La guerra in Ucraina è entrata in una fase paradossale. Si parla di pace un po’ più di quanto si facesse qualche mese fa, mentre sul terreno quasi nulla indica che Putin abbia deciso di fermarsi. Anzi. La Russia continua la pressione nel Donbas, aumenta la produzione di missili, prepara secondo Kiev una nuova mobilitazione di truppe. L’Ucraina resiste, colpisce sempre più spesso in profondità il sistema logistico ed energetico russo, ma soffre di una carenza che può diventare decisiva: la difesa contro i missili balistici. L’Occidente non fabbrica abbastanza armi difensive; i suoi nemici hanno ritmi di produzione ben più sostenuti, e si tratta di armi offensive. Chi vuole la pace e vuole favorire una soluzione diplomatica, dovrebbe spingere per il riarmo difensivo, l’unico che può riequilibrare i rapporti di forze e spianare la strada a un negoziato.

È questo il contesto in cui Zelensky ha annunciato di avere consegnato ai negoziatori americani nuove proposte per mettere fine alla guerra. Il contenuto dettagliato non è stato reso pubblico. Reuters riferisce però una frase del presidente ucraino che ne chiarisce la logica: gli Stati Uniti possono rafforzare la difesa dell’Ucraina, anzitutto quella aerea, e contemporaneamente esercitare pressioni sulla Russia perché Mosca si prepari alla fine della guerra invece di prolungarla. Quindi il nuovo piano non va letto solo come un’offerta diplomatica. È anche un ragionamento militare. Zelensky dice in sostanza che una trattativa può diventare seria solo modificando il calcolo costi-benefici di Putin.



















































La situazione sul campo non è quella di un crollo ucraino. Ma neppure quella di una Russia prossima alla sconfitta. L’avanzata russa procede con lentezza nell’Est, pagando prezzi umani elevati. Attorno a Kostiantynivka e agli altri capisaldi del Donbas gli ucraini continuano a opporre una resistenza efficace. Zelensky sostiene addirittura che nel 2026 il territorio perduto e quello riconquistato potrebbero compensarsi. È la valutazione di una parte belligerante, però serve a correggere l’immagine di un fronte ucraino in disfacimento.

La guerra resta una gigantesca battaglia d’usura. Ed è proprio qui che emergono le differenze più preoccupanti. L’Ucraina ha sviluppato un’industria innovativa dei droni e delle armi a basso costo. I suoi attacchi estivi contro raffinerie, depositi e centri logistici russi hanno dimostrato che Kiev conserva una capacità offensiva rilevante. L’Institute for the Study of War ha documentato una campagna sistematica contro infrastrutture logistiche e industriali russe, mentre Mosca modifica la propria produzione di missili a lungo raggio per fabbricare soprattutto quelli più capaci di penetrare le difese ucraine.

È una gara industriale prima ancora che tecnologica. La Russia sembra prepararsi a combattere a lungo. Secondo Zelensky, Putin attende le elezioni parlamentari russe di settembre per avviare in seguito una nuova mobilitazione di 300.000 uomini; nel 2027 il totale dei nuovi arruolati potrebbe arrivare a mezzo milione. Mosca nega. La parte meno controversa del quadro riguarda la produzione bellica: la Russia sta aumentando rapidamente il numero dei missili disponibili. Reuters riferisce una capacità programmata di circa 1.300 missili balistici l’anno. È qui che la guerra ucraina si collega a un problema molto più grande: l’America ha molte guerre potenziali da preparare, e non abbastanza missili per affrontarle tutte allo stesso tempo. Un’analisi di Yaroslav Trofimov sul Wall Street Journal descrive una vulnerabilità che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata impensabile. Secondo una stima del Center for Strategic and International Studies citata dal Journal, gli Stati Uniti hanno già consumato circa metà delle scorte prebelliche di intercettori Patriot e Thaad, oltre a un terzo dei missili offensivi a lungo raggio Tomahawk e JASSM.

La Casa Bianca e il Pentagono contestano che esista una vera scarsità. Ma altri dati raccolti da Trofimov sono difficili da ignorare. Il CSIS stima che restino negli arsenali americani appena 800 Patriot. Lockheed Martin ha consegnato nell’ultimo anno 620 intercettori PAC-3 MSE, oltre il 20 per cento in più rispetto all’anno precedente: un’accelerazione notevole per gli standard occidentali, insufficiente però rispetto alla crescita della minaccia.

La Russia da sola produrrebbe ormai più di cento missili balistici al mese e altrettanti missili da crociera. Aggiungendo Cina, Corea del Nord e Iran, la produzione di missili balistici dei principali avversari dell’Occidente supera di parecchie volte quella occidentale degli intercettori. Con una complicazione aritmetica: per abbattere un singolo missile balistico può essere necessario lanciarne due o tre. Non è un dettaglio tecnico. Può influire sulle possibilità della pace. Per Putin la domanda non è soltanto quanti soldati e quanti missili possiede la Russia. È quanti Patriot l’Occidente può permettersi di consumare in Ucraina quando deve proteggere contemporaneamente Israele, le basi americane nel Golfo, gli alleati asiatici e potenzialmente Taiwan. Nel 2026 Kiev dovrebbe ricevere appena 264 intercettori Patriot progettati negli Stati Uniti, contro 364 nel 2025 e 675 nel 2023. Intanto gli attacchi russi sono diventati più intensi. L’Ucraina riesce a distruggere gran parte dei droni e molti missili da crociera, ma contro i vettori balistici la sua vulnerabilità aumenta. Zelensky ha indicato la scarsità dei Patriot come una causa dell’aumento delle vittime.

La seconda contraddizione riguarda l’Europa. Sul piano finanziario, l’Europa ha ormai assunto una funzione dominante. Il nuovo Ukraine Support Loan dell’Unione europea vale 90 miliardi di euro destinati al bilancio e alla difesa di Kiev nel 2026 e 2027. Nei soli mesi di maggio e giugno le istituzioni europee hanno assegnato quasi 11 miliardi: 4,3 miliardi di aiuti militari e 6,7 miliardi di sostegno finanziario e umanitario. Germania, Danimarca e Olanda hanno aggiunto nuovi consistenti stanziamenti. L’Europa dunque può pagare una parte crescente della guerra. Ma non riesce a fabbricare ciò che compra. Nel primo semestre del 2026 gli europei hanno acquistato almeno tre miliardi di euro di armamenti da aziende americane per destinarli all’Ucraina. Sono circa il 30 per cento di tutto l’aiuto militare europeo proveniente da nuove commesse industriali. Ancora più rivelatore è il programma Nato PURL: oltre il 90 per cento degli armamenti forniti attraverso quel meccanismo proviene dagli arsenali militari statunitensi. Il Kiel Institute sintetizza il problema così: l’Europa è diventata il principale finanziatore dell’Ucraina, ma continua a dipendere dall’America per sistemi essenziali come il Patriot. È la nuova divisione del lavoro atlantica: l’Europa mette sempre più soldi, l’America conserva tecnologie insostituibili. Il problema sorge quando gli arsenali americani si svuotano.

Washington ha reagito sul piano industriale. Il Pentagono ha firmato con Lockheed Martin un programma da 59 miliardi di dollari che dovrebbe triplicare la produzione dei Patriot PAC-3 entro il 2030; un altro contratto da 35 miliardi punta a quadruplicare gli intercettori Thaad. Ma il 2030, visto da una trincea del Donbas, è lontanissimo. In questo senso Putin gode di un vantaggio tipico delle guerre lunghe. L’apparato industriale russo è già organizzato secondo una logica bellica. Cina, Corea del Nord e Iran aumentano anch’essi rapidamente la capacità produttiva militare. In Occidente gli investimenti stanno crescendo lentamente, e partono da economie e sistemi industriali che hanno vissuto per decenni in condizioni di pace.

Un alto responsabile europeo citato da Trofimov riassume brutalmente l’asimmetria: gli avversari dell’Occidente pensano di essere già in guerra, mentre l’Occidente continua in parte a comportarsi come se non lo fosse. Questo spiega perché Zelensky lega la diplomazia ai Patriot. Non basta invitare Putin a negoziare. Bisogna convincerlo che il tempo non lavora a suo favore. Per ora Mosca continua a dare il segnale opposto. Il vice ministro degli Esteri Sergei Ryabkov sostiene che la Russia è pronta a considerare nuove idee di pace, purché tengano conto delle «realtà sul terreno». Nel linguaggio del Cremlino significa anzitutto accettare che la Russia controlla circa un quinto del territorio ucraino e riconoscere almeno una parte dei risultati ottenuti con l’invasione.

Le nuove proposte di Zelensky sembrano quindi avere un obiettivo intermedio prima ancora della pace: dimostrare a Donald Trump che Kiev non è l’ostacolo al negoziato. L’amministrazione americana vuole poter presentare la fine della guerra come un successo diplomatico, ma i negoziati hanno prodotto finora pochissimo. L’altra guerra, quella contro l’Iran, ha assorbito attenzione politica e risorse militari americane e ha indirettamente migliorato il potere contrattuale di Putin.

Zelensky combatte su due fronti diplomatici. Deve convincere Trump che l’Ucraina è pronta a trattare. E deve convincerlo che una trattativa condotta mentre Kiev perde progressivamente la capacità di difendere le proprie città dai missili russi sarebbe una trattativa falsata. Qui sta forse il significato più importante del suo nuovo piano. La pace non dipende soltanto dalla disponibilità dei due contendenti a sedersi intorno a un tavolo. Dipende dalla percezione che entrambi hanno del futuro. Se Putin crede che fra sei mesi avrà più uomini, più missili e un’Ucraina con meno Patriot, la sua ragione per fare concessioni oggi diminuisce. Se invece gli Stati Uniti e l’Europa riescono a dimostrare che Kiev resterà difendibile militarmente, la diplomazia acquista valore anche per lui. Il vero negoziato di pace, prima ancora di cominciare a Mosca, Kiev o Washington, passa dunque dalle catene di montaggio di Lockheed Martin e dell’industria europea. Questa è una guerra in cui il tempo si misura anche in missili prodotti al mese.

Il paradosso politico più sconcertante è che l’Occidente al proprio interno ha robuste correnti pacifiste che contrastano il riarmo, pur trattandosi per lo più di un’operazione difensiva: Patriot e Thaad non sono armi fatte per attaccare l’avversario, ma per neutralizzare i suoi attacchi missilistici. Il riarmo occidentale è lento, quello europeo langue, perché una parte dell’opinione pubblica lo considera contrario alla pace. Dove il riarmo procede a ritmi ben più sostenute, e con arsenali offensivi, il pacifismo non esiste o è stato zittito da tempo.

24 agosto 2026