di
Massimo Sideri

Il violinista e compositore: «L’album con Dee Dee Bridgewater? Ci fermò il Covid. Il mio primo vinile grazie a Red Ronnie, vorrei suonare con Sting»

Ricordate cosa rispose Pietro Mennea al grande Mohammed Ali sorpreso perché il velocista fosse bianco? «Io sono nero dentro». Vale anche per Alessandro Quarta. Suona, suda, lacera le corde. Immaginate una sorta di Hulk del violino che sul palco si strappa via frac e smoking. 

Ha suonato con direttori d’orchestra come Lorin Maazel («Mi scelse per la Filarmonica Toscanini quando ero giovanissimo e invasato di rock e blues») e talenti del pianoforte come Ramin Bahrami — e fino a qui tutto normale, per un virtuoso — ma anche con Santana e Mark Knopfler (chitarra elettrica e violino senza l’energia di Alessandro Quarta sarebbero un ossimoro). Ancora: con Dee Dee Bridgewater. Collabora ormai da anni con l’étoile Roberto Bolle per cui ha composto e suonato in prima mondiale il «Dorian Gray». Ha lavorato con Fiorello e con Gianni Morandi in tv. Ma c’è un unico caso in cui Alessandro Quarta si è tolto collane alla Metallica, borchie, croci, anelli d’oro e orecchini con diamanti: «Ricordo quando mi hanno dato in mano lo Stradivari 1715 detto “il Cremonese”. Ha una forza indescrivibile: 300 anni sul corpo che ti risuonano addosso. Fargli un graffio sarebbe una dannazione».



















































Ci deve essere un girone infernale per i violinisti che danneggiano uno Stradivari: un’anima rock inferocita che suona con 30 milioni di euro in mano vanno bene. Ma si temeva per il violino unico del grande maestro liutaio di Cremona. È più forte di lui: Alessandro Quarta, maestro, violinista e compositore, è un innovatore dentro. E come tutti gli innovatori ha dovuto soffrire il doppio per farsi riconoscere fuori dagli schemi.

Maestro Quarta non sono riusciti a fermarla a lungo nemmeno quando è stato a un passo dalla morte lo scorso maggio. Per la cronaca, avremmo dovuto tenere in quei giorni un evento insieme con il premio Nobel per l’Economia Joel Mokyr, ricordo bene l’ansia.
«I medici mi hanno salvato. Per complicazioni legate a delle fistole avevo dai 7 ai 10 giorni di vita, al Gemelli di Roma. Il 12 giugno ero con la banda della Polizia di Stato e il coro dell’Accademia di Santa Cecilia. Quel brano non avrei dovuto suonarlo, ero ancora tutto fasciato dopo due operazioni. Da una sala di rianimazione al palco con la voglia di vivere incredibile. Per me questa è una seconda vita sempre con la mia compagna e manager accanto, Mariarita Napoli».

Si ritrova nella definizione di Pietro Mennea? Un violinista classico «nero dentro»?
«Sì, difatti il mio suono è anche il figlio di un ascolto dei grandi del blues come B.B. King e Buddy Guy. Suoni crudi ma anche con una sorta di distorsione purissima».

Ma ha studiato anche con i grandi.
«Ricordo le lezioni con Isaac Stern. Unico».

Difficile con lei non saltare da un’esperienza all’altra. Cerco di andare a ruota libera: come è nata la collaborazione — ormai un classico — con Roberto Bolle?
«Devo moltissimo a Roberto e alla sorella Emanuela: quando mi hanno affidato i 12 minuti del “Dorian Gray” era il 2018. Lui chiaramente era già il gigante che conosciamo ma io non ero ancora così noto al grande pubblico. Tanta generosità da parte loro ma anche bravura di Mariarita che mi propose».

Poi avete continuato.
«Bolle è colui che mi ha consegnato al pubblico come compositore: all’Arena di Verona, a Dubai, nei posti più belli e più grandi del mondo. Tutti frutti di un passato dedicato al sacrificio e alla disciplina. Così sono nate anche le altre collaborazioni. Come le musiche per il suo balletto “Sphere”, che in realtà è “Etere”, una delle composizioni della mia opera “I cinque elementi”».

Con la danza è nato un connubio: ha appena suonato questa estate affiancando Nicoletta Manni.
«Tutto è nato con naturalezza. Lei è salentina come me e mi ha detto: hai scritto per Roberto, ti andrebbe di chiudere il galà al Duomo di Lecce? Figuriamoci, io ci vivo e nel 2019 per la Notte della Taranta avevo scritto “Tarantula”. Era perfetta. Mi piace tornare alla musica del Seicento e anche del Cinquecento, quando la musica non aveva indicazioni come “presto” o “prestissimo”. Ma c’erano la ciaccona, l’alemanna. Una forma di riverenza per la danza».

Come è finito a suonare con Santana?
«Grazie a Gianni Morandi. Nel suo programma “Uno su mille ce la fa” nel 2000 e 2001 facevo gli arrangiamenti per gli ospiti. Un giorno arrivò Santana e suonò con me. Poi mi disse: ma i violinisti non sono solo quelli con lo smoking? Mi chiese come avrebbe potuto avermi in un suo concerto, ma io al tempo non ero ancora pronto».

E con Dee Dee Bridgewater?
«Lei è la nuova Aretha Franklin! Quando ascoltò in prova i miei arrangiamenti si mise a piangere e mi disse: “Chi ti ha mandato da me?”. Lei a me… Solo i grandi sono così. Nel 2018 facemmo il concerto insieme, ci inginocchiammo e ci abbracciamo e alla fine mi disse: ti andrebbe di arrangiare il mio prossimo album? Purtroppo, arrivò il Covid».

Con chi vorrebbe suonare ancora?
«Vorrei suonare con Sting, non ho mai avuto occasione. Un grande innovatore fin dai Police. Certo, mi piacerebbe anche Paul McCartney…».

Le manca Sting ma con gli Stradivari ha già suonato.
«Un grande onore: grazie a Roberto Codazzi, il direttore artistico musicale del museo del violino di Cremona che mi ha fatto aprire e chiudere per tre volte il festival degli Stradivari dal 2022 al 2024. Nel 2024 ho potuto eseguire la mia opera “I Cinque elementi”. Quei violini magnifici restano nel museo in attesa di essere suonati una volta l’anno. Potete immaginare: suonarli è come poter entrare in un’opera del Michelangelo».

I «Cinque elementi» testimoniano anche il ritorno del vinile…
«Stavo in acqua con Red Ronnie nel nostro Salento. E lui mi fa: “Ma il vinile ce l’hai?”. Ancora in acqua chiama Giulio Cesare Ricci. Ricci è un genio. Quarant’anni fa andò a recuperare tutte le macchine e i microfoni con cui i Beatles avevano creato i loro capolavori. Ha fondato così la Fonè Records con cui ha generato un proprio suono. Da lui sono andati tutti: Vasco Rossi, Yo-Yo Ma, Claudio Abbado. Comunque, dopo un’ora e mezza dalla telefonata di Red, Ricci ci richiama e dice: “Facciamolo”. Il vinile è stato stampato in Giappone come si faceva una volta».

Come ha fatto a conciliare il mondo degli Stradivari con la tv?
«Per me è tutta musica: classica, blues, pop, rock. A “Stasera pago io” con Fiorello passavano tutti, da Joe Cocker a Liza Minnelli e Tom Jones. Molte di quelle parti le arrangiavo io. Mi è servito molto perché ho conosciuto il blues e il pop da dentro il camerino. È il modo più pulito di conoscere un uomo: sul palcoscenico diventano artisti. Ma quando ci parli dietro il palco capisci chi sono per davvero».

Il violino che le manca di più?
«Ho avuto vari violini: quello storico che uso nella musica classica è un Giovanni Battista Guadagnini del 1761. E poi ho un Bogdanoski, liutaio croato che nel 2008 è stato insignito della miglior copia al mondo alla New York Exposition of Violins. Quello che suono io è la copia del Guarneri del Gesù del leggendario Isaac Stern, detto volgarmente il Panette. Ho avuto un Alessandro Gagliano del 1723. Ma dopo l’operazione di tumore al collo di anni fa non potevo più suonarlo, era bombato sotto come tutti gli strumenti barocchi. Gli ho dovuto dire addio».

Unica controindicazione: è pericoloso stargli vicino quando si accende, ma è anche impossibile pensare di stare fermi con i piedi quando suona. Provate a mettere Alessandro Quarta Plays Astor Piazzolla.

24 agosto 2026