di
Gaia Piccardi
Le tappe che hanno portato il n.1 del mondo a saltare il torneo americano
C’è un momento in cui le cose succedono e, da lì in poi, diventa impossibile fermarle. È, non a caso, la domenica dell’unico incrocio stagionale — fin qui — tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz. Carlitos ha vinto in Australia e a Doha, poi si è distratto sul cemento americano, la superficie da cui Jannik ha tratto forza: Indian Wells e Miami sono stati i due pilastri su cui edificare le basi di un primato importante. All’epoca conquistare cinque Master 1000 consecutivi non è ancora una missione possibile: è il bozzolo di un’idea nella testa del campione, che prenderà forma strada facendo.
Domenica 12 aprile, a Montecarlo, sul campo centrale affacciato sul Mediterraneo, lo show down tra i migliori ha un fascino speciale: non si affrontano dalle Atp Finals di novembre, sulla terra all’aperto Spagna-Italia 3-1, con la micidiale doppietta ravvicinata di Alcaraz datata 2025, Roma più Parigi. C’è in palio più della coppa del Principato, quel giorno. Carlos ha perso un set con Etcheverry, sembra un peccato veniale. Jannik negli ottavi ha avuto il calo di energie più misconosciuto del suo personalissimo campionario di malori, quello che si tende sempre a dimenticare quando si ricapitolano i dolori del giovane Sinner: un passaggio a vuoto per una evidente crisi fisica nel secondo set, giocato nell’ora più rovente del primo caldo di stagione, aveva rianimato il ceco Machac. Ma in quel momento il crollo di Parigi non è ancora sulle mappe, la vulgata vuole che da ogni svarione il numero uno sappia riprendersi, e vincere. Ed è così, infatti.
Non solo Sinner doma Machac al terzo, poi strapazza Auger-Aliassime e Zverev e pure un Alcaraz confusionario e involuto in finale. Quel successo, in una rilettura postuma che può aiutarci a mettere le cose in prospettiva, è — paradossalmente — il peccato originale. Conferma la qualità dell’azzurro sul rosso contro il maestro della polvere di mattone, lo illude di essere invincibile. Quella sera a Montecarlo, il nuovo principe festeggia con un’enfasi mai sfoggiata prima. Macché hamburger e patatine: cena al Cipriani di Briatore con pañolada su musica dei Queen, We are the champions, preceduta da un tuffo dal trampolino più alto. Nulla di illegittimo: è per dire quanto abbia significato quel titolo, contro quell’avversario, per il giocatore che ha appena rinunciato all’Open Usa.
Difficile consigliare alla prudenza un tennista così in fiducia. Forse nessuno dei due coach lo fa, più probabilmente Jannik decide di testa sua: è il Ceo della Sinner Corporation, l’ultima parola è del capo. Si va a Madrid, dice.
Eccola imboccata, la sliding door da cui discenderà un effetto-domino inarrestabile. Sei match e 13 set in dieci giorni, più tutto ciò che ne consegue: allenamenti, stress da torneo, terapie per il recupero. È alla Caja Magica, a un noto fisioterapista del circuito, che Jannik confida tutta la sua stanchezza: «Sono morto». La tripletta attraverso le superfici e i continenti riscuote il suo pegno. Ma è tardi per tornare indietro: sul ragazzo dei record (a Madrid è poker di Master 1000) incombe l’unico torneo dal quale non potrà mai sfilarsi senza una straordinaria scusa: Roma con le sue aspettative, gli sponsor da gratificare in casa, il tifo del popolo sinneriano, ogni anno più numeroso, l’anniversario dei 50 anni dal trionfo di Panatta. La ruota del tennis gira, con dentro i suoi criceti.
Questa volta lo svarione arriva in semifinale contro Medvedev, in una sera fresca e umida, cioè senza l’alibi del caldo. Nulla in confronto a ciò che attende il campione esanime sul centrale del Roland Garros, al secondo turno con Cerundolo. Il resto è storia. La cinquina di Master 1000 consecutivi è in archivio, il bis a Wimbledon in bacheca, della rinuncia a New York si parlerà ancora per giorni. Giusto abbandonare il folle inseguimento a tutti i nove Mille stagionali e chissà se l’infiammazione al ginocchio destro sarebbe stata evitabile senza quella sfacchinata da Ercolino sempre in piedi, però facile agli inciampi. Bastava saltare Madrid? Non c’è controprova. Però se gli infortuni sono scelte che ti si ritorcono contro, allora qualcuno ha sbagliato.
24 agosto 2026 ( modifica il 24 agosto 2026 | 07:39)
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