito con le patate, potrebbe ben presto scarseggiare sulle tavole di ogni famiglia. Il prezzo di questo alimento comune è aumentato del 20 per cento, e sono già in vigore i limiti di vendita del prodotto, per frenare chi cerca di farsi una «riserva strategica». Ma non esiste una vera emergenza fino a quando non lo dice il Capo. E Vladimir Putin antepone la guerra a tutto il resto. Anche ai disagi della sua gente.

24 agosto 2026 ( modifica il 24 agosto 2026 | 07:43)