di
Greta Privitera

Un anno dopo, l’Indipendent analizza foto e immagini dei due raid che hanno ucciso la fotoreporter e altri cinque colleghi, confutando la versione dell’esercito israeliano

Domani Mariam Abu Dagga è morta da un anno. Al Nasser Hospital di Khan Younis c’è una scala esterna che, fra un bombardamento e l’altro, i giornalisti di Gaza usano per telefonare, inviare immagini, aspettare notizie. Il 25 agosto dell’anno scorso un carro armato israeliano spara lì due volte. Il primo colpo uccide Hussam al-Masri, cameraman della Reuters. Il secondo arriva pochi minuti dopo, quando intorno al suo corpo ci sono i soccorritori e i colleghi convinti di poterlo salvare. Muore Mariam, fotoreporter di Independent Arabia e collaboratrice dell’Associated Press. Con lei, almeno altre ventidue persone. Fra loro Mohammed Salama di Al Jazeera, Ahmed Abu Aziz di Quds Feed, Moaz Abu Taha, freelance. 

Un anno dopo, Independent e Independent Arabia ricostruiscono cosa è successo su quella scala minuto per minuto, incrociando decine di testimonianze, video e fotografie. L’esercito israeliano aveva sostenuto di avere colpito una telecamera piazzata da Hamas. L’inchiesta mostra altro. La telecamera era di Reuters, era quella di Hussam, lasciata accanto al suo corpo dopo il primo raid. Quel punto della scala era frequentato ogni giorno dalla stampa locale, era un luogo visibile, conosciuto, anche dai soldati che presidiavano la zona da mesi. I reporter parlano di prove di possibili crimini di guerra. L’esercito non entra nel merito, dice solo che l’indagine interna, quella dello Stato maggiore, è ancora aperta. Il Committee to Protect Journalists ha già classificato la morte di Mariam come un omicidio mirato, una giornalista uccisa per il suo lavoro.



















































Il giorno dopo il raid abbiamo parlato con Salma Kaddoumi. È la migliore amica di Mariam, anche lei giornalista, anche lei freelance. La sera precedente alla sua morte, la fotoreporter le aveva chiesto di dormire con lei al Nasser. Salma era a Nord, dietro alle evacuazioni. «Ti richiamo», le aveva detto. Si erano salutate promettendosi di trovare presto un momento. Il mattino seguente cominciano a circolare i video del raid. «Era mia sorella maggiore», ci ha detto Salma. «Ci sentivamo quasi tutti i giorni. Ci dicevamo come muoverci, ci passavamo nomi e contatti. E parlavamo di noi».

Oggi, a un anno di distanza, la giornalista palestinese ricorda quella telefonata come l’ultima bella di questi mesi. Mariam aveva iniziato a lavorare come giornalista nel 2018, durante la Grande marcia del ritorno. Dall’ottobre del 2023 raccontava la fame, le evacuazioni, le famiglie che cercavano i propri morti tra le macerie della Striscia. Il Nasser era la sua base. Dodici giorni prima di essere uccisa aveva visto morire Anas al-Sharif e altri quattro colleghi. «Mi aveva detto, e se domani toccasse a noi», raccontava Salma. «Aveva un figlio. Per lei continuare a fare questo lavoro era una scelta ancora più difficile».

Ghaith, il figlio, vive negli Emirati con il padre. Mariam lo ha fatto evacuare all’inizio della guerra, pensando che la distanza sarebbe durata poco. Non lo rivedrà più. Nel frattempo ha perso la madre, malata di cancro, senza cure. La casa di famiglia è stata bombardata. Al padre Riyad ha donato un rene. È un uomo con undici figli e cinquanta nipoti, e questo conflitto gli ha portato via chi ama.

Siamo riusciti a parlare anche con lui, il giorno dopo la morte di Mariam. Non chiedeva vendetta. Chiedeva che la guerra finisse. «Vogliamo vivere come tutti», ci ha detto. «Sappiamo che nelle guerre si perde e basta. La pace è il nostro desiderio». Di Mariam ricordava la bambina che lo seguiva ovunque, che faceva domande, che voleva diventare giornalista. «Era dolce come il miele. Dopo la morte di sua madre si è presa cura di me».

A Gaza le giornaliste sono poche e si conoscono tutte. Salma dice che lavorano senza dormire, correndo fra ospedali e macerie, spesso senza mangiare. «In nome di Mariam non smetteremo mai». Alla versione israeliana secondo cui i civili non vengono presi di mira, oppone una domanda. Se chi colpisce sa che dopo il primo raid arrivano soccorritori e giornalisti, perché colpire una seconda volta?

In questi stessi giorni torna a fare notizia un altro nome, quello di Hind Rami Iyad Rajab, cinque anni, uccisa il 29 gennaio 2024 mentre fuggiva da Gaza City su una Kia nera con sei parenti. Per due anni e mezzo Israele ha negato ogni responsabilità diretta. Solo in questi giorni, dopo un rapporto dell’Onu che lo scorso settembre ha citato il caso Rajab, l’esercito israeliano ha ammesso per la prima volta di aver sparato su quell’auto e ha aperto un’indagine penale.  

Dall’inizio della guerra il Committee to Protect Journalists conta almeno 207 giornalisti palestinesi uccisi a Gaza, mai così tanti in nessun altro conflitto da quando l’organizzazione tiene il conto, dal 1992. Mariam riceve postuma l’International Press Freedom Hero Award. Il suo ritratto viene portato nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu dall’ambasciatore algerino.

24 agosto 2026 ( modifica il 24 agosto 2026 | 11:26)