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Roberta Ceretto: «Pativo le assenze di papà, non mangiavo per attirare attenzione. L'arte? Con Tremlett e Sol LeWitt una festa. Ricordo Enzo Biagi sulla nostra giostra a cavalli»
CCelebrità

Roberta Ceretto: «Pativo le assenze di papà, non mangiavo per attirare attenzione. L’arte? Con Tremlett e Sol LeWitt una festa. Ricordo Enzo Biagi sulla nostra giostra a cavalli»

  • 24 Agosto 2026

di
Antonella Frontani

La viticoltrice e mecenate piemontese si racconta, dai vini all’antropologia

È appassionata d’arte e mecenate ma è anche presidente e responsabile della comunicazione della Ceretto Azienda Vitinicola, storica azienda di famiglia. Roberta Ceretto racconta di sé.

«Sono stata una bambina felice perché abitavo in un contesto a misura d’uomo, come Alba, dove ancora adesso puoi trovare i bimbi che giocano a palla nelle piazze. A quel tempo abitavo in un quartiere non proprio centrale, in un edificio importante per la mia famiglia».

«Perché da lì è partito tutto. Abitavamo al quinto piano di una casa in corso Langhe 3, nel cui interrato si trovava la prima cantina fondata da mio nonno».

La famiglia era riunita tutta lì?

«Sì, lì sono cresciuti Bruno e mio zio Marcello, e poi io, mio fratello Federico e i miei cugini Lisa e Alessandro. Con Lisa sono cresciuta, in realtà, all’insegna di un rapporto fraterno».

«Molto compatta. Siamo cresciuti tutti insieme, lavoriamo tutti in azienda, condividiamo le nostre vacanze che spesso trascorriamo anche nella casa di Èze, in Costa Azzurra. Inoltre, siamo una famiglia sempre pronta all’accoglienza».

«Amici e parenti. Spesso i nostri pranzi finiscono per comprendere 40 commensali. Un’abitudine più meridionale che sabaude».

Ma come vive una bimba in una famiglia così accogliente ed espansiva?

«Accogliente ma non espansiva, erano tutti molto riservati. Ho patito un po’ l’assenza di mio padre. Bruno e Marcello erano molto coinvolti dall’azienda che, con loro, ha spiccato il volo. Mio zio, più schivo, si è dedicato al settore enologico. Papà, invece, si è occupato subito del mercato iniziando a viaggiare molto presto, in Italia all’estero. Sono cresciuta vedendolo pochissimo, fino al momento in cui sono entrata in azienda».

Gli rimprovera l’assenza?

«Solo in parte. Del resto, è nato nel 1937, ha vissuto la paternità secondo le modalità e i ruoli della sua generazione».

Che tipo di rapporto c’è tra voi?

«Basato sul coinvolgimento ma lontano dal dialogo. Un ricordo indelebile dell’infanzia sono i pranzi a cui ci invitava quando tornava dai lunghi viaggi: era una grande festa, ma la sua abitudine ad esercitare le pubbliche relazioni li trasformava in pranzo di lavoro».

Torniamo ai ricordi d’infanzia.

«I più teneri sono legati alle prime, piccole vendemmie. Nonno ci caricava sul trattore per raggiungere Bricco Asili la prima cantina voluta, studiata e realizzata da papà e mio zio nel 1973. Erano piccoli eventi molto sentiti che coinvolgevano pochi operai e tanti amici e parenti volenterosi».

«Il profumo dei pranzi che nonna Emilia preparava per l’occasione, coadiuvata da mia mamma e mia zia, per tutti i partecipanti alla vendemmia. L’immagine impressa è quella del grande tavolo sotto la tettoia in cui sedevano tutti i collaboratori».

Cosa ha patito da bambina?

«L’assenza di mio papà quando sentivo di aver bisogno di un punto fermo. E poi, ho patito l’impossibilità di condividere con lui quei piccoli eventi che per un bimbo sono fondamentali, come le mie gare di pattinaggio artistico o i tornei di tennis».

Cosa avrebbe potuto fare, visto gli impegni che lo bloccavano?

«Forse spiegarmi il motivo delle sue assenze, farmi capire che non dipendeva dalla sua volontà ma dagli impegni di lavoro. Un tempo, però, i metodi educativi erano diversi, non c’era spazio per il dialogo».

Complice anche il pudore sabaudo?

«Certo, la difficoltà di dimostrare i sentimenti, cosa che riguarda anche me».

Difficile per lei parlare di sentimenti?

«Difficilissimo. Si tratta di superare una cortina di ferro».

Il sentimento, dunque, è una debolezza?

«Ovviamente no. Cambia semplicemente il modo di esternarlo. Io per esempio osservo molto la famiglia di mio marito, molto espansiva, che ammiro e che osservo con l’occhio di un antropologo».

Che ruolo aveva sua mamma?

«Molto presente, sempre in auto per accompagnare i suoi figli ovunque, eppure, anche lei, come i miei nonni, non era affatto espansiva. In realtà, credo che questa riservatezza sia stata un peso anche per loro. Non sono stati educati all’affettività».

«Sono sola per scelta. Sono una nomade, per esempio, rispetto a mio fratello e ai miei cugini che sono molto capaci di coltivare le amicizie di gruppo. Hanno saputo conservare gli amici d’infanzia».

«Io adoro osservare le persone e immaginare la loro vita, come se fossero libri da sfogliare. Il punto ideale di osservazione è il bar».

Quale è stata la ribellione dell’adolescenza?

«È stato il rifiuto di lavorare con la famiglia. Era difficile immaginare il mio ruolo in azienda. Mi sentivo fuori posto, forse sbagliata. Mi sentivo schiacciata da un senso di impotenza nei confronti di un ingranaggio di cui non riuscivo a far parte».

Come manifestò la sua ribellione?

«Smettendo di mangiare, cercando di attirare l’attenzione che pensavo di meritare. Per la mia famiglia, diseducata ai sentimenti, fu difficile affrontare il problema».

Quando è nato il suo impegno per l’arte in azienda?

«Nel 1999, nel corso dell’estate in cui papà, come sempre, ci coinvolgeva in ogni in attività collaterale. Non era concepito il tempo libero, l’ozio o la playstation. Arrivò il primo incredibile progetto artistico che avrebbe legato per sempre David Tremlett e Sol LeWitt a Brunate, quando, in pochissimi mesi, tutti i colori dell’arcobaleno esplosero sulle pareti della sua chiesetta».

Per lei, laureata in lettere e filosofia, si trattava dell’ambito ideale…

«Furono 90 giorni di pura meraviglia, davanti ai miei occhi si spalancò un mondo intero. Mi ritrovai a fare letteralmente il garzone di bottega, la guida turistica, la project manager, l’autista e mille altri lavori. Correvo a recuperare pennelli, vernici, nastri adesivi e strumenti di cui ignoravo persino l’esistenza pur di trasformare quell’edificio in un’opera d’arte. Mi occupai del rispetto delle scadenze, del rapporto con i galleristi, dell’accoglienza dei turisti. Soprattutto, mi innamorai del mio lavoro in azienda».

Quali artisti fanno parte della galleria d’arte a cielo aperto cui ha dato vita?

« Tra gli altri, Valerio Berruti, Francesco Clemente, Kiki Smith, Ansalm Kiefer, Marina Abramovic. Un’attività che faccio con l’affetto, la dedizione e il senso di cura per l’arte e il per il territorio che provano tutti i componenti della mia famiglia. La mia gratitudine va a loro che mi hanno dato fiducia e libertà di scelta».

«Enzo Biagi e Fabio Fazio sulla giostra a cavalli ospiti del nostro Premio Langhe Ceretto».


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24 agosto 2026

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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