Con le trasformazioni a San Cristoforo, Milano Sud cambia scala e aspetto in maniera radicale e veloce. Mentre la M4 chiude la sua corsa, arrivata nell’ottobre 2024, passano la ferrovia Milano-Mortara, la S9, i regionali. A livello dei binari, il Comune prepara il parco sullo scalo, ancora più su, una passerella ciclopedonale collega piazza Tirana, la metropolitana, il Naviglio Grande e via Lodovico il Moro. In mezzo a questa geografia di binari, cantieri e previsioni, si fa strada un edificio lungo pochi metri. È la Ciclofficina di San Cristoforo, progettata da Maria Ave Romani e Paolo Catrambone di ORTUS, Tommaso Aliverti e Tommaso Sossi tra il 2024 e il 2025: una micro-architettura che sceglie la misura minima proprio nel punto in cui Milano si trasforma per infrastrutture.
Piercarlo Quecchia, Michela Pedranti – DSL Studio
Un casello, tre associazioni
Il perimetro che la ospita ha una storia più stratificata di quello che si penserebbe: il casello di inizio Novecento, dismesso da decenni, ha fatto da dormitorio di fortuna prima che tre associazioni tra loro piuttosto diverse decidessero di prenderselo insieme. Canottieri San Cristoforo, storica scuola di canottaggio sui Navigli; Cicloshard, ciclofficina sociale della Barona; Trillino Selvaggio, centro culturale di via Tolstoj. A riunirli, un bando del Municipio 6, 1800 metri-quadrati, dieci anni di concessione: la squadra più eterogenea che si potesse mettere insieme per gestire un fazzoletto di terra tra due linee ferroviarie ancora attive.
Piercarlo Quecchia, Michela Pedranti – DSL Studio
La misura minima dichiarata
La costruzione racconta la sua misura minima in ogni dettaglio: telaio in acciaio verniciato di verde, tetto in lamiera ondulata con sbalzi generosi, pannelli di policarbonato cellulare al posto dei muri, e sotto, invece delle fondazioni, un rilevato di terra compattata alto 25 centimetri, necessario quanto serve per stare in piedi senza mettere radici. Tre travi d’acciaio a vista citano, quasi per gioco, la geometria dei binari a due passi. Dentro, lampade a gabbia metallica appese al soffitto, un rocchetto per cavi elettrici recuperato da un cantiere che fa da tavolo, sedie pieghevoli spaiate, con un vocabolario è quello delle serre e delle officine dove regna l’essenzialità. Tutto appare dichiarato: struttura, giunti, materiali, possibilità di montaggio e smontaggio.
Piercarlo Quecchia, Michela Pedranti – DSL Studio
Una lanterna accanto ad Aldo Rossi
Il policarbonato filtra la luce di giorno e la sera si ribalta, diventa lanterna: il giardino del Casello, per decenni sinonimo di irresolutezza, torna acceso ogni tramonto. Biciclette appoggiate al vetro nelle foto di sera, disegni di bambini appesi con le mollette, persone seduta al rocchetto con un bicchiere in mano. A un centinaio di metri dorme ancora, incompiuto da quarant’anni, il terminal auto-cuccette che Aldo Rossi disegnò per RFI negli anni Ottanta, che il concorso per il masterplan del 2019 propose di avvolgere in un velo trasparente. Nessun bisogno di velarla, quella piccola serra verde accanto ai binari: la sua trasparenza e la luce accesa ogni sera, sono parte integrante del progetto.
Piercarlo Quecchia, Michela Pedranti – DSL Studio

Sono nato a Napoli, non parlo in terza persona e non curo cose, oggetti, persone o animali. Ho studiato architettura tra il Politecnico di Milano e l’ENSA Paris-Belleville per poi laurearmi in Architettura delle Costruzioni. Mi sono occupato di allestimenti seguendo i progetti di NENDO, scrivo di grandi architetture e sto completando un dottorando in Composizione allo IUAV di Venezia. Nonostante questo, tutto regolare.



