di
Marta Serafini

L’intelligenza artificiale sta rendendo i droni sempre meno dipendenti dal pilota e sempre più resistenti alla guerra elettronica. È la nuova corsa tecnologica che oppone Kiev e Mosca sul campo di battaglia

La guerra dei droni in Ucraina sta entrando in una fase nuova: l’intelligenza artificiale non serve più solo a migliorare la ricognizione, ma a portare il velivolo fino all’ultimo tratto dell’attacco senza bisogno di restare in contatto con il pilota. È una svolta dettata soprattutto dalla guerra elettronica. 

Sul fronte, i disturbi radio e i sistemi di jamming rendono sempre più vulnerabili i droni Fpv tradizionali, che dipendono dal collegamento continuo con l’operatore. Per questo sia Kiev sia Mosca stanno accelerando sullo sviluppo di droni capaci di riconoscere il bersaglio, agganciarlo e completare autonomamente la fase terminale della missione.



















































Se il drone, una volta arrivato in area, non ha più bisogno di ricevere ordini o video dal pilota, il disturbo elettronico perde gran parte della sua efficacia. In sostanza, si passa dal drone telecomandato al drone che «vede» e decide il tratto finale con sistemi di bordo.

L’Ucraina sta lavorando soprattutto su questa logica. Il caso più interessante emerso nelle ultime settimane è il piano, poi fermato, noto con il nome in codice «M&Ms»: un progetto per saturare gli aeroporti di Mosca con sciami di piccoli droni a basso costo guidati da sistemi di intelligenza artificiale. La tecnologia descritta è quella del map matching: nel computer di bordo vengono caricate mappe dettagliate della rotta e immagini dell’obiettivo; durante il volo la camera confronta il terreno reale con quello memorizzato e, trovata una corrispondenza, il drone punta il bersaglio senza conferma umana finale. È una forma di navigazione e attacco pensata proprio per aggirare le difese elettroniche russe.

Mykhailo Fedorov, l’ex ministro della Difesa di Kiev recentemente rimosso dall’incarico, ha dichiarato in un’intervista al New York Times alla fine del mese scorso che l’Ucraina ha testato un sistema di intelligenza artificiale completamente autonomo nella Crimea occupata dalla Russia negli ultimi mesi. Fedorov ha affermato che i dispositivi prendevano di mira depositi di carburante e attrezzature militari e che nessun civile è rimasto ucciso.

La Bbc cita i droni ucraini Hornet, dotati di un sistema di puntamento Ai addestrato su migliaia di ore di video di obiettivi militari russi raccolti in quattro anni di guerra. Altri riferimenti riguardano la piattaforma Brave1, che ha testato un «drone madre» capace di identificare e colpire bersagli usando due Fpv subordinati, e il sistema SmartPilot, basato su una navigazione che combina immagini e sensori inerziali per continuare la missione anche quando il segnale satellitare o radio è degradato.

Sul lato russo, i segnali sono forse ancora più inquietanti

Il New York Times racconta il caso di un drone che, secondo funzionari ucraini, era stato indirizzato da operatori umani verso una stazione di servizio ma, una volta giunto in prossimità del bersaglio, avrebbe scelto da solo il punto esatto da colpire – probabilmente serbatoi di propano – in base al proprio addestramento. Se confermato, è un passo ulteriore: non più solo guida autonoma verso l’obiettivo, ma scelta autonoma del punto terminale d’impatto.

Ancora più significativo è il dato hardware. In relitti di droni russi sarebbero stati trovati moduli Nvidia Jetson Orin, piccoli computer adatti a eseguire calcoli di Ai direttamente a bordo. Questo suggerisce che Mosca stia investendo non soltanto su droni migliorati, ma su piattaforme capaci di elaborare localmente immagini e dati di volo per compiere attacchi con maggiore indipendenza. Tra i sistemi citati dagli analisti compare anche Tyuvik, un autopilota russo basato su mappe precaricate e riconoscimento di immagini.

La differenza tra i due approcci, almeno per ora, è più operativa che teorica. Kiev sembra puntare su droni piccoli, economici e numerosi, usando l’Ai per farli sopravvivere al jamming e colpire obiettivi logistici, convogli, depositi e infrastrutture. Mosca appare orientata a integrare capacità di calcolo e targeting autonomo su droni d’attacco più strutturati, con l’obiettivo di affinare la precisione terminale e ridurre la dipendenza dal controllo remoto.

Le organizzazioni per i diritti umani e la Croce Rossa Internazionale si oppongono fermamente all’uso di armi basate sull’intelligenza artificiale senza l’intervento umano dal momento che i sistemi autonomi, in sostanza, lasciano ai robot il compito di interpretare il diritto internazionale e di determinare gli obiettivi legittimi in guerra. Alcuni esperti sostengono però che, in futuro, le armi dovrebbero essere obbligatoriamente dotate di sistemi di intelligenza artificiale. Secondo questa tesi, tali armi sarebbero più sicure perché in grado di prendere decisioni prima di colpire, anche se non sempre in modo perfetto, a differenza delle bombe aeree non guidate o dei proiettili di artiglieria convenzionali che cadono senza valutare il bersaglio.

Bisogna però evitare l’enfasi eccessiva. Non siamo ancora all’era degli sciami pienamente autonomi impiegati in massa. Le fonti indicano piuttosto una fase intermedia: Ai e machine vision sono già presenti sul campo, ma in numeri ancora limitati e con forti problemi di scala, affidabilità e responsabilità. Il nodo è evidente: quale livello di «certezza» deve raggiungere un algoritmo prima di autorizzare un attacco? E chi risponde se il sistema sbaglia bersaglio?

Eppure la direzione della guerra è segnata. Sul fronte ucraino l’intelligenza artificiale sta diventando la risposta più concreta alla saturazione elettromagnetica del campo di battaglia. La corsa non è verso il drone che pensa come un uomo, ma verso il drone che, quando il pilota sparisce dal circuito, continua comunque a trovare e colpire il bersaglio.

24 agosto 2026 ( modifica il 24 agosto 2026 | 17:07)